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Il Natale triste di Taranto, intossicata dalla diossina e dalla demagogia, di Goffredo Buccini

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 21/12/2019 09:59
Nella città dove neppure il diritto allo studio è più garantito. Le scuole chiuse per inquinamento, migliaia di posti di lavoro a rischio, tra ricorsi e cause pendenti, miraggi di intervento pubblico e guerre di religione sullo scudo penale…

La foto sorridente di Nadia Toffa accanto al bancone del Minibar. E, dall’altra parte della piazza, la chiesa operaia di Tamburi, col mosaico di Gesù che dall’abside, in mezzo a lavoratori e ciminiere, benediceva nel 1967 un mondo nuovo di dignità e progresso ormai sepolto. Troppi funerali, troppa paura, troppe umiliazioni. Ignazio D’Andria, storico padrone del bar, è un piccolo frammento della cupa epopea che incatena Taranto da oltre mezzo secolo, e mastica amaro. 

Il nuovo reparto di oncologia pediatrica dell’ospedale viene intitolato alla memoria di Nadia, che per realizzarlo qui si impegnò con le Iene, e con lui raccolse 700 mila euro lanciando la maglietta «ie jesche pacce pe te», io esco pazzo per te. Ignazio tiene la maglietta come una reliquia e lamenta che non l’hanno invitato, «i papaveri tutti alla cerimonia e, a me, mi snobbano». 

A caccia di consenso, molti politici sgomitano in questo palco della disperazione affacciato sull’acciaieria più grande, amata e odiata d’Europa, e sulle sue ciminiere che un pezzo di magistratura vuole chiudere e un pezzo tenere aperte come in una sciarada (se si spegne Afo2, i restanti due altiforni potrebbero seguire a ruota). La demagogia intossica quasi quanto la diossina.

La fabbrica, una clessidra

Tra ricorsi e cause pendenti dal tribunale di Milano a quello tarantino, miraggi di intervento pubblico e guerre di religione sullo scudo penale per ArcelorMittal, la vita della fabbrica (e di quasi 11 mila lavoratori più seimila dell’indotto) è sabbia di clessidra che sta finendo. Quella fine, ha calcolato l’autorevole istituto Svimez, brucerebbe tre miliardi e mezzo del Pil nazionale, di cui 2,4 al Sud. «Il vostro Pil non vale la vita dei nostri bambini», mi sibila, citando un rabbioso slogan di qui, Francesca Martinese, tre figli, impiegata di call center a 1.000 euro di stipendio e moglie di un operaio Ilva che ne prende 1.700: «Spendo un sacco di soldi in farmacia a comprare medicine per la mia bambina più piccola che respira male. Sai cosa me ne importa del vostro Pil?». Un po’ dovrebbe, perché Svimez ha ora calcolato per il Corriere anche l’impatto su Taranto e provincia: qui svanirebbe il 25% del Pil, l’80% del valore aggiunto industriale. Tra stipendi e consumi, effetti diretti, indiretti e indotti «si rischia la desertificazione», dice Luca Bianchi, direttore dell’istituto: «Ora ognuno avrà un’idea fantasiosa e folgorante per Taranto. Ma noi abbiamo davanti l’incubo di Bagnoli: il nulla».

Fra lavoro e salute

Quando le faccio osservare i rischi di una povertà incombente, Francesca non fa una piega: «Vuol dire che al posto di due magliette ne compreremo una». Suo marito, Fabio Cocco, da 17 anni all’acciaieria, mi racconta che, ancora da operaio dell’indotto, vide bruciare vivo un compagno, «strillava: aiutatemi!». Si è dimesso dal direttivo Fiom perché il sindacato vuole la fabbrica aperta, ma gli hanno respinto le dimissioni. Crede, o meglio spera, «nelle bonifiche», mito fondante dell’ambientalismo tarantino e del successo dei Cinque Stelle. 

Ora i grillini sono caduti dal cuore di molti, avendo promesso a suo tempo una chiusura secca «delle fonti inquinanti». E, per capire quanto sia verosimile una bonifica che impieghi i futuri disoccupati dell’ex Ilva in caso di chiusura, basta ricordare che, nel 2012, i periti della Procura valutavano in otto miliardi la cifra necessaria a bonificare. Contare sullo Stato è un miraggio.
Così rischia di risolversi al peggio la dicotomia infame tra lavoro e salute che ha perseguitato questa città per decenni: i tarantini potrebbero infine non avere né l’uno né l’altra. La prospettiva del buco nero e tossico, come Bagnoli o Crotone, si coglie bene nella sede degli industriali di via Lupo. Da una riunione in corso si sente la voce di Antonio Marinaro, il presidente, che arringa i suoi: «Sto cercando di salvare gli imprenditori di Taranto, se no il 2015 è alle porteee!». Qui il 2015 è l’anno orribile in cui, al passaggio di gestione dopo i Riva, lo Stato non pagò 150 milioni di lavori già fatti dalle aziende dell’indotto. «Fu un bagno di sangue», mi spiega poi Marinaro, «e temiamo che una nuova compagine con lo Stato dentro ci faccia lo stesso scherzo».

La trattativa

Le trattative con Arcelor-Mittal sono un macigno su un Natale che già conta tante piccole dismissioni: «La crisi dell’Ilva che seguì al 2012 portò persino un calo nella vendita del pane». Le luminarie non bastano a rallegrare una via D’Aquino dove sotto le vetrine degli stilisti compaiono i graffiti degli antagonisti, «Ilva is a killer». Luigi Sportelli, Camera di Commercio, segnala «un grande declino delle attività commerciali e molte aziende in sofferenza». Francesco Bardinella, segretario degli edili Cgil mi fa notare che in dieci anni 700 imprese del suo settore hanno chiuso i battenti: è crisi lunga e profonda. Singolare la coincidenza di opinioni tra i due sulla bozza di decreto del governo circolata per Taranto: «Un polpettone», «una corsa disperata a buttare qui qualcosa purchessia» (nella bozza, accanto all’Ilva, si parla persino di bande musicali: e sempre senza coperture). 

Così, il Natale di Taranto uccide soprattutto la speranza, vuoi in Roma, vuoi nel vicino. Giorgio Assennato, che da ex capo dell’Arpa è stato il papà dell’epidemiologia locale, sostiene che molti politici barino e che molti dati allarmanti siano da prendere con le molle, specie quelli sui tumori infantili nei quali «numeri assoluti assai piccoli possono spostare percentuali assai grandi». Non è facile spiegarlo a Francesca che la scorsa primavera ha visto la scuola di sua figlia, accanto alle famigerate «collinette» dell’Ilva, chiusa tre mesi dal sindaco «per inquinamento». 

Nella città dove neppure il diritto allo studio è più garantito, il prossimo tuo, se non un nemico, è almeno uno che ti imbroglia.

 

https://www.corriere.it/cronache/19_dicembre_19/natale-triste-tarantointossicata-diossina-demagogia-c4343884-229b-11ea-8e32-6247f341a5cc.shtml

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