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Il futuro della democrazia, di Juan Carlos De Martin

creato da D. — ultima modifica 17/09/2015 12:11
qual è il futuro della democrazia in una società dove quasi ogni azione dei cittadini (incluso il loro stato psico-fisico, grazie ai sensori dei nuovi smartphone) può essere monitorato da entità sia statali, sia private? Entità sempre più in grado di raccogliere in tempo reale quantità enormi di dati, incrociarli e preservarli potenzialmente per sempre? La questione non è meramente legale o unicamente di sicurezza: la questione è politica...

Parlando di sorveglianza dopo le rivelazioni di Snowden, sono due le conversazioni pubbliche che dovremmo portare avanti con grande urgenza: la prima per capire come stanno le cose, la seconda per definire il tipo di società in cui vogliamo vivere nell’età del digitale e dei «big data». E’ chiaro che è impossibile tenere del tutto separate le due conversazioni: l’attualità, infatti, ci obbliga già adesso a cercare di discriminare il giusto dall’ingiusto, l’appropriato dal potenzialmente pericoloso.

 

Ma è altrettanto chiaro che il punto di partenza non possa che essere una fotografia dell’esistente, fotografia che però possiamo comporre solo ottenendo risposte precise ad alcune domande chiave, come: chi spia chi? Quali canali di comunicazione vengono sorvegliati? Con quali strumenti? In quali tempi e con quali modi? Con quale base giuridica? Con quali meccanismi di supervisione? Con quali meccanismi di prevenzione degli abusi? Con quali modalità di controllo democratico? Vengono registrati solo gli estremi delle comunicazioni (chi chiama chi, ecc.) o anche i contenuti? In tutti i casi, per quanto tempo vengono conservati i dati? Con chi (e come) vengono condivisi? Si cercano solo informazioni relative alla sicurezza o anche informazioni di natura economica o politica? Qual è il ruolo delle aziende private di comunicazione o di trattamento dati?

Sono domande che da giugno hanno cominciato a raccogliere molte risposte, per quanto ancora incomplete e frammentarie. Risposte che dobbiamo al lavoro non solo di giornali tradizionali, ma anche e soprattutto di giornalisti come Glenn Greenwald, il pluri-premiato autore di inchieste fin dai tempi del governo di George W. Bush, dottore di ricerca in giurisprudenza, che ha da poco annunciato che contribuirà a una nuova iniziativa giornalistica finanziata dal fondatore di eBay, Pierre Omidyar.

 

Per il momento, tuttavia, le risposte hanno solo sfiorato l’Italia. Solo la recente rivelazione dell’ennesimo incidente diplomatico, questa volta riguardante un paese assai vicino a noi come la Francia, sta forse iniziando a far risuonare le domande di cui sopra anche nel nostro paese.

 

Era ora. Governo e Parlamento dovrebbero urgentemente chiedere agli alleati, a partire degli Usa, informazioni precise su come stanno le cose, senza accontentarsi di generiche rassicurazioni, e poi riferire agli italiani. Gettando luce, nonché spirito critico, anche sulle iniziative di casa nostra, incluso quel decreto sulla protezione cibernetica che il governo Monti, con uno dei suoi ultimi atti, ha varato lo scorso gennaio.

 

Chiarito il quadro, avremo gli elementi per decidere democraticamente quali correttivi adottare, sia internamente sia nei confronti degli alleati, per meglio bilanciare le esigenze di sicurezza con tutte le altre.

Nonostante il quadro sia ancora incompleto, infatti, è ormai chiaro che di correttivi ce ne sarà bisogno. Fatto il quadro avremo inoltre i dati di realtà per iniziare la seconda conversazione, più difficile della prima, ma in prospettiva molto più importante: qual è il futuro della democrazia in una società dove quasi ogni azione dei cittadini (incluso il loro stato psico-fisico, grazie ai sensori dei nuovi smartphone) può essere monitorato da entità sia statali, sia private? Entità sempre più in grado di raccogliere in tempo reale quantità enormi di dati, incrociarli e preservarli potenzialmente per sempre? La questione non è meramente legale o unicamente di sicurezza: la questione è politica. Riguarda i profondi cambiamenti resi possibili dalla tecnologia mentre l’architettura istituzionale, ovvero, le modalità di distribuzione e di regolazione del potere, è - nelle sue strutture portanti - sempre quella pensata secoli fa. Sono questioni troppo importanti per lasciarle ai tecnocrati o agli avvocati.

 

Riguardano tutti noi cittadini.

 

Ma per prima cosa dobbiamo urgentemente sapere come stanno le cose.

fonte: http://www.lastampa.it/2013/10/23/cultura/opinioni/editoriali/il-futuro-della-democrazia-mwHbjKTGrCPIqaaZwVo7aN/pagina.html, 23.10.2013

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