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Il capo dello Stato non è un «commissario», di Andrea Manzella

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 14/01/2022 09:55
Il capo dello Stato oggi è chiamato a essere il custode attivo dell’equilibrio tra sistema politico e istituzioni, nazionali ed europee…

Un tempo il capo dello Stato era visto solo come il «commissario» per risolvere le crisi politiche domestiche. Ora non basta più. Giusta quindi l’unanime richiesta che al Quirinale continui la garanzia «di tipo nuovo» che ha qualificato l’immediato passato. Il presidente come custode attivo dell’equilibrio tra sistema politico e istituzioni: nazionali ed europee.

È l’equilibrio costituzionale che vive nella composizione di realtà complesse. Da quando il nostro ordinamento si è intrecciato con quello sovrastatale dell’Unione, vi è, infatti, da un lato, l’obbligo di mantenere le «condizioni di parità con gli altri Stati» (articolo 11): cioè il confronto costante a tutela della posizione economica e geopolitica nazionale. Vi è, dall’altro lato, la responsabilità per l’integrazione europea che la stessa nostra Costituzione pone a carico di tutti gli organi di sistema.

È la «responsabilità» del Parlamento e delle Regioni che devono rispettare, nelle loro leggi i «vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario» (art. 117). La «responsabilità» del governo, che deve gestire il suo fondamentale potere di bilancio «in conformità dell’ordinamento dell’Unione» (art. 81; legge 243/2012). La «responsabilità» delle pubbliche amministrazioni: che devono «assicurare l’equilibrio dei bilanci e la sostenibilità del debito pubblico, in coerenza con l’ordinamento dell’Unione europea» (art. 97). 

Perfino la Corte costituzionale ha la responsabilità propria di un «giudice europeo»: sia quando dichiara la illegittimità di norme nazionali in contrasto con l’ordinamento comunitario; sia quando si adegua alle sentenze della Corte di Lussemburgo, chiamata a decidere su questioni pregiudiziali. E ciascuno di questi organi nazionali è incardinato in «rete» con le istituzioni europee e i corrispondenti organi degli altri Stati membri. È una miope illusione di isolazionismo quella del «sovranismo in un solo Paese».

L’equilibrio costituzionale di cui deve essere garante il presidente della Repubblica è dunque fatto — anche e specialmente — di questi intrecci fra ordinamenti. Ed è evidente che non si tratta di un equilibrio che si raggiunga una volta per sempre, cristallizzato nei Trattati e nella Costituzione. Ma è un equilibrio che richiede capacità di manutenzione e di ricuciture: sia perché vi è al suo fondo il moto di un mondo che si è fatto nazione globale; sia perché vi è la continua necessità di conciliare movimenti politici interni con quelli che premono da fuori.

Nelle crisi a catena di questo nostro tempo, incombono poi sull’intero sistema gli stringenti e duraturi vincoli del piano europeo Next Generation Eu. Un percorso a ostacoli appena iniziato, con difficoltà già evidenti, e che impone sforzi perché che non si interrompa prematuramente, e magari si allarghi l’attuale formula di «unitarietà di governo nella diversità politica».

Sono queste le tensioni che devono ricomporsi in quella «unità nazionale» che è lo scopo, primo e ultimo, del mestiere del presidente. Unità quindi come difesa della «identità italiana» nell’integrazione comunitaria. Ma anche «unità» a garanzia delle responsabilità «europee» che la Costituzione ci impone, come in ogni Stato membro. Sarebbe impensabile, nel vivente costituzionalismo, un capo dello Stato estraneo a questi compiti e tutto immerso nelle ristrettezze del gioco politico di casa.

https://www.corriere.it/editoriali/22_gennaio_13/10-cultura-eecorriere-web-sezioni-f5f5db42-748e-11ec-b1bc-48c7246877a9.shtml

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