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Il digitale non basta. L’inflazione delle materie prime frena il mondo, di Ferruccio de Bortoli

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 20/05/2021 19:13
Che cosa accade realmente sui mercati delle materie prime? «La domanda non è solo tornata ai livelli pre-Covid…

Distratti dalla leggerezza del digitale, che ha annullato nel bene e nel male le distanze degli incontri e degli acquisti, ci siamo semplicemente dimenticati di un particolare di non secondaria importanza. L’economia è ancora pesantemente fisica. Più di quanto non riusciamo a immaginare, specie se dispersi sui social, assorti in riunioni via Zoom, o divisi tra una call e l’altra. Ciò che compriamo in pochi secondi in Rete si muove ancora su navi che solcano gli oceani, su mezzi che intasano le vie cittadine. Si inquina addirittura di più. Ed è paradossale che proprio nei giorni in cui giustamente siamo chiamati a preoccuparci di transizione energetica, intelligenza artificiale (meglio dire aumentata), robotica, a discutere di un cambio di paradigma dell’economia in senso più sostenibile e pulito, la vera emergenza del momento ci riporti a un clima da anni Settanta. Alla cruda pesantezza delle produzioni tradizionali. Alla polverosa realtà dei metalli e delle materie prime che non si estraggono come un bitcoin. 

Il container

Se è comprensibile che tra gli effetti dei tanti lockdown vi sia un autentico boom di prodotti informatici — causa di una carenza mondiale di semiconduttori — lo è meno se si pensa a qual è in realtà oggi l’oggetto del desiderio di tanti operatori: un container, che altro non è che un volgare cassone di ferro. Non si riesce a trovarne uno libero per far viaggiare semilavorati e prodotti finiti lungo interminabili catene del valore. E quelli che ci sono, vuoti, sono là dove non servono. L’ improvvisa crescita della domanda mondiale — superiore a qualsiasi più rosea previsione — ha messo a nudo la debolezza delle principali rotte e causato l’accumulo di giganteschi ritardi nelle forniture dei componenti industriali. Il costo dei noli, rispetto a un anno fa, è semplicemente sestuplicato. L’incidente della EverGiven, che ha ostruito per giorni il canale di Suez, ha dimostrato quanto sia fragile la rete mondiale dei collegamenti marittimi grazie ai quali si muove il 90 per cento delle merci.

Le contromosse

Chi ha la catena corta se la cava; chi ha dislocato i fornitori nell’Estremo Oriente, soffre. La Ducati, tanto per fare un esempio della nostra emiliana Motor valley, non ha mai avuto in magazzino tante moto non finite. Mancano i pezzi. Non costano di più solo i trasporti. Come ha notato su Il Sole 24 Ore, Sissi Bellomo, ci troviamo di fronte a qualcosa di assolutamente inedito nei mercati delle materie prime. Con prezzi alle stelle ma anche con una carenza fisica di prodotti. Il petrolio — che oggi viaggia verso i 70 dollari a barile, in rialzo del 50 per cento rispetto a un anno fa — nei già citati anni Settanta sembrava fosse addirittura agli sgoccioli, in esaurimento. Non era vero ovviamente. E soltanto pochi mesi fa assistevamo al paradosso, nell’andamento di alcuni future sul greggio con venditori che di fatto pagavano i compratori perché si accollassero l’onere di tanti carichi rimasti in attesa nei porti. Prezzi negativi. Il ritmo delle estrazioni, causa la pandemia, ha subito nei mesi scorsi un forte calo. I minerali di ferro, indispensabili nell’industria siderurgica, hanno superato per la prima volta i 200 dollari a tonnellata. Anche per l’effetto negativo dei dazi vi è una grande domanda insoddisfatta di acciaio, in particolare di laminati d’acciaio. Particolare che rende ancora meno comprensibile la crisi dell’ex Ilva. Il rame — considerato il metallo-guida per eccellenza — ha toccato nei giorni scorsi il suo massimo storico a 10 mila 747,50 dollari a tonnellata. Beneficia anche della grande corsa all’elettrico. E dei programmi di sostenibilità traggono vantaggio anche i prezzi dell’alluminio, cresciuti in un anno di circa il 20 per cento. In forte rialzo anche le materie prime agricole.

L’analisi

Che cosa accade realmente sui mercati delle materie prime? «La domanda non è solo tornata ai livelli pre Covid — spiega Alessandro De Felice, presidente onorario dell’Associazione nazionale dei risk manager e chief risk officer di Prysmian, i cui cavi hanno una rilevante componente in rame — è addirittura esplosa per la ricostituzione delle scorte che l’anno scorso, nel dramma della prima ondata, erano state ridotte al minimo anche per gestire meglio il capitale circolante. Di fronte all’ignoto della pandemia ci si è preparati al peggio. Eccedendo nel pessimismo. E ora ne paghiamo le conseguenze con la carenza fisica, non solo di materie prime e metalli ma anche di prodotti intermedi. Gli uffici acquisti oggi comprano anche per riempire i magazzini. A ciò si è aggiunta la crisi dello shopping internazionale. Si blocca Suez e il sistema va in crisi. Basta una tempesta improvvisa negli Stati Uniti o l’attacco cibernetico che blocca un oleodotto per creare incertezza e instabilità. Il riflesso nelle quotazioni è immediato. Insomma, ci siamo accorti di avere davanti agli occhi un mosaico di collegamenti e legami per certi versi oscuro e inesplorato. Va colto però anche un aspetto di opportunità: l’incremento del costo delle materie prime si può tradurre in un incremento del prezzo di vendita dei prodotti finiti e in molti settori si riflette sulla marginalità». Appunto.

 L’interrogativo

L’interrogativo di fondo è uno solo. Tutto questo enorme trambusto sui mercati, che ha già causato a valle consistenti aumenti di prezzo in alcune filiere, quando e come si trasferirà sui consumi finali? Una piccola fiammata inflazionistica è già in atto come conferma l’ultimo dato sull’andamento dei prezzi al consumo negli Stati Uniti (+4,2% su base annua). Nel settore alimentare e della grande distribuzione si fa un gran parlare della cosiddetta shrinkinflation, ovvero la sgrammatura di prodotti venduti allo stesso prezzo. Un surriscaldamento, non privo di fenomeni speculativi, è in atto per tutte le forniture legate al settore dell’edilizia grazie agli incentivi, in particolare l’ormai mitico 110 per cento. «Ma sarei ancora prudente — è l’analisi di Fedele De Novellis, direttore generale di Ref — nel ritenere che questo aumento dell’inflazione possa diventare strutturale. La domanda di alcuni beni industriali è letteralmente esplosa. I maggiori risparmi hanno alimentato acquisti di prodotti digitali, beni per la casa. La ricostruzione delle scorte ha fatto il resto. Ma ora potremmo assistere a un analogo rimbalzo dei consumi per i servizi e per il turismo, cioè i settori più penalizzati dalla pandemia, con un parallelo rallentamento della domanda di beni oggi così effervescente e apparentemente inarrestabile».

I segnali

A caccia disperata come siamo di segnali positivi sul nostro futuro, ne possiamo vedere alcuni. Una speranza di maggiore ripresa per i comparti finora più colpiti del Made in Italy; l’emergere di una quantità indescrivibile di occasioni per le imprese, l’occupazione e il reddito grazie al necessario accorciamento delle catene di produzione e di subfornitura. Molte produzioni torneranno in Europa, speriamo in Italia. La lezione per un’imprenditoria troppo attenta alla riduzione dei costi è però severa. «In questi anni — commenta Leonardo Salcerini, amministratore delegato di Toyota Material Handling Italia — si è purtroppo affermato, in molti settori, un modello che ha degradato il ruolo dell’ufficio acquisti. Ci si riforniva un po’ ovunque nel mondo con una visione troppo a breve. Oggi, davanti a tutto quello che sta succedendo sui mercati, scopriamo invece la validità di un approccio diverso. I fornitori è bene che stiano in un raggio di cento chilometri dall’azienda. Sono dei partner, protagonisti di un sistema. Vanno incoraggiati a investire con contratti a lunga scadenza. E l’ufficio acquisti torna ad essere una funzione strategica». Nel frattempo, purtroppo, in diverse filiere industriali italiane, molte aziende o sono fallite o sono state acquistate dagli stranieri con il loro know how portato altrove. C’è un grande spazio da recuperare. Però ci vogliono competenze, talenti imprenditoriali, voglia di provarci su mercati che sono sempre più competitivi. E qui l’orizzonte si fa più incerto.

https://www.corriere.it/economia/opinioni/21_maggio_18/digitale-non-basta-l-inflazione-materie-prime-frena-mondo-324c3160-b7a0-11eb-add6-98a2b51489e2.shtml

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