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Il dragone e l'aquila: le potenze del capitalismo politico, di Alessio Mulas

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 08/10/2020 16:59
Lo scontro tra Cina e Stati Uniti passa dal dominio del mare, dalla guerra commerciale, dalla potenza di Huawei nelle telecomunicazioni, dal tentativo cinese di autonomia strategica nell’ambito dei semiconduttori. Intervista ad Alessandro Aresu, direttore della Scuola di Politiche e consigliere scientifico di Limes…

Negli ultimi mesi i rapporti tra Usa e Cina sono peggiorati notevolmente, o forse è emersa l’inimicizia che prima era coltivata per tacite vie. Eppure il presidente Trump e il segretario di Stato Pompeo sembrano non autori ma interpreti dello scontro in atto. Perché l’ostilità emerge soltanto ora?

Se Donald Trump ne fosse autore, l’evento scatenante sarebbe la guerra commerciale, a seguito del supporto decisivo ricevuto nelle elezioni del 2016 dalla classe della ex manifattura statunitense. Ma concordo, non è autore. E la guerra commerciale è solo un’appendice rispetto al conflitto tecnologico. Quindi l’emergere dell’ostilità riguarda la ricerca cinese di autonomia strategica nell’ambito dei semiconduttori, con il piano Made in China 2025, e l’azione statunitense per fermare Pechino. Inoltre, riguarda la fase in cui il 5G passa dalla potenza all’atto, con le decisioni degli alleati degli Stati Uniti sul futuro dei loro apparati di telecomunicazioni. Questi sono gli eventi veramente rilevanti. L’epidemia di coronavirus funziona come un acceleratore dell’ostilità.

Un capitolo di questo scontro passa necessariamente dal mare, il cui dominio da parte degli Usa non è mai stato messo in discussione. Oggi la Cina non può minare l’egemonia statunitense sui mari, le mancano le due armi fondamentali: una marina sufficientemente forte e un’adeguata struttura di geodiritto. Cosa intendiamo con questo termine?

Anzitutto, è vero che il dominio militare dei mari degli Stati Uniti non è in discussione, ma visto che le risorse della superpotenza sono limitate ci sono ambiti dello “scettro di Tritone”, che coinvolgono per esempio la filiera del commercio marittimo e i cavi sottomarini, che non sono controllati da Washington in termini assoluti. Questo elemento va tenuto in considerazione, anche se la principale debolezza della Cina sta nei pessimi rapporti con la stragrande maggioranza dei suoi vicini. Per quanto riguarda il “geodiritto”, io riprendo questo termine come omaggio a uno dei direttori della collana che ha pubblicato il mio libro, Krisis della Nave di Teseo, oltre al mio maestro Massimo Cacciari: Natalino Irti, che è un grande protagonista della cultura italiana, a mio avviso il maggiore giurista italiano vivente e sicuramente quello che ha la più spiccata sensibilità filosofica. Se uno legge quella che definirei la sua “trilogia” (L’ordine giuridico del mercatoNorme e luoghiLa tenaglia) trova un’infinità di spunti per pensare il nostro tempo, in libri scritti venti o dieci anni fa. Bisogna sempre pensare insieme, secondo me, alle letture che ti segnano e ai maestri che incontri per strada: altrimenti, che senso avrebbe la vita?  

Riprendo da Irti il concetto, ma ne allargo la portata: ha a che fare con l’uso di strumenti normativi e procedimenti amministrativi che creano o corrispondono a un impatto geopolitico, grazie a una serie di apparati deputati a questa funzione. Ho studiato, in questo libro e in altre sedi, questo impianto impressionante costituito dagli Stati Uniti, sostanzialmente a partire dal 1917 col Trading with the Enemy Act.

L’arte della guerra statunitense è stata, ed è, anche la creazione di questi strumenti “eccezionali” che non vengono mai aboliti, bensì ripensati, e costituiscono poteri straordinari di condizionamento in due ambiti principali: il sistema finanziario, attraverso la relazione tra il ruolo del dollaro, i rapporti interbancari e l’occhiuto apparato sanzionatorio degli Stati Uniti (potere di esclusione dal sistema finanziario); la supply chain della tecnologia, attraverso l’uso di strumenti che ho descritto nel libro e abbiamo imparato a conoscere di recente, gli ordini esecutivi presidenziali che dichiarano una “emergenza nazionale” per ragioni di “sicurezza nazionale” e delegano agli apparati del Dipartimento del Commercio (BIS) l’identificazione delle imprese nemiche per cui il flusso del mercato viene sospeso, sostituito dalla decisione politico-amministrativa: questo è il caso che abbiamo visto su Huawei, TikTok e Tencent, assieme a una serie di procedimenti giudiziari collegati che vanno monitorati. 

Il “geodiritto” mostra che il mondo del diritto, in questo senso, è molto più ricco di quanto pensiamo, e nei miei studi cerco di riportare anche nel nostro contesto i dibattiti molto accesi che ci sono sui temi di national security law negli Stati Uniti. Tanto, come abbiamo visto nelle vicende del cosiddetto “golden power”, questi aspetti rientrano comunque dalla finestra anche a casa nostra.

Ne Le potenze del capitalismo politico analizzi i due paesi alla luce di una nuova categoria, quella di “capitalismo politico”. Nella tua interpretazione, essa è un dispiegarsi del capitalismo, un momento della sua dialettica storica, oppure un ripiegarsi del capitalismo nell’illusione che i suoi perenni nemici, lo Stato e i monopoli economici, gli permettano di sopravvivere a questa fase storica?

Branko Milanovic, mentre scrivevo il mio libro, ha scritto un libro molto importante dal titolo Capitalism, Alone, sostenendo che oggi il capitalismo è il sistema che domina il mondo. Quello che io cerco di mostrare è che il sistema che domina il mondo è il capitalismo politico, o meglio la variante di due sistemi incentrati su uno stretto rapporto tra economia e politica, sull’abbattimento dei loro confini, sulla costruzione in termini differenti, in una democrazia e in un sistema autoritario, di complessi militari-tecnologici. 

I cinesi non parlano di capitalismo ma definiscono il loro sistema “socialismo con caratteristiche cinesi”, anche se i riferimenti al mercato sono frequenti perfino nella retorica. Attraverso Schumpeter e le sue letture contemporanee (compresa quella di Peter Thiel), cerco anche di mostrare come le distinzioni rispetto a caratteristiche socialiste, soprattutto in temi che riguardano le strutture burocratiche, non siano essenziali. Non sono un determinista ma cerco di guardare ai rapporti di forza nella situazione presente. E i rapporti di forza dicono che Amazon non è la Compagnia delle Indie Orientali, Jeff Bezos è l’uomo più ricco del mondo ma il suo telefono può essere hackerato dal principe ereditario saudita, e non può complottare contro l’esercito degli Stati Uniti. Deve collaborare con quella forma di potere, perché gli piace, perché può farlo, ma soprattutto perché deve farlo. Il capitalismo cinese, se con esso identifichiamo poteri finanziari o industriali indipendenti dal Partito, non può niente contro il Partito: se tocca il cuore del suo potere e della sua legittimazione, l’imprenditore più ricco o più potente viene spazzato via.

L’ascesa della Cina è dovuta tanto a un complesso sistema di equilibri interni, quanto alla sua capacità di aprirsi alle possibilità della tecnica, che in Occidente trova ancora la resistenza, seppur debole, dei rimasugli delle nostre vecchie metafisiche. Come è possibile che il pensiero cinese si sia adattato così in fretta al nuovo mondo?

La “filosofia” dominante è a mio avviso la continuità della storia e della civiltà cinese retta dal Partito Comunista Cinese. Il Partito è la bussola del sistema cinese. Lo è sempre stato, lo è ancor più sotto Xi Jinping. Il Partito si pensa come garante dello sviluppo economico, tecnologico e civile della società cinese. L’onnipresenza del Partito è conflittuale rispetto a ogni elemento che tenta di mettere in crisi la sua presa assoluta, che viene ritenuto influenza esterna, ovvero americana, e soprattutto volontà di rendere la Cina ciò che non è. Il Partito è la realtà che spiega alla Cina “come si diventa ciò che si è”, e per questo è un elemento di continuità della civiltà cinese, al contrario della prima fase della Repubblica Popolare in cui non c’era questa pretesa, ma quella fallimentare di sradicare il passato. La “filosofia” è questa esigenza di continuità. 

Gli studiosi, finito per via della realtà il dibattito sulla democrazia in Cina e il dibattito sull’impossibilità dei sistemi autoritari di generare innovazione, dibattono sul punto di rottura di questo sistema, dal punto di vista economico o, più probabilmente, demografico. Ma oggi è veramente difficile pensare la Cina senza pensare il Partito, entità che tuttora non conosciamo a sufficienza.  

*Alessandro Aresu  è consigliere scientifico di “Limes” e direttore scientifico della Scuola di Politiche. Per “Limes” e altre riviste ha redatto decine di studi sul capitalismo in Italia e in Europa, sul conflitto tecnologico tra Stati Uniti e Cina, sulle aziende partecipate dallo Stato italiano, sulla geopolitica della tecnologia, della difesa e della sicurezza nazionale. Ha collaborato e collabora con numerosi quotidiani e riviste, tra cui “L’Espresso”, ed è stato consulente di varie istituzioni italiane.

https://www.lintellettualedissidente.it/controcultura/esteri/dragone-aquila-le-potenze-del-capitalismo-politico/

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