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Il (dis)ordine mondiale. Storia ed attualità della lotta per l’egemonia globale, di Gianluca Bertolin

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 06/05/2019 15:48
Visione d’insieme delle complesse dinamiche in atto per l’affermazione dell’egemonia politica economica da parte delle potenze tecnologicamente evolute, in particolare U.S.A., Russia e Cina…  

 La morte del Leviatano e dell’individuo come essere umano

Esaminando la realtà globale occorre anzitutto rilevare che la dicotomia pubblico/privato, sulla quale è stata costruita la civiltà occidentale moderna, è morta.

Il Leviatano un tempo era un soggetto pubblico, contro il quale era stato costruito il diritto costituzionale, per proteggere l’individuo vivo, la proprietà privata, la privacy, la nostra entità o la persona rispetto alle potenziali deviazioni del potere concentrato; con la fine della guerra fredda e la pressoché definitiva affermazione del modello capitalistico neo liberale di matrice statunitense, il rapporto di forza fra pubblico e privato è pressappoco ovunque radicalmente mutato.

Ed infatti, abbandonata la lotta ai regimi monopolistici, alle grandi corporazioni in grado di controllare molteplici settori fondamentali – dall’editoria alla fornitura di servizi Internet (vedi Google), dalla farmaceutica all’alimentare (vedi Monsanto) ecc. – il divario di potere economico fra queste e gli stati è divenuto col tempo talmente ampio, che in quasi nessuna realtà appartenente al cd. “Occidente democratico” le scelte che oggi vengono fatte possono essere più considerate strettamente politiche.

Le costituzioni hanno subito diffusamente una progressiva trasformazione in chiave tecno-fascista, finalizzata ad accentuare il potere esecutivo, favorendo la governabilità sulla democrazia o, più chiaramente, la soggezione della politica alla mera esecuzione delle volontà economiche dei grandi privati.

Nell’occidente europeo, la supremazia del privato sull’autorità pubblica è stata con evidenza favorita ed accelerata dal progressivo depotenziamento della sovranità statale nell’ambito del processo di rafforzamento dell’Unione Europea. In particolare, l’apice di questo processo è rinvenibile nell’adozione della moneta unica, ossia nel passaggio da un sistema di stati sovrani, in grado di erogare il proprio valore di scambio in base alle esigenze della propria economia, a un Sistema di Stati che, pur essendo strutturalmente molto diversi, sono stati:

  • posti in rapporto di interdipendenza reciproca attraverso l’obbligo di attestare, entro regimi fissi determinati annualmente, il rapporto produttività/indebitamento (c.d. deficit / pil), con l’obiettivo di mantenere stabile e forte il valore dell’euro;
  • sottoposti alla potestà monetaria dalla Banca Centrale Europea la quale emette le banconote (o, più in generale, la base monetaria, che include anche le riserve costituite dalle banche su conti presso la banca centrale) e le fornisce non direttamente agli stati affinché le spendano in beni e servizi per la collettività (per mezzo delle rispettive banche centrali nazionali) ma alle banche commerciali, in forma di prestito, determinando una strutturale sottrazione netta di risorse nell’economica reale. A titolo esemplificativo, infatti, si consideri l’inasprimento dei criteri di accesso al prestito registratasi in questi anni, nonostante le imponenti immissioni di liquidità della BCE (c.d. quantitative easing, le crisi determinate dalle attività speculative da esse realizzate venendo meno al fondamentale ruolo pubblico assegnatogli e, non in ultimo, la particolare natura ibrida della moneta bancaria, a metà fra rendita e capitale da signoraggio. Tutto ciò viene aggravato, peraltro, dall’annoso problema delle agenzie di rating, in grado ormai di manipolare il destino di interi Paesi.

Le problematiche sin qui evidenziate, tuttavia, non sono sufficienti a spiegare la deriva intrapresa dai molti Paesi dell’Europa occidentale, in particolare quelli del mediterraneo (Italia, Grecia e in misura minore Spagna e Portogallo).

Infatti, devono altresì considerarsi:

  • i problemi demografici (riduzione delle nascite e invecchiamento della popolazione);
  • l’incapacità di adeguare il proprio sistema di istruzione e inserimento nel mercato del lavoro alle mutate condizioni economiche dell’eurozona e dei Paesi limitrofi;
  • l’incapacità di cogliere l’opportunità rappresentata dai migranti economici provenienti dal c.d. terzo mondo.

Il loro cumulo ha determinato l’impossibilità di ottemperare alle esigenze della società moderna e, dunque, la necessità di rimettere l’erogazione di un crescente numero di servizi essenziali e protezioni sociali sia a nuove forme organizzative di comunità (settore no profit o terzo settore), sia a società commerciali private, dunque agenti secondo le logiche del profitto che, notoriamente, mal si conciliano con le esigenze delle fasce più deboli della popolazione. In definitiva, nell’Europa mediterranea si è registrato negli anni un graduale passaggio da un sistema di welfare state che presentava molti punti di contatto con quelli “omnicomprensivi” dei Paesi ricchi del nord Europa (Svezia, Danimarca e Norvegia) a un welfare State che presenta sempre maggiori punti di contatto con quello “poveroliberale adottato in Regno Unito, Stati Uniti, Nuova Zelanda e Canada.

Per l’individuo, tutto ciò si è tradotto in un passaggio forzato da una realtà in cui era oggetto di ampie tutele in quanto essere umano, ad una in cui vale esclusivamente in qualità di fonte di produttività/categoria merceologica, ossia in cui è possibile conquistare i propri diritti ed ovviare allo stato di bisogno nel quale lo induce costantemente il sistema, producendo ricchezza.

Seppur con diverse sfaccettature, determinate dalla pluridecennale esperienza comunista, anche Russia e Cina hanno intrapreso una graduale trasformazione in chiave capitalistica e concorrono con gli U.S.A alla lotta per l’egemonia globale.

Lo scacchiere globale e le minacce derivanti dal cambiamento climatico

La partita per l’egemonia si gioca in diversi “quadranti” del mondo:

  1. l’Europa in quanto potenza industriale, ago della bilancia nello scacchiere internazionale ed aspirante competitor;
  2. i Paesi emergenti dell’America Latina;
  3. il Medio Oriente, ricco di petrolio e giacimenti di gas;
  4. l’Africa sub-sahariana, per la grande disponibilità di terre inabitate e risorse naturali.

L’interesse per questi ultimi tre “quadranti” e per lo sviluppo di sistemi di controllo sociale massivi e penetranti, nascono con evidenza dalle seguenti consapevolezze:

  • le risorse sul pianeta si esauriscono sempre più velocemente di anno in anno;
  • nell’immediato futuro i cambiamenti climatici metteranno a repentaglio l’ambiente, dunque: la prosperità economica, gli sforzi per ridurre la povertà, lo sviluppo sostenibile e, più in generale, la pace, la stabilità e la sicurezza mondiali.

Di ciò si era già consapevoli nel 2008; in particolare, nella relazione congiunta su cambiamento climatico e sicurezza internazionale, predisposta dalla Commissione e dall’allora Alto Rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune dell’ONU, Javier Solana, sono stati descritti i cambiamenti climatici come «moltiplicatori di minacce», che esacerbano tendenze, tensioni e instabilità esistenti e individuati una serie di possibili rischi:

  • conflitti causati da esaurimento delle risorse, per riduzione dei seminativi, diffusa carenza idrica, diminuzione delle scorte alimentari e ittiche, aumento delle alluvioni e siccità prolungate. Sulla base dei dati scientifici, i cambiamenti climatici modificheranno i regimi delle precipitazioni e ridurranno ulteriormente dal 20 al 30% la disponibilità di acqua dolce in talune regioni. Il rischio di conflitti sarà particolarmente elevato nelle situazioni già fragili o dove l’accesso a tali risorse è politicizzato;
  • danno economico e rischio per le città costiere e le infrastrutture critiche, come le attrezzature portuali e le raffinerie petrolifere, per l’aumento del livello del mare e della frequenza ed intensità delle calamità naturali.

È stato calcolato che uno scenario immutato nell’affrontare i cambiamenti climatici potrebbe costare all’economia mondiale fino al 20% del PIL globale all’anno, mentre il costo di un’azione concertata efficace può essere limitato all’1%;

  • aumento delle controversie in materia di frontiere terrestri e marittime e di altri diritti territoriali, dovuti alla perdita di territorio per l’arretramento dei litorali e la sommersione di vaste aree o allo sfruttamento di risorse precedentemente non utilizzabili, per esempio nelle regioni polari;
  • migrazione provocata da cause ambientali. Quelle parti delle popolazioni che già soffrono per le precarie condizioni sanitarie, la disoccupazione o l’esclusione sociale sono rese più vulnerabili agli effetti dei cambiamenti climatici, che potrebbero amplificare o provocare la migrazione all’interno dei Paesi e tra i Paesi, aumentando i conflitti nelle zone di transito e di destinazione;
  • tensione per l’approvvigionamento energetico. Poiché gran parte delle riserve mondiali di idrocarburi si trova in regioni vulnerabili agli impatti dei cambiamenti climatici e poiché molti stati produttori di petrolio e gas devono già far fronte a notevoli sfide socioeconomiche e demografiche, l’instabilità è destinata a crescere. Un eventuale ricorso più ampio alle attività nucleari finalizzate alla produzione di energia potrebbe suscitare nuove preoccupazioni in materia di proliferazione, nel contesto di un regime di non proliferazione che si trova già sotto pressione.

Essendo falliti in questi anni tutti i tentativi di impedire l’innalzamento delle temperature al di sopra del grado e mezzo, e valutando come assolutamente probabile la possibilità che fallisca anche il tentativo di contenerlo entro i due gradi, le maggiori potenze del globo hanno progressivamente implementato gli investimenti militari sia per l’attacco, sia per la sicurezza e difesa, tanto da minacce esterne quanto più da rivolte interne che possano destabilizzare lo status quo.

La strategia statunitense: dividi et impera

L’approccio seguito dalle tre super potenze in queste aree è stato fino ad ora profondamente diverso.

Quello degli U.S.A, indubbiamente, è risultato negli anni maggiormente interventista; un’applicazione, in chiave moderna, della consolidata strategia romana del “Dividi et Impera”, attraverso una variegata tipologia di attacchi economici e militari elaborati in considerazione delle caratteristiche del Paese vittima. Essi hanno determinato, nella migliore delle ipotesi, profonde disuguaglianze sociali, nella peggiore l’assoggettamento della popolazione ad un gravissimo stato di deprivazione di diritti e bisogno.

Destabilizzare la politica, l’economica e finanche annientare militarmente un Paese estero, con lo scopo di assoggettarlo alla propria influenza e depredarne le risorse economiche sotto forma di materie prime, aziende private e pubbliche, eroganti anche servizi essenziali per la collettività, in precedenza forniti a basso costo,  sono obiettivi che gli U.S.A. perseguono sia per ovviare alle crisi in cui il loro modello economico incorre ciclicamente, nella corsa forsennata all’avere di più, sia per affermare la propria egemonia politica/economica. Da qui l’uso di termini come “neo imperialismo” e “guerra asimmetrica”.

Precisamente, nei confronti di stati più deboli e non alleati, fino ai primi anni 2000 essa si è concretizzata per lo più in attacchi militari tradizionali per giustificare i quali si è ricorso anche alla creazione di fake news di stato, la cui massima espressione è rinvenibile nelle famigerate armi di distruzione di massa del regime iracheno di Saddam Hussein.

Per l’occasione, nel 2003, venne appositamente coniato il concetto di “Guerra Preventiva” ma quelle armi non furono mai trovate. Venne trovato invece il petrolio, ovviamente, e il Paese fu assoggettato a governi fantoccio che, non essendo in grado di gestire i conflitti interreligiosi che da secoli caratterizzano quell’area, la sprofondarono nel caos.

In questo crogiolo di guerre tribali, piccole bande armate strinsero alleanze, reclutarono adepti e si impossessarono di enormi arsenali abbandonati, divenendo presto in grado di espandere i conflitti anche ad aree che, originariamente, non erano state coinvolte e dare origine ad una nuova e ramificata organizzazione terroristica denominata ISIS (l’auto proclamato Califfato Islamico).

L’assurdità di questi eventi è evidenziata dal fatto che mentre la Kuala Lumpur War Crimes Commission – fondata nel 2007 da Mahathir Mohamad, ex premier della Malesia – aveva già accertato le responsabilità dell’amministrazione Bush e Blair per il delitto di genocidio e crimini contro la pace e l’umanità per il secondo conflitto in Iraq, in occidente la possibilità di condurre i due ex premier ed altri personaggi, quali Donald Rumsfeld e Dick Cheney, innanzi alla corte penale internazionale per crimini di guerra, era rimasta un’ipotesi talmente vaga che, nel frattempo, l’opera di destabilizzazione era stata estesa alla Libia e ad altri Paesi del Mediterraneo, mutando forma.

Dal 2008, infatti, la guerra tradizionale era divenuta desueta a fronte dei suoi ingenti costi, delle ripercussioni politiche che da essa erano derivate, nonché, ma in ultimo, delle sanzioni che sarebbero potute essere irrogate da organi internazionali. Il finanziamento di organizzazioni terroristiche già esistenti sul posto, o addirittura appositamente costituite, da parte delle agenzie di intelligence è divenuta quindi una delle modalità privilegiate per conseguire risultati “illeciti” in territori stranieri, al punto che oggi può affermarsi senza remore che il terrorismo, inteso come uso di violenza illegittima, finalizzata a incutere terrore nei membri di una collettività organizzata e a destabilizzarne o restaurarne l’ordine, è pratica che l’occidente “democratico” conosce benissimo e, anzi, di cui potremmo dire che detiene il copyright.

Lo scopo evidente di questi eventi era:

  • mantenere il controllo sulle aree, fomentando il conflitto fra le correnti interne dell’Islam, rappresentate dall’Arabia Saudita (sunnita), l’Iran (sciita), e la Turchia di Erdogan (l’outsider sunnita che ha probabilmente guadagnato di più dalla guerra in Siria giacché, pur avendo contribuito a lungo a fomentarla, dal fronte europeo, nelle fasi terminali del conflitto, ha ottenuto imponenti finanziamenti per fungere da muro contro “l’invasione” dei migranti e, dal fronte euroasiatico, un avvicinamento all’Organizzazione di Cooperazione di Shanghai a fronte della collaborazione nella stabilizzazione dell’area);
  • evitare il processo di federalizzazione europeo, il quale avrebbe reso sempre più indipendenti i singoli Stati dall’influenza Statunitense ed elevato il vecchio continente a super potenza industriale in grado di mettere in discussione la lotta a tre per l’egemonia.

Se era evidente già da anni che di questa Europa si sono avvantaggiate esclusivamente Francia, Germania ed Inghilterra, in virtù del maggior peso politico attribuitogli a fronte della ritenuta maggior solidità della loro economia rispetto a quella degli altri Stati membri, è stato durante i recenti conflitti in Medio Oriente che si è svelata del tutto la loro natura di sabotatori del progetto europeo. Ed infatti, solo grazie all’appoggio di queste nazioni (e dell’Arabia Saudita), e al colpevole silenzio di altri governi dell’U.E. compiacenti, gli U.S.A. hanno potuto effettuare la sistematica opera di destabilizzazione del medio oriente dalla quale sono scaturiti i mastodontici flussi migratori che hanno condotto l’Europa allo stato politico ed economico attuale, vanificando del tutto il processo di federalizzazione in atto ed esponendo ulteriormente a gravi crisi le già fragili economie dei Paesi di frontiera come la Grecia e l’Italia.

Nei Paesi che si “limitano” ad essere “politicamente e/o economicamente non allineati” e in cui aggressioni dirette non risultano possibili, infatti, le tradizionali modalità statunitensi per accrescere la propria influenza sono minacce e corruzione di funzionari pubblici, attacchi economici come embarghi e speculazioni finanziarie, campagne mediatiche ad hoc propagandate attraverso media, organizzazioni come la Ned-National Endowment for Democracy. A ciò si aggiungano gli attacchi condotti per mezzo del cyberspace giacché, come si dirà in seguito, l’evoluzione tecnologica ha reso la guerra ancor più efficace ed asimmetrica.

Del resto non ha senso entrare apertamente in conflitto con un Paese quando è possibile affamarne la popolazione, orientarne il voto e finanche indurla alla guerra civile, attraverso le condizioni capestro poste da banche e organizzazioni sovranazionali, e le informazioni faziose divulgate dai media.

La combinazione delle tecniche varia ovviamente a seconda che l’obiettivo sia dividere una nazione, sfruttando il desiderio di maggiori aperture democratiche di parte della popolazione (così ad esempio per le cc.dd. “primavere arabe”), o impedire il processo di socializzazione ed indipendenza economica, come nel caso di Cuba, del Venezuela di Maduro, soggette entrambe ad embarghi criminali che hanno creato gravissime crisi umanitarie, e del Brasile.

Qui, la destituzione nel 2015 del presidente Dilma Rousseff, esponente del partito dei lavoratori, la paura che il “comunismo” potesse innescare il medesimo disastro venezuelano e le inchieste di corruzione che hanno colpito i principali partiti, hanno avuto un ruolo determinante nell’insediamento del governo di estrema destra del premier Bolsonaro.

Nel complesso scenario latino americano, come si dirà penetrato fortemente dalla Cina e dalla Russia, questa vittoria costituisce una eccellente opportunità per gli U.S.A. di ristabilire la propria influenza. Il premier brasiliano gode infatti sia del sostegno degli imprenditori e dei latifondisti, che apprezzano il suo orientamento liberista, la promessa di abolire il ministero dell’Ambiente, uscire dagli accordi sul clima di Parigi e lasciar mano libera allo sfruttamento economico delle zone protette dell’Amazzonia; sia del ceto medio-basso, impoverito dalla crisi economica, preoccupato dagli alti tassi di criminalità e caratterizzato per lo più da un orientamento religioso conservatore che rifiuta il matrimonio omosessuale e l’aborto. La vanificazione dei risultati sociali ed internazionali conseguiti dai predecessori Lula e Dilma pare quindi tutt’altro che ipotetica; sul futuro del Brasile, si staglia nuovamente l’ombra neo liberista caratterizzata, come da tradizione ormai, dallo sfruttamento selvaggio della manodopera e dell’ambiente.

I mutati rapporti con l’Ecuador e l’arresto di Juliane Assange

Dal suo insediamento nel 2017, il presidente ecuadoregno Lenín Moreno ha completamente rivisto l’approccio internazionale che aveva portato il Paese a integrare l’asse anti-imperialista e anti-neoliberista sudamericano capeggiato dal Venezuela di Hugo Chávez; un movimento di cui il fondatore di WikiLeaks è diventato emblema. La linea politica dell’Ecuador di Moreno passa infatti per un riavvicinamento agli Stati Uniti, primo partner commerciale dello Stato sudamericano. Ne è riprova l’allineamento al fronte di Usa e soci regionali contro il Venezuela di Maduro.

L’Ecuador ha quindi riconosciuto l’autoproclamato presidente Juan Guaidó, il quale ha poi visitato la capitale Quito nel tour fra Stati vicini che ha sfidato il divieto imposto dal Tribunale Supremo (controllato dai chavisti).

E’ in questo drastico cambio di rotta dell’Ecuador, definito senza mezzi termini dall’ex Presidente Rafael Correa: “un ritorno a una politica servile e remissiva verso l’Occidente”, che può quindi rinvenirsi la matrice dell’arresto di Juliane Assange, effettuato per conto degli Usa dalle autorità britanniche.

Il fondatore di WikiLeaks Julian Assange, infatti, è stato espulso e privato dell’asilo dall’ambasciata dell’Ecuador a Londra, dove aveva trovato asilo nel 2012 per sfuggire a un mandato d’arresto internazionale emesso dalla Svezia (che poi ha ritirato le relative accuse a metà 2017).

Washington ha accusato formalmente il giornalista/attivista di cospirazione volta all’intrusione informatica (ciberpirateria) richiedendone l’estradizione al Regno Unito, nonostante l’ulteriore reato da questi ultimi contestato.

Cambiando decisamente rotta rispetto al predecessore Obama che, in ossequio alla libertà di stampa aveva fatto buon viso a cattivo gioco, l’amministrazione Trump ha quindi optato per la linea dura, imputando però ad Assange un reato che non rientra formalmente fra quelli di spionaggio.

In ogni caso, lasciano pochi dubbi i capi d’imputazione trapelati a fine 2018 dal dipartimento di Giustizia relativi alla diffusione da parte di WikiLeaks di dati sensibili dal 2010, anche in occasione delle elezioni presidenziali statunitensi del 2016. Senza contare le esternazioni del 2017 dell’allora capo della Cia – Mike Pompeo, oggi segretario di Stato – che aveva definito WikiLeaks una “agenzia d’intelligence ostile” agli interessi nazionali. E del procuratore generale Usa Jeff Sessions, che a metà 2018 dichiarava l’arresto di Assange una priorità.

L’arresto del giornalista/attivista, dunque, segna non solo la fine delle ipocrisie sulla tutela della libertà negli U.S.A. ma getta ulteriore profondo sconforto sul futuro di Internet. Venendo meno il contributo del fondatore del principale portale di whistleblowing al mondo, e probabilmente dei suoi stretti collaboratori, non vi sarà praticamente alcun freno alle prassi orwelliane adottate dalle super potenze e che verranno accennate in seguito.

Il nemico del mio nemico è mio amico: la collaborazione fra Russia e Cina

All’aggressiva politica estera statunitense, Pechino e Mosca hanno sapientemente contrapposto quella della cooperazione, fondata cioè sulla concessione di tecnologie, finanziamenti ed armamenti a molti Paesi latino americani, africani e medio orientali in cambio dello sfruttamento di risorse naturali ed infrastrutture.

Si pensi ad esempio all’accordo tra il governo di Pechino e quello angolano per la realizzazione, in cambio delle concessioni petrolifere del Paese africano, di Nova Cidade de Kalimba, una città composta da circa 750 edifici di otto piani, una dozzina di scuole e un centinaio di negozi, destinata ad ospitare 500 mila persone – per adesso ancora inabitata – nell’ottica di un’emigrazione di massa di lavoratori cinesi, da tempo pianificata dal governo Cinese e che coinvolgerà anche altri Paesi come Nigeria, Ciad, Sudan e Zambia.

Si pensi altresì al rafforzamento della collaborazione tra la Russia e gli stati dello spazio ex sovietico, seguito alle numerose crisi del Medio Oriente. Se il salvataggio della Siria dai tagliagole dell’ISIS e dai cc.dd. ribelli moderati finanziati dall’occidente, ha permesso a Mosca di implementare la propria reputazione a livello internazionale e guadagnare un rilevantissimo sbocco sul mediterraneo, le cc.dd. “primavere arabe” le hanno concesso invece l’opportunità di rafforzare i rapporti di collaborazione economica e difensiva con Armenia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan, nell’ambito dell’Org. del trattato di sicurezza collettiva (Csto), ed altresì con Cina e 4 “Stan” dell’Asia Centrale ex sovietica, più altri Paesi con statuto di “osservatore”, nell’ambito dell’Org. di cooperazione di Shanghai.

Si pensi, “infine”, alla penetrazione della Cina e della Russia in America Latina.

“Pechino è ormai da tempo il primo partner commerciale di quasi tutti i Paesi della regione e il sostegno finanziario cinese, tramite acquisti da aziende pubbliche di Paesi quali Brasile, Ecuador o Venezuela e investimenti diretti in Perù, Argentina e Cuba, tra gli altri, hanno rappresentato spesso un “salvagente” per le economie latinoamericane, tanto che il presidente dell’Uruguay Vázquez ha esortato recentemente i partner del Mercosur a cercare un accordo commerciale con Pechino e non con l’Unione Europea.

Mosca, invece, ha aumentato sempre più la sua presenza militare nella regione, inviando navi, compiendo operazioni di ricognizione e vendendo armi avanzate a costo inferiore rispetto a quelle statunitensi. Elicotteri, armi leggere ma anche caccia multiruolo Su-30 e caccia da superiorità aerea MiG-29M / M2 sono molto richiesti in America Latina.

In particolare, mentre i primi sono in dotazione all’aviazione venezuelana, i secondi sono in dotazione alle forze aeree di Cuba, storica alleata di Mosca, e del Perù.

Altri importanti partner consolidati di Mosca sono il Brasile e la Colombia mentre le relazioni con il Messico e l’Argentina sono in fase di sviluppo. Con quest’ultima, in particolare, nei mesi scorsi sono state delineate le prospettive per una cooperazione nel campo della produzione congiunta di attrezzature navali. La speranza russa è con evidenza quella di ampliare la propria potenza navale garantendosi col tempo appoggio logistico in quell’area del Pacifico”.

Nell’ottica di rimodellare l’ordine mondiale esistente, la Russia e la Cina non vogliono solo fornire tecnologia ai propri partner ma intendono delineare congiuntamente una strategia per contrastare lo smart power americano, tanto nella realtà materiale quanto in quella virtuale.

Conclusione

Una riflessione, seppur sintetica, sulle strategie poste in essere per la conquista dell’egemonia globale non può essere effettuata senza tenere in considerazione l’impatto che la digitalizzazione delle attività ha avuto a partire dagli anni ‘90 del secolo scorso; un impatto tale da determinare un nuovo paradigma della conflittualità, sussumibile nella definizione “cyber guerra asimmetrica”.

A questo ed ulteriori specifici aspetti quali sorveglianza di massa, digitalizzazione del capitalismo e cripto valute, verranno dedicate le seguenti parti della trattazione.

http://www.opiniojuris.it/il-disordine-mondiale-egemonia/#_ftn18

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