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Il direttore del carcere? Speriamo sia donna, di Carlotta Zavattiero

creato da Denj — ultima modifica 15/09/2015 09:27
Ben 86 prigioni italiane sono dirette da donne: preparate e tenaci, gestiscono realtà diffcili e combattono contro il pregiudizio. Ecco le loro storie, tra battaglie civili e delusioni. E qualche consiglio per il governo

 

Su 206 istituti penitenziari 86 sono diretti da donne, ma la cifra è in difetto perché molte sono direttori aggiunti, o vice. Perché così tante alla guida delle carceri italiane? Cosa le ha portate a lavorare nel settore più difficile della pubblica amministrazione? Una direttrice opera oltre tutto in un ambiente dove l’elemento maschile prevale anche fra i detenuti: le donne recluse, attualmente 2.857, rappresentano solo il 4,2% delle presenze, che in totale sono 66.685. A rendere più dura e pesante la vita delle direttrici donna – una di loro, Armida Miserere (cui si ispira un film, Come il vento, interpretato da Valeria Golino, di prossima uscita), si è persino suicidata – è il fatto che gli istituti di pena italiani, di frequente ubicati nel cuore delle città, sono cittadelle che rischiano di scoppiare: i detenuti sono troppi; 142,5%, è il tasso di affollamento, oltre 140 detenuti ogni 100 posti, che, rispetto al 99,6% della media europea, fa dell’Italia il Paese con le carceri più piene dell’Unione. Il personale è insufficiente. I dati dell’Osservatorio Antigone smascherano alcuni luoghi comuni: il deficit più critico non è quello della polizia penitenziaria, pari all’8,9%, bensì quello degli assistenti sociali, -35,1%, dei funzionari giuridico-pedagogici ossia gli ex educatori, carenti in percentuale del 27,2%, e dei dirigenti, vale a dire i direttori: 22,1% in meno rispetto alle necessità.

Molti di loro – spesso donne – hanno la reggenza di più istituti, un extra carico di lavoro per una professione già faticosa: un direttore deve essere disponibile 24 ore al giorno per tutto l’anno. L’ultimo concorso per assumere un vicedirettore è del 1997: il 70% dei vincitori erano donne.

Più preparate e tenaci. Le donne studiano di più: questo spiega la loro significativa presenza in un lavoro, cui si accede per concorso, ma che poi “cattura”. Caterina Zurlo, direttrice della casa circondariale di Piacenza, vive la professione in maniera totalizzante: «Ho sempre pensato che non fai il direttore del carcere, lo sei. Indipendentemente dal fatto della reperibilità totale, per qualunque situazione lo richieda, non si finisce mai di lavorare perché in realtà è un abito mentale che si indossa sempre».

Un’altra direttrice, Annunziata Passannante, alla guida dell’Icatt – l’Istituto a custodia attenuata per il trattamento dei tossicodipendenti della III casa circondariale di Roma Rebibbia –, ammette che la professione coinvolge, ma avverte anche dei pericoli: «Si rischia di entrare in un tunnel di paranoia. Sono necessari sangue freddo, una misurata fiducia e stare tranquilli». Passannante inizia al San Vittore di Milano dove è stata vicedirettrice per 6 anni. Ha vissuto l’«epoca Luigi Pagano», direttore che per 16 anni ha svolto uno straordinario lavoro di apertura e oggi vicecapo del Dap, il Dipartimento Amministrazione Penitenziaria.

Spostiamoci in un’altra realtà, quella della casa di reclusione Giuseppe Passerini di Civitavecchia, dal 2009 diretta da Patrizia Bravetti, che ha iniziato da vicedirettore al Marassi di Genova. A chi le chiede che tipo di lavoro sia il suo Bravetti risponde: «Il carcere dall’esterno è un mondo frainteso. Dovrebbe essere utilizzato come extrema ratio. Per reati minori servirebbero pene e condanne più funzionali, ma la gente pensa che pena alternativa sia sinonimo di libertà, invece non è così». Sul totale dei 66.685 detenuti, il 40,1%, ossia 26.804 persone, è in carcere per custodia cautelare e non per scontare una condanna definitiva. Il Consiglio d’Europa (dati marzo 2012) segnala una media europea del 28,5%: 23,7% in Francia, 19,3% in Spagna e 15,3% in Germania, Inghilterra e Galles. Patrizia Bravetti ha per il premier Enrico Letta e il suo governo delle proposte concrete: «Occorre abbreviare i tempi dei processi e rivedere alcune parti del codice penale. Serve un coordinamento a livello europeo dei flussi migratori: gli stranieri che arrivano sono il prodotto dell’emarginazione, ma anche dell’esodo da Paesi poveri, con guerre e instabilità politiche». Gli stranieri sono 23.789, il 35,6% del totale. Le nazioni più rappresentate nelle nostre carceri sono il Marocco (19,4%), la Romania (15,3%), la Tunisia (12,7%), l’Albania (11,9%) e la Nigeria (4,4%).

Da Ancona si leva la denuncia della direttrice del carcere di Montacuto, Santa Lebboroni: «Violenza e autolesionismo sono connessi al sovraffollamento, in cui si incontrano e scontrano una moltitudine di etnie diverse per fede religiosa, abitudini di vita, cultura, modo di vedere le relazioni umane. Ospitiamo in media 400 detenuti e qualche tempo fa abbiamo contato 18 etnie differenti». Anche la sanità carceraria ha bisogno urgente di riforme. Lebboroni sottolinea: «Il carcere, luogo deputato al contenimento di soggetti pericolosi socialmente, necessario per tutelare la società, oggi è anche il refugium peccatorum per accogliere soggetti disagiati dal punto di vista psichico ed economico, persone con problemi di dipendenze, senza riferimenti affettivi».

A Grosseto invece, la direttrice della casa circondariale, Maria Cristina Morrone, lamenta gli enormi carichi di lavoro: oltre a Grosseto deve gestire altri due istituti della Regione Toscana. «Le sedi vacanti sono numerose in tutto il Paese, per i pensionamenti e la mancanza di ricambio. Da 7 anni, inoltre, i direttori degli istituti penitenziari e degli Uepe – gli Uffici per l’esecuzione penale esterna – attendono il loro primo contratto di categoria, che regoli da un punto di vista giuridico ed economico la fgura del dirigente penitenziario».

È in sofferenza dirigenziale anche la casa circondariale San Vittore di Milano. Un decreto ministeriale del 2007 prevedeva uno staff “apicale” di 1 dirigente e altri 3 dirigenti aggiunti, col ruolo di vicedirettori. Gloria Manzelli (dirigente) e Teresa Mazzotta (dirigente aggiunto) guidano invece da sole una struttura dove il 60% dei detenuti presenti è composto da stranieri e indigenti. Circa 100 detenute vivono in una sezione femminile di tre piani mentre nel settore maschile – circa 1.600 presenze – ci sono celle che ospitano dai 6 ai 10 detenuti. La media giornaliera di ingressi è alta: da 35 a 50. Teresa Mazzotta, originaria di Vibo Valentia, ammette: «In Lombardia l’interesse di enti locali, terzo settore, fondazioni, comunità, associazionismo, volontariato è molto alto: noi non ce la faremmo senza di loro».

I detenuti le preferiscono Lucia Di Feliciantonio, direttrice del carcere di Ascoli Piceno, parla del maschilismo: «Quando ho iniziato, venti anni fa, effettuavo i colloqui coi boss mafosi in presenza del comandante: loro mi salutavano con grande rispetto, ma poi esponevano i problemi rivolgendosi al comandante uomo, non a me, donna!». Di Feliciantonio, attenta all’aspetto relazionale, sa quanto sia importante motivare il personale penitenziario.

Anche la gestione del carcere di Benevento è affdata a due donne: il direttore Maria Luisa Palma e una collega più giovane, Marianna Adanti, vice direttore. Palma, che ha iniziato nel 1986 alle Nuove di Torino, denuncia: «Ci si trova a dover combattere con la cultura ancora maschilista della maggior parte del personale di polizia. Non tanto di quello dei ruoli apicali, quanto del personale dei ruoli più bassi». E conclude: «Per la sensibilità e la disponibilità all’ascolto credo che dal punto di vista dei detenuti la presenza di un direttore donna sia preferibile».

Alba Casella, direttrice del carcere di Modena (dopo aver diretto Rovigo, Imperia, Forlì e Monza), racconta: «La mia scelta professionale suscitava molte perplessità: ero giovane, oltre che donna e quindi secondo molti inadatta a un ruolo considerato maschile poiché legato all’idea della forza. Ho dovuto dimostrare di saper fare il mio lavoro e bene, poiché a una donna non si fanno sconti».

Spostiamoci in Sicilia: Francesca Vazzana dirige un carcere difficile in una città altrettanto difficile come Palermo, ad alta densità mafiosa. Come direttrice della casa circondariale di Pagliarelli è responsabile di 2.120 persone: 1.320 detenuti e circa 800 unità di personale. È un lavoro, spiega Vazzana, che «apre la mente perché al direttore si rivolgono tutti per risolvere i problemi».

Una visione di lungo periodo. A Enna dal 2003, la direttrice Letizia Bellelli spiega che conciliare vita privata e professionale non è semplice: «Come tutte le donne che lavorano ho avuto momenti di grande confusione: quando ti sembra di privare la famiglia, i bambini piccoli o i genitori anziani della tua presenza se ti trattieni di più sul lavoro e, viceversa, ti senti inadeguata se devi correre per una riunione a scuola e sei costretta a interrompere riunioni, a rinviare decisioni, ad accumulare pratiche».

In provincia di Enna, a Nicosia, ha sede il carcere diretto da Gabriella Di Franco dal novembre 2011, convinta che esista un plusvalore delle direttrici donne: «Noto che abbiamo una visione di lungo periodo, siamo più portate a fare interventi strutturali. Gli uomini sono più legati al breve termine». A Ravenna, dal 2009, il direttore della casa circondariale è Carmela De Lorenzo. Viene da una famiglia di avvocati di Avellino. Oltre a Ravenna (120 detenuti, 60 agenti di polizia penitenziaria e una decina di unità di personale civile) ha la reggenza del carcere di Ferrara (370 detenuti). Tutti i direttori subiscono le politiche economiche del Dap, il cui bilancio nel 2007, con una presenza media giornaliera di 44.587 detenuti, ammontava a 3.095.506.362 euro. Nel 2011 la presenza media giornaliera dei detenuti era già salita a 67.174, un aumento di circa il 50%, ma il bilancio era sceso a 2.766.036.324 euro, effetto di un taglio del -10,6%. Carmela De Lorenzo aggira i limiti imposti dal necessario rigore con la creatività; da quando è direttrice, nel carcere non esiste più una parete bianca. Solo colori vivaci, azzurro, panna, arancione.

Più forti dei pregiudizi. Maria Grazia Giampiccolo dirige la casa di reclusione di Volterra (Pisa): un’antica fortezza medicea, maestosa e imponente. Proviene da una famiglia di avvocati e mastica diritto sin da bambina. Inizia da vicedirettrice al Marassi di Genova nel 1991 e si rende subito conto che la professione è problematica in sé. Giampiccolo, che dirige anche Gorgona, è sbrigativa, concreta. «Ovvio che con un simile stile di vita non sempre c’è il tempo di dedicare alla vita privata tutto lo spazio che si vorrebbe». Ma ciò che conta davvero per un direttore «è realizzare progetti che portano risultati. Come le “serate galeotte”, cene organizzate dal 2006 dai detenuti per ospiti esterni: sino a ora 18 detenuti sono stati assunti da ristoranti di Volterra e uno di loro, una volta terminata la pena, ha aperto un suo ristorante».

Così il carcere è il duplice specchio di una speranza: detenuti che si reinseriscono e direttrici simbolo di una emancipazione femminile concreta.

fonte: www.corriere.it/sette, 17.05.2013

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