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Il naufragio della politica, di Philippe Ridet

creato da Denj — ultima modifica 21/07/2016 17:14
I suoi libri erano già imballati, pronti a lasciare il Quirinale per palazzo Giustiniani, proprio dietro il senato, dove l’aspettava un nuovo ufficio. “Tutto quello che avevo da dare l’ho dato”, diceva appena una settimana fa a chi sperava di vederlo restare. Ma...

I suoi libri erano già imballati, pronti a lasciare il Quirinale per palazzo Giustiniani, proprio dietro il senato, dove l’aspettava un nuovo ufficio. “Tutto quello che avevo da dare l’ho dato”, diceva appena una settimana fa a chi sperava di vederlo restare. Ma in quella distesa di macerie che è diventata la politica italiana, è il solo a essere rimasto più o meno in piedi, affidabile, rassicurante, professionale.

È quindi a lui che si sono rivolti per tirarsi fuori dall’impasse politica che minacciava di diventare un abisso da cui sarebbero stati inghiottiti. Bersani, Berlusconi, Monti lo hanno supplicato di restare altri sette anni. E lui ha ceduto. Giorgio Napolitano, il presidente della repubblica uscente, ha accettato la candidatura a succedere a se stesso. È stato rieletto senza sorprese sabato 20 aprile, al sesto scrutinio, che richiedeva la maggioranza assoluta dei 1.007 grandi elettori.

Alla conta dei voti per raggiungere la soglia minima di 504 ne mancavano ancora sei quando i parlamentari sono scoppiati in un applauso fragoroso. In piedi. Sollevati. Salvati. Rassicurati. L’immagine che viene in mente? Quella dei bambini che all’uscita dalla scuola ritrovano la mamma dopo averla creduta persa. Quando concluderà il suo nuovo mandato, nel 2020, Napolitano si appresterà a festeggiare il suo novantacinquesimo compleanno. La gerontocrazia impera.

Questa rielezione – una prima assoluta nella storia della repubblica italiana – è in primo luogo un omaggio all’abilità di quest’uomo semplice e discreto che compirà 88 anni a giugno. Eletto nel 2006 al quarto scrutinio e con un margine risicato, è diventato indispensabile. Aveva contro il fatto di essere stato comunista (seppure migliorista), ma è riuscito a far dimenticare questa sua appartenenza ideologica presentandosi come il presidente di tutti gli italiani, oltre il 90 per cento dei quali ne apprezza l’operato.

Tuttavia questo secondo settennato è anche una sconfitta, per non dire un naufragio, della politica; la manifestazione del suo panico, della sua mancanza d’immaginazione. Incapaci di mettersi d’accordo su un candidato, i parlamentari italiani hanno dato la misura della loro mediocrità. A cominciare da quelli di sinistra, i quali, essendo più numerosi, avrebbero dovuto almeno trovare l’intesa concordare un nome, se volevano sperare di imporlo.

E invece i grandi elettori di sinistra hanno preferito aprire il loro prossimo congresso (in programma per ottobre) nel corso delle prime votazioni, bruciando prima Franco Marini, e poi Romano Prodi, per far fuori Bersani, il segretario del partito. Le loro divisioni, i rancori a lungo covati hanno avuto la meglio su qualunque altro argomento.

Terrorizzata da Beppe Grillo che ha giurato di mandarla in malora, sorda alle tardive aperture dell’ex comico, la sinistra ha voluto affidarsi inizialmente alla possibilità di un accordo con la destra (Marini) e poi a se stessa (Prodi). Doppio fallimento e doppia impasse. Restava una soluzione: sostenere il candidato presentato da Grillo, il giurista Stefano Rodotà, anch’egli proveniente dalle sue file. Ma a questa possibilità ha preferito confessarsi pubblicamente incapace di gestire la sua mezza vittoria elettorale.

Adesso Silvio Berlusconi può fregarsi le mani: ha dovuto solo assistere all’implosione del suo avversario, senza aver fatto nulla (o quasi) per provocarla. A 76 anni, con tre processi in corso, è sempre lì. Tanto di cappello! Se in autunno dovessero tenersi nuove elezioni, si ritroverebbe in una posizione insperata.

Lo stesso vale per Beppe Grillo. “Bersani è un morto che parla”, aveva commentato sei settimane fa sbattendo la porta in faccia a una possibilità di accordo con la sinistra. Tuttavia, almeno sul breve periodo la sua strategia è un fiasco. Forte del suo 25 per cento di voti ottenuto due mesi fa, il Movimento 5 stelle non è riuscito a far fuori la casta. I suoi eletti non occupano nessuna posizione di potere. Per il cambiamento avevano votato qualcosa come 8 milioni e mezzo di italiani. Mario Monti, benché dimissionario, è ancora presidente del consiglio dei ministri e il posto di Napolitano l’ha preso Napolitano…

 

fonte: www.internazionale.it, 20.04.2013

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