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Il messaggio di Mattarella. Un discorso «all'Italia che ricuce», di Angelo Picariello

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 02/01/2019 10:51
Ecco le parole-chiave di Mattarella, che considera gli altri un valore e recupera il senso della comunità. Oltre l'invito a riportare il Parlamento al centro…

Un discorso all’«Italia che ricuce», che considera gli altri un valore e recupera il senso della comunità. Un tema, quest’ultimo, che Mattarella richiama sovente nei suoi interventi e che il presidente della Repubblica mette al centro anche di questo delicatissimo discorso di fine anno, che arriva all’indomani di una approvazione in tempo limite della legge di Bilancio, appena in tempo per evitare l’esercizio provvisorio. E proprio citando i social, i luoghi di una politica spesso incattivita e aggregata per rivalità, Mattarella parte: «Siamo – dice – nel tempo in cui molti vivono connessi in rete e comunicano di continuo ciò che pensano e anche quel che fanno nella vita quotidiana...». E proprio i social sono la più grande novità nei dati di ascolto. Sono stati oltre 10 milioni e mezzo i telespettatori in Tv, a fronte dei 9 milioni e 700mila dello scorso anno, per il messaggio del capo dello Stato, ma la vera notizia è il pieno raggiunto dal discorso sul Web, con un dato – in continua evoluzione – di circa 2 milioni e mezzo di visualizzazioni, praticamente triplicate rispetto allo scorso anno.
Italia che ricuce. Un «augurio, caloroso», lo rivolge a papa Francesco: «Lo ringrazio, ancora una volta, per il suo magistero volto costantemente a promuovere la pace, la coesione sociale, il dialogo, l’impegno per il bene comune». Quello di Mattarella è soprattutto un grazie all’Italia impegnata a costruire, a unire, e non ad alimentare odi e paure, come una recente ricerca del Censis ha portato alla luce.
Un grazie a quell’«“Italia che ricuce” e che dà fiducia», lo rivolge, in chiara sintonia con le parole più volte usate dal presidente della Cei, il cardinale Gualtierio Bassetti. «Spesso – spiega – la società civile è arrivata, con più efficacia e con più calore umano, in luoghi remoti non raggiunti dalle pubbliche istituzioni». Ricorda chi «negli ospedali o nelle periferie e in tanti luoghi di solitudine e di sofferenza dona conforto e serenità».
Il senso della comunita'. Inaugurato da Luigi Einaudi «non è un rito formale», ricorda Mattarella, il messaggio di fine anno. E replica così in modo garbato e indiretto ai vari tentativi di contro-messaggi in atto. Sottolinea «l’esigenza di sentirsi e di riconoscersi come una comunità di vita», il «bisogno di unità, raffigurata da chi rappresenta la Repubblica che è il nostro comune destino», perché «“comunità” significa condividere valori, prospettive, diritti e doveri. Significa “pensarsi” dentro un futuro comune, da costruire insieme. Significa responsabilità».

Sicurezza come rispetto. Ma è sulla sicurezza che batte maggiormente, Mattarella. Per mettere in risalto che è proprio un ritrovato senso della comunità l’antidoto più efficace ai rischi che si manifestano per la tranquilla convivenza. «Battersi, come è giusto, per le proprie idee», rimarca. Ma, auspica, occorre «rifiutare l’astio, l’insulto, l’intolleranza, che creano ostilità e timore». E, sottolinea, non è «retorica dei buoni sentimenti», non si può sostenere che «la realtà è purtroppo un’altra; che vi sono tanti problemi e che bisogna pensare soprattutto alla sicurezza». La sicurezza, insiste, non consiste in un difendersi dagli altri, ma si fonda proprio su questo sentirsi parte di un'unica comunità, di «un ambiente in cui tutti si sentano rispettati e rispettino le regole del vivere comune».

Mafia: no a zone franche. E, a pochi giorni da un inquietante segnale venuto da Pesaro con l’uccisione di uno stretto congiunto di un pentito di ‘ndrangheta, Mattarella torna su un altro tema a lui caro da sempre anche per ragioni di tragica biografia familiare: la lotta alla mafia. La vera insidia alla nostra sicurezza, ricorda, non viene da un elemento esterno al nostro Paese, ma dal male irrisolto della criminalità organizzata: «La domanda di sicurezza è particolarmente forte in alcune aree del Paese, dove la prepotenza delle mafie si fa sentire più pesantemente. E in molte periferie urbane dove il degrado favorisce il diffondersi della criminalità». E scandisce: «Non sono ammissibili zone franche dove la legge non è osservata e si ha talvolta l’impressione di istituzioni inadeguate, con cittadini che si sentono soli e indifesi».

No a tasse sulla bontà. Poi, con nettezza, entra nel merito di una brutta polemica che ha caratterizzato il dibattito “strozzato” sulla Manovra: l’odioso raddoppio dell’Ires per gli enti Non profit. Il ripensamento che ne è venuto, anche dopo le prese di posizione chiare da parte della Chiesa italiana, per ora è solo un impegno. La misura è stata infatti inserita nella legge approvata dal Parlamento. «Vanno evitate “tasse sulla bontà”», avverte Mattarella. «Le realtà del Terzo Settore, del No profit rappresentano una rete preziosa di solidarietà», ricorda il presidente. «Realtà che hanno ben chiara la pari dignità di ogni persona e che meritano maggiore sostegno da parte delle istituzioni, anche perché, sovente, suppliscono a lacune o a ritardi dello Stato negli interventi in aiuto dei più deboli».

Riportare il Parlamento al centro. Non c’era tempo di intervenire, per evitare l’esercizio provvisorio, ma è un impegno di tutti, ora, quello di riportare il Parlamento al centro, proprio a partire dal varo delle misure previste in Manovra. «Ieri sera – ricorda Mattarella – ho promulgato la legge di Bilancio nei termini utili a evitare l’esercizio provvisorio, pur se approvata in via definitiva dal Parlamento soltanto da poche ore». Bene il faticoso risultato raggiunto: «Avere scongiurato la apertura di una procedura di infrazione da parte dell’Unione Europea per il mancato rispetto di norme liberamente sottoscritte è un elemento che rafforza la fiducia e conferisce stabilità». Ma segnala «la grande compressione dell’esame parlamentare e la mancanza di un opportuno confronto con i corpi sociali». E formula un augurio, che è anche un monito, «che il Parlamento, il Governo, i gruppi politici trovino il modo di discutere costruttivamente su quanto avvenuto; e assicurino per il futuro condizioni adeguate di esame e di confronto».

La vera cittadinanza. Fra le piaghe da debellare, invece, quella degli «ultras violenti degli stadi di calcio, estremisti travestiti da tifosi». E «l'alto debito pubblico che penalizza lo Stato e i cittadini e pone una pesante ipoteca sul futuro dei giovani». Problemi complessi per risolvere i quali «non ci sono ricette miracolistiche», avverte, ma solo «il lavoro tenace, coerente, lungimirante produce risultati concreti», senza mettere a rischio i traguardi raggiunti dalle precedenti generazioni. Ricorda i quarant’anni del Servizio sanitario nazionale, «grande motore di giustizia, un vanto del sistema Italia. Che ha consentito di aumentare le aspettative di vita degli italiani, ai più alti livelli mondiali». E ricorda che «l’universalità e la effettiva realizzazione dei diritti di cittadinanza» su scuola, salute, assistenza, sono state «grandi conquiste della Repubblica».

Un'Europa senza confini. Si rivolge ai familiari di Antonio Megalizzi, il giornalista morto nell'attentato di Strasburgo, per richiamare il senso di un’Europa amica, non ostile, che veda di nuovo l’Italia – Paese fondatore – come protagonista. «Come molti giovani si impegnava per un’Europa con meno confini e più giustizia. Un’Europa dei diritti, dei cittadini e dei popoli, della convivenza, della lotta all’odio, della pace». E il pensiero va all’imminente competizione europea: «Mi auguro che la campagna elettorale si svolga con serenità e sia l’occasione di un serio confronto sul futuro dell’Europa».

Le divise sono di tutti. Quando poi ricorda il toccante episodio di Anna, la signora 90enne che la notte di Natale ha telefonato ai Carabinieri per chiedere compagnia, lo fa per richiamare il significato collettivo, sentito da tutti e non di parte, di quelle divise. «La loro divisa, come quella di tutte le Forze dell’ordine e quella dei Vigili del fuoco, è il simbolo di istituzioni al servizio della comunità. Si tratta di un patrimonio da salvaguardare perché appartiene a tutti i cittadini». Un grazie va a loro anche per l’aiuto fornito nelle recenti calamità naturali. Nel ricordare poi il grande contributo che i militari danno alla pace, si schiera, con un chiaro riferimento, con il ministro della Difesa Elisabetta Trenta, contro l'ipotesi di un loro arruolamento per porre rimedio alle buche di Roma: «La loro funzione non può essere snaturata, destinandoli a compiti non compatibili con la loro elevata specializzazione», avverte.

Immigrati “amici”. Nell’Italia-comunità gli immigrati, per Mattarella, sono una componente, non una realtà contrapposta. Un saluto finale Mattarella lo rivolge «ai cinque milioni che vivono, lavorano, vanno a scuola, praticano sport, nel nostro Paese». Chiude come aveva aperto, parlando di solidarietà e senso della comunità. E ricorda, citando i volontari del Centro di cura per l’autismo, di Verona i tanti «luoghi straordinari dove il rapporto con gli altri non è avvertito come un limite, ma come quello che dà senso alla vita».

https://www.avvenire.it/attualita/pagine/l-analisi-un-discorso-all-italia-che-ricuce

Il tempo perduto delle illusioni, di Luciano Fontana

La parola chiave che il Presidente della Repubblica ha voluto consegnarci nel discorso di fine anno è: fiducia. Non esistono ricette miracolistiche, ci ha detto Sergio Mattarella, c’è solo l’impegno...

Fiducia. È la parola chiave che il Presidente della Repubblica ha voluto consegnarci nel discorso di fine anno. Fiducia in una comunità di italiane e italiani impegnata a fronteggiare le difficoltà dell’economia e il disagio sociale. Decisa a rimuovere le arretratezze del Paese, per farlo restare aperto e ancora più integrato nell’Unione europea. Non esistono ricette miracolistiche, ci ha detto Sergio Mattarella. C’è solo l’impegno. Solo il lavoro tenace e ostinato produce risultati concreti. È una lezione che forse abbiamo smarrito. Il 2018 è stato l’anno del «nuovo mondo» della politica, il tempo dell’illusione, coltivata e diffusa a piene mani, che tutto fosse possibile. Distribuire sussidi, anticipare le pensioni, vivere senza infrastrutture, «abolire la povertà», fermare le migrazioni, fare la faccia feroce con l’Europa senza pagare alcun prezzo. L’Italia come una sorta di regno immaginario in cui lo Stato può permettersi di spendere senza limiti e al tempo stesso bloccare la crescita economica. Una narrazione facile, esaltata dai social, in una gara al rialzo tra gli esponenti dei due movimenti al governo, sottoscrittori del famoso contratto.

Ma la realtà ha presentato rapidamente il conto. Le promesse impossibili sono rientrate, i provvedimenti sono stati continuamente riscritti, in un modo che spesso dimostra un alto tasso di dilettantismo. Con l’Europa si è trovato quel compromesso ragionevole che questo giornale ha sempre auspicato. Il mondo del lavoro e dell’impresa, piccola e grande, ha fatto sentire la sua voce e le sue preoccupazioni. Non siamo ancora nella fase della responsabilità ma qualche passo è stato fatto, qualche assurdità è stata rimossa. Basterà ad affrontare un 2019 che si presenta con incognite pesanti?

Gli indici dell’economia italiana volgono di nuovo al brutto. Il rischio del ritorno della crescita zero è reale. Le turbolenze dei mercati internazionali, alle prese con la battaglia tra Usa e Cina, con gli esiti non chiari della Brexit e con politiche meno espansive delle banche centrali, non aiuteranno le nostre aziende esportatrici. La campagna elettorale per le Europee può trasformarsi in un moltiplicatore della demagogia piuttosto che nella fase delle sfide possibili. Servirebbe davvero un patto tra governo, forze politiche, istituzioni, associazioni del lavoro e dell’impresa per fronteggiare le incognite, rimettere in moto il Paese, aumentare la produttività, diffondere quell’energia positiva che sola può dare la scossa.

Le ricette isolazioniste hanno già mostrato la loro inutilità e la loro inefficacia. L’Italia esiste solo in un contesto aperto, soltanto per la sua capacità di parlare al mondo e di affermare sul mercato globale le sue idee, le sue bellezze e i suoi prodotti. Anche la possibile avanzata sovranista e populista nelle elezioni di maggio non modificherà questi elementi di fondo. Anzi. Ne abbiamo avuto un assaggio durante la trattativa con i Paesi dell’Unione sulla manovra: i leader più duri con l’Italia sono stati proprio quelli degli Stati a guida sovranista. E allora conviene a tutti aprire la stagione della serietà. Non sarà una felpa nuova o un selfie in più a salvarci. Ma, come ci ha ricordato Mattarella, ci aiuteranno il senso di comunità, il lavoro ostinato, la competenza e l’impegno. Proviamoci.

 

https://www.corriere.it/opinioni/19_gennaio_01/tempo-perduto-illusioni-e57ed2c2-0df9-11e9-991e-8333c5dc4514.shtml

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