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Il dialogo, risposta europea al nazionalismo religioso, di  Mauro Magatti

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 21/01/2020 09:32
Il ruolo che le religioni (a cominciare da quella cattolica) possono giocare nella sfera pubblica deve realizzarsi oggi in modo diverso dal passato…

In tutto il mondo il ritorno del nazionalismo é sostenuto dal vento forte del fondamentalismo religioso. Non più solo nei paesi islamici, dove non si tratta di una novità. Ma anche in India, dove il governo di Modi ha appena approvato una legge sulla cittadinanza degli immigrati che sfavorisce le minoranze religiose. In Russia dove il legame con la chiesa ortodossa ė alla base del potere di Putin. In Brasile, dove gli evangelici sono i primi sostenitori di Bolsonaro, mentre negli Stati Uniti gli stessi gruppi sostengono Trump. E anche se in Cina non si può parlare in senso stretto di religione, rimane il fatto che Xi Jinping ha da tempo sostituto il marxismo di importazione occidentale con la dottrina confuciana, base cultuale ben più stabile ed efficace per legare insieme l’economia, la politica, la società e così riportare il Regno di mezzo al suo rango mondiale. Una spinta che si registra, pur se con intensità diversa, anche in vari paesi europei: Polonia e Ungheria in primis. E poi in Spagna con Vox, in Francia col Rassemblement National e in Italia con la Lega.

Siamo di fronte ad un fenomeno globale che non può essere sottovalutato. Secondo molti analisti, esso raccoglie la reazione di ampi strati della popolazione — specie quelli meno istruiti e meno abbienti — di fronte ai fallimenti del progetto cosmopolitico che ha segnato la fase della «globalizzazione». In primo luogo, la sua incapacità di essere inclusivo: che si traduce nella marginalità di interi gruppi sociali e aree territoriali. In secondo luogo, i problemi che esso lascia irrisolti dal lato della domanda di identità e di senso.

Di fronte a tali questioni, le radici religiose tornano a giocare un ruolo importante. Semplicemente perché forniscono quelle risorse simboliche di cui la politica contemporanea, cadute le ideologie, non dispone più. Un intreccio da cui rinasce il nazionalismo che è poi anche all’origine delle forti tensioni che caratterizzano il quadro geopolitico mondiale.Si è accennato al fatto che questo mix tra nazionalismo e fondamentalismo soffia anche in Europa. Ma nel Vecchio Continente tale processo finisce per produrre un risultato inverso: invece che rafforzare, esso mette in discussione il progetto di unificazione.

Il problema nasce dal fatto che la formazione degli Stati nazionali europei è stata intimamente legata alle guerre di religione. I nostri moderni stati laici nascono tutti da una matrice confessionale che in questo difficile inizio di XXI secolo tende a riaffiorare. Così l’Unione Europea, nata per iniziativa di alcuni leader politici cristiani, si ritrova oggi a rischio di impasse a causa della incapacità di fare i conti con la propria storia politica e religiosa.Se in Europa, come nel resto del mondo, sta diventando molto difficile procedere con un progetto esclusivamente tecnocratico, diventa allora necessario tornare a ripensare il rapporto tra la nostra identità e l’esperienza religiosa.

È qui che il papato di Francesco sta dando un contributo importante. Almeno da tre punti di vista. Primo: il ruolo che le religioni (a cominciare da quella cattolica) possono giocare nella sfera pubblica deve avvenire oggi in modo diverso dal passato. In un’ Europa tecnicizzata e plurale, il compito delle Chiese è prima di tutto quello essere una riserva di senso per fare argine alle spinte disumanizzanti associate al dominio della razionalità strumentale e funzionale tipico delle società avanzate. Una condizione nuova, che rende la corrispondenza tra parole e azioni decisiva per la legittimazione della autorità religiosa. Secondo, nella visione di Francesco, per riuscire a portare un effettivo contributo di sapienza e umanità all’Europa d’oggi e al difficile processo di unificazione, la fede cristiana deve ricomporre le tessere che nel tempo si sono separate nelle diverse confessioni. Le singole Chiese non ce la possono fare. Da qui gli importanti passi compiuti dal papa nei confronti delle chiese ortodosse e protestanti.

Infine, secondo Francesco, la Chiesa cattolica ha oggi la responsabilità di mostrare alle religioni di tutto il mondo la necessità di sfuggire alla deriva violenta del fondamentalismo. Nell’alveo di quella storia che, radicata in Europa, la caratterizza. Ritorna così il tema della universalismo cristiano oggi da ripensare: in un mondo che si è fatto piccolo, le religioni devono decidere se vogliono dividersi il pianeta in zone di influenza nazionale — combattendosi l’un l’altra — oppure diventare un fattore di unità della famiglia umana ormai globale. Ma in questo secondo caso, esse devono essere disposte ad iniziare un lungo processo di trasformazione. Accompagnare l’ umanità ad andare oltre una concezione puramente astratta della globalizzazione alla ricerca di un giusto (pur se difficilissimo) equilibrio tra identità e interdipendenza è il compito che Francesco assegna alla sua Chiesa. E, mediante essa, all’Europa tutta.

Il futuro dell’Europa passa dalla capacità di delineare una propria identità. Indisponibile la via nazionalista basata sul fondamentalismo religioso, è ancora una volta la vitalità del dialogo tra la sfera secolare e quella religiosa — vera «radice» del Vecchio Continente — a costituire la risorsa essenziale per affrontare il cambiamento d’epoca. Francesco sta facendo la sua parte. C’è da augurarsi che altri — dentro e fuori la chiesa — lo seguano.

https://www.corriere.it/opinioni/20_gennaio_08/dialogo-risposta-europea-2dc4b1aa-3243-11ea-bc0f-5b1ee8f7f455.shtml

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