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Il Francesco dei tradizionalisti e quello vero, di Andrea Grillo

creato da Rocco D'Ambrosio ultima modifica 06/06/2016 17:12
Su Francesco si sentono ripetere “luoghi comuni”, a lui attribuiti, ma del tutto inventati. Un piccolo elenco, nella forma di una “errata corrige” per capire e criticare, con cuore e ragione...

 

Siccome da qualche giorno, non solo sui siti più oltranzisti, ma anche nelle parole di noti giornalisti, si sentono ripetere “luoghi comuni”, attribuiti al papa, ma del tutto inventati da menti e lingue interessate al suo discredito, ne faccio qui un piccolo elenco, nella forma di una “errata corrige”, per rettificare almeno alcuni di questi “svarioni”. Tuttavia, poiché di recente è stato A.M. Valli a “tradurre” il linguaggio più reazionario in “parole di buon senso per pater familias”, userò le sue stesse formulazioni per mostrarne meglio la infondatezza e la falsità.

1) Norma universale e caso particolare

ERRATA

“In Amoris laetitia il paradigma pastorale è spinto molto avanti, tanto da indurre Francesco a sostenere che non può esserci una norma universale, vincolante per tutti, e che la Chiesa deve procedere, nella sua valutazione, caso per caso”.

CORRIGE

Non è affatto vero che Francesco dica che non può esserci una norma universale, che orienta tutti alla verità. Dice soltanto, come S. Tommaso e come tanti altri teologi nella storia, che la applicazione della norma universale al caso particolare richiede sempre uno speciale discernimento. Ogni norma universale è sottoposta a questo regime. Dal “non uccidere” al “non rubare”, ogni norma non si applica mai ciecamente. Come è ovvio, questa consapevolezza richiede maggiore attenzione proprio quando i casi sono più complessi. Ma dire che per Francesco “non può esserci una norma universale valida per tutti” vuol dire mettere in giro notizie false e voler allarmare ad arte se stessi e gli altri senza alcun motivo.

2) Misericordia e verità

ERRATA

“In questa strategia però vedo uno squilibrio. L’attenzione posta alla misericordia e alla tenerezza di Dio, non accompagnata da un impegno altrettanto assiduo nel sottolineare la questione della verità, del vero bene e del modo di attingerlo, espone al rischio dell’indeterminatezza e del sentimentalismo”.

CORRIGE

Avendo compreso male la strategia, Valli vede squilibri che non ci sono. La attenzione alla misericordia è per Francesco all’interno del rapporto con la verità, non in alternativa. Lo squilibrio viene da Valli, non da Francesco. E’ Valli che pensa all’aut-aut tra misericordia e verità, che pensa la misericordia come una “alterazione della verità”; mentre Francesco lavora da tre anni e più per una nuova e più profonda integrazione tra verità e misericordia. Valli però dovrebbe sapere che la “indeterminatezza” – che lo spaventa tanto – riguarda non solo il “caso singolo”, ma anche la astrattezza del “vero bene”. Una Chiesa che si rifugia solo in “principi astratti” e in “norme oggettive” risulta altrettanto aperta al rischio di indeterminatezza di una Chiesa che volesse risolversi solo nel contingente. Ma queste sono finezze che Valli sembra totalmente ignorare. Eppure pontifica come se le conoscesse e le dominasse dall’alto.

3) La visione della dottrina

ERRATA

“Quando accenna alla dottrina, Francesco lo fa per lo più per stigmatizzare il comportamento degli esperti della legge, identificati con gli ipocriti farisei, interiormente corrotti, e per mettere in guardia dai sofismi dei teologi, la cui principale occupazione, dice il papa, è quella di rendere più difficile l’accesso alla Parola di Dio”

CORRIGE

Anche questa è una brutta caricatura della considerazione che Francesco propone della importanza della dottrina, che tuttavia egli sa non essere mai “autosufficiente”. Questo è il vero punto di differenza e di distanza. Francesco sa bene, sulla scorta di una lunga tradizione medievale e moderna, che la dottrina, se si isola, perde se stessa. Ma Valli, che non ha preparazione specifica in campo dottrinale né ha visione storica e dinamica, ciononostante parla come se fosse un pontefice (rigido e incompetente) che lavora sul fondamento di un pregiudizio. Scrivere con tono sommosacerdotale quando si ha a disposizione, se va bene, il Compendio del Catechismo della Chiesa cattolica e pretendere di dare consigli prudenti al papa mi sembra un comportamento, a dir poco, azzardato.

4) Cultura storica e tradizione metafisica

ERRATA

“Oggi, di fronte al dilagare di soggettivismo e relativismo, immersi come siamo nella cultura «liquida» della postmodernità, esposti al rischio di veder svanire tutti gli strumenti in grado di assicurare una valutazione morale, il paradigma storico può ancora costituire la chiave di lettura principale? Oggi, anche come Chiesa, non rischiamo forse di essere troppo immersi nella storia e incapaci di dotarci di punti di riferimento stabili, in grado di orientare un’umanità moralmente sbandata”.

CORRIGE

La valutazione della “cultura storica” – che sarebbe alla base del pensiero di Francesco – è fatta in modo capovolto rispetto al tema. Infatti, a fronte del soggettivismo e del relativismo la cultura “storica” è precisamente una risposta “non-metafisica”, per non scivolare nella insensatezza di una metafisica priva di rapporto con la realtà. Valli non si accorge – per carenza di riferimenti e di categorie – che mette da una parte soggettivismo e relativismo e dalla stessa parte il pensiero storico. Come se fosse il vecchio pensiero metafisico il solo a poter resistere al soggettivismo e al relativismo. In realtà tra metafisica e relativismo c’è una segreta alleanza. Solo il pensiero storico, la “teologia del popolo”, il “primato della realtà sulla idea”, la tradizione corporea della Scrittura e del Sacramento possono contrastare la deriva soggettivistica, cosa che non può più fare la vecchia metafisica. Valli attribuisce al papa le idee di coloro che il papa vuole combattere e superare, ma con una strategia che Francesco sa dover essere ben diversa e più profonda rispetto a quel giochino semplicistico con cui Valli pensa che solo il “pensiero classico” possa vincere il pensiero debole.

5) Quale sfida per la Chiesa?

ERRATA

“Smascherare la visione «liquida» della realtà umana e tornare a rivendicare per l’uomo la facoltà di «ritrovare l’intelligibilità, l’ordine, la luce delle cose, il loro essere riflesso del Verbo e perciò del Padre che le ha chiamate a vita». Ecco la sfida drammaticamente davanti a tutti noi, a maggior ragione al credente, nel tempo della società liquida. Tuttavia Francesco non sembra interessato ad assumere questa sfida.”

CORRIGE

Per fortuna Francesco non è interessato alle sfide che gli preconfeziona Valli, con un semplicismo che rivela – mi si perdoni – anche un tantino di presunzione. Non si tratta, infatti, di “smascherare la visione liquida” – per restaurare un ordine “solido” perduto – ma di recuperare un rapporto con la realtà vissuta, così come è vissuta, senza pretendere di recuperare una società o un soggetto “all’antica”. A me pare che Francesco si lasci alle spalle lo stile ottocentesco della Chiesa antimoderna, che può interpretarsi solo “senza libertà” e “senza soggetto”. Può esservi Dio – secondo quella visione superata – solo senza libertà e senza soggetto. In questa trappola Valli rimane segregato con soddisfazione e credo anche con parziale inconsapevolezza. Sembra, a leggerlo, che davvero per lui – come per qualche altro tradizionalista magari più scatenato di lui – non sia possibile altra Chiesa che quella ottocentesca. Valli può anche parlare talvolta il linguaggio del Vaticano II, ma il suo canone resta quello tridentino e vaticano primo.

6) Dei diritti e dei doveri

ERRATA

“La sua teologia, così, sembra ridursi a una teologia dei diritti che esclude, o lascia in secondo piano, i doveri.”

CORRIGE

Questa è forse una delle perle più luminose delle menzogne che Valli ha imparato ingenuamente dalle teste di legno dei tradizionalisti. Francesco prende sul serio il Concilio Vaticano II e la acquisizione della libertà di coscienza, sancita da Dignitatis Humanae, documento di cui Valli forse non ha neppure sentito parlare. Francesco ha imparato la lezione che viene dal quel documento, non a caso odiatissimo dai lefebvriani. Quel documento chiede che i “diritti” siano presi sul serio. Quanto faticano su questo punto molti ecclesiastici, educati come sono stati al sacro sospetto verso il termine stesso “diritto soggettivo”! Francesco conosce bene i limiti dei diritti soggettivi, ma sa altrettanto bene che se non li si prende sul serio, e fino in fondo, non si riesce a parlare con nessuno. Il Dio oggettivo che contrasta i diritti soggettivi è una immaginetta stantia, vecchia e polverosa, che Valli considera la “nuova frontiera” dell’azione ecclesiale. E mi chiedo: come si può dire che Francesco privilegia i diritti ed esclude i doveri? Delle due l’una: o per mancanza di riflessione o per mancanza di onestà. Escludo recisamente la seconda e non mi resta che la prima ipotesi. Ma perché scrivere come se si parlasse di una “verità oggettiva”, mentre si ha in testa solo una vaga sensazione soggettiva, infondata e confusa? Non ha mai pensato, Valli, proprio da vaticanista, che la deontologia professionale si applica non solo alle indulgenze, ma anche al papa? E che, con il suo stile contraddittorio, rischia di essere una delle cose più “liquide” di cui si possa fare esperienza, da quando Bauman ne ha parlato?

7) Il pasticcio sulle indulgenze

ERRATA

“Non è un caso che l’anno santo della misericordia voluto e indetto da Francesco sia il primo della storia dal quale è quasi sparita l’idea di indulgenza, cioè della remissione della pena temporale da scontare nella vita eterna a causa dei peccati commessi, una remissione che può essere plenaria, cioè totale, oppure parziale, e si può ottenere a determinate condizioni fissate dalla Chiesa. L’indulgenza ci ricorda che c’è un aldilà e che nell’aldilà ci può essere una pena da scontare. Ci ricorda dunque che ci sarà un giudizio da parte di Dio. Concetto scomodo per una spiritualità light. Meglio rimuoverlo”

CORRIGE

Questo ultimo passo meriterebbe di essere incorniciato. E’ una sequenza di menzogne e di vecchi arnesi da fare impressione. Intanto Francesco parla di indulgenza, della parola e della idea, e un giornalista dovrebbe aver letto Misericordiae Vultus prima di scrivere cose false. Poi Francesco non ripete le definizioni classiche, ma ripensa a fondo la indulgenza, anche perché già Paolo VI e poi Giovanni Paolo II ne avevano mutato disciplina e dottrina. Poi viene una definizione delle indulgenze da far cadere le braccia e di fronte alla quale la reazione di Lutero potrebbe definirsi moderata; infine ci imbattiamo nel “salto mortale” tra indulgenze e relativismo. Un pensiero “relativistico” – secondo Valli – rimuove le indulgenze, mentre se si parla di indulgenze si mantiene aperta l’escatologia…questo pensa il nostro bravo giornalista, e per fortuna non ha applicato lo stesso alto ragionamento al “velo” femminile o alla talare del prete. Ma mi chiedo: è da questa cattedra che Valli pensa di spargere dubbi su Francesco? Con le frottole e con una riverniciata ai pezzi da museo? Chi può seriamente parlare di indulgenza in questo modo? Una pastorale delle indulgenze plenarie e parziali dovrebbe essere ritenuta un “nuovo traguardo” di una Chiesa veramente all’altezza? Ma in quale incubo vorrebbe farci risvegliare il nostro bravo giornalista?

Concludendo

Mi dispiace aver dovuto presentare questo catalogo di cose false. Ma è necessario per l’insolito rilievo che le parole senza pretesa di un giornalista hanno assunto nel dibattito mediatico. Le virgolette di Valli sono tutte verificabili, direttamente sul suo blog. E tutte cercano di rappresentare in modo falso e gravemente distorto il pensiero di Francesco. Valli dice di essere preoccupato. Lo sono anche io. Ma non per il vero Francesco, che dorme sonni tranquilli e apre prospettive serene. Sono preoccupato per questo bisogno di costruire caricature maldestre e distorte del papa, sulla base delle quali si cerca di portare gli altri a sdegnarsi per “fatti” che si rivelano menzogne senza fondamento.

E mi chiedo, infine: i “profeti di sventura”, nel loro esercizio di clericalismo, debbono essere necessariamente in “colletto romano”? E mi rispondo: no, in giacca e cravatta la chiusura clericale non raramente riesce anche meglio. Siamo in tempi tanto avventurosi e belli, nei quali una sana laicità si incontra più difficilmente nei patres familias che nei summi pontifices.Mirabile dictu.

fonte: http://www.cittadellaeditrice.com/munera/errata-corrige-il-francesco-dei-tradizionalisti-e-quello-vero/
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