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Il Paese da governare e il tempo sprecato, di Massimo Franco

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 06/04/2019 10:06
I due partiti della coalizione dovranno decidere presto se vogliono davvero governare e provare che sono in grado di farlo; oppure se preferiscono il modulo ormai stucchevole e logoro dell’eterna campagna elettorale…

Ci sono due possibili letture del conflitto permanente tra Movimento Cinque stelle e Lega. La prima è quella di una rissa decisa a tavolino, con l’accordo di entrambi per arrivare al voto europeo litigando e, una volta contati e sommati di nuovo i voti, continuare a stare insieme: con un’idea del governo viziata dall’ossessione di arrivare alla prossima elezione ignorando qualunque responsabilità e compatibilità pur di racimolare qualche voto. 

La seconda è che quel gioco delle parti sia finito. I Cinque stelle hanno capito che il «contratto del cambiamento» è carta straccia; che nelle sue pieghe si gonfiano solo i consensi di Matteo Salvini; e che dunque la guerra alla Lega è un fatto di sopravvivenza.

Seguendo l’andamento oscillante e nervoso delle polemiche nella maggioranza giallo-verde, a volte le due letture sembrano sovrapporsi e confondersi. Eppure, l’idea di una rissa concordata è sempre meno convincente. La sensazione è che lo scontro sia reale perché gli interessi divergono; e non solo quelli dei rispettivi blocchi sociali, contigui solo nell’opposizione al vecchio sistema. Salvini, all’ombra dei Cinque stelle, sta vincendo.

Il vicepremier grillino Luigi Di Maio, all’ombra della Lega, sta soffocando; e con lui i consensi del Movimento. Anche se l’ossessione elettoralistica rimane intatta, e minaccia qualunque possibilità di prendere provvedimenti seri. La rottura al rallentatore, dunque, è in qualche maniera già in corso, sebbene non formalizzata e anzi esorcizzata di continuo. La stilettata di ieri di Di Maio contro una lega alleata in Europa con chi «nega l’Olocausto» segna un salto: si accusa Salvini di andare a braccetto con movimenti fascisti

E dopo le Europee, se i sondaggi saranno confermati, le tensioni nell’esecutivo cresceranno. Anche perché M5S e Lega hanno mire e aspettative diverse sul governo e sulla legislatura. Il primo vuole che l’esecutivo guidato da Giuseppe Conte duri; e che duri la legislatura, perché i seggi grillini in Parlamento difficilmente aumenteranno rispetto a quelli ottenuti il 4 marzo di un anno fa alle Politiche. L’obiettivo proibito è arrivare al 2022 per essere determinanti nell’elezione del prossimo Presidente della Repubblica.

Salvini, invece, comincia a rendersi conto che l’onda lunga dei consensi virtuali registrati dai sondaggi ha raggiunto con molta probabilità il massimo. E dunque deve capire se non gli convenga andare all’incasso senza aspettare troppo: anche perché la fase del rapporto con un Di Maio remissivo è finita per sempre. Il M5S detta ai suoi addirittura i «comandamenti» della guerra contro la Lega. Oltre tutto, entrambe le formazioni populiste sanno di dovere affrontare una Legge finanziaria in autunno da 40 miliardi di euro: proibitiva per qualunque governo e ancora di più per loro. Ma se le Europee consacreranno la Lega come primo partito e umilieranno il Movimento, il voto anticipato sarà più difficile.

La nuova fase aperta dai Cinque stelle dopo la catena di sconfitte regionali punta a riportare Salvini nell’alveo del suo 17 per cento vero, e non del 30 e più virtuale. Se Di Maio non ci riesce, lo faranno Conte e il Movimento. Si è immersi in una fase che mescola conflittualità e immobilismo, tranne qualche misura da fumo negli occhi demagogico, per tacitare spezzoni dei rispettivi elettorati. 

Insomma, la prospettiva di un’ulteriore perdita di tempo e di soldi è palpabile. E, sebbene non si possa credere che la maggioranza non se ne renda conto, non si intravedono né la volontà né la capacità di uscire da questa finzione che imprigiona entrambi ma soprattutto l’Italia.

Questa assenza di visione dell’interesse nazionale si manifesta, oltre tutto, mentre emerge un pericoloso isolamento continentale: dalla Libia alle alleanze al prossimo Parlamento europeo, il dinamismo del governo giallo-verde non riesce a produrre molto di più che l’allarme dei nostri alleati storici e la tentazione di metterci ai margini delle decisioni strategiche. L’Italia è più sola col suo «governo del cambiamento». Ma sono più sole anche le due formazioni che la governano. Fino a qualche mese fa erano accomunate dalla posizione di rendita regalata da opposizioni parlamentari inconsistenti e da un’economia apparentemente in sospeso. La recessione ormai innegabile e il cambio di schema in atto a sinistra stanno rapidamente consumando questa rendita.

L’effetto sarà di costringere presto M5S e Lega a decidere se vogliono davvero governare e provare che sono in grado di farlo; oppure se preferiscono il modulo ormai stucchevole e logoro dell’eterna campagna elettorale

Ormai si comincia a vedere che il regolamento di conti tra di loro, vero o virtuale, avviene a scapito degli interessi del Paese. Ma alla fine dovranno affrontare la delusione cocente degli stessi sostenitori, delusi da una politica delle scorciatoie che in realtà allungano all’infinito la strada di una qualunque ripresa.

 

https://www.corriere.it/opinioni/19_aprile_05/paese-governare-sprecato-b13491ca-57d5-11e9-9553-f00a7f633280.shtml

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