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Il capitalismo della sorveglianza. Dati, privacy e controllo nel saggio di Shoshana Zuboff, di Marcello Carriero

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 13/10/2020 17:24
Il libro della professoressa di Harvard Shoshana Zuboff, “Il capitalismo della sorveglianza. Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri” (edito in Italia da Luiss), ci avverte che la Silicon Valley sta accumulando i nostri dati affinché l’intelligenza artificiale possa sovvertire ogni nostro diritto, libertà e pensiero cosciente…

Il capitalismo della sorveglianza di Shoshana Zuboff è un saggio che fa ben riflettere sull’era digitale e tratta tematiche assolutamente all’ordine del giorno per cui, ad esempio, l’applicazione smartphone per l’individuazione dei contagiati da COVID-19 rientrerebbe a pieno titolo nella casistica da lei analizzata. L’attuale pandemia, se da un lato giustifica il controllo delle cellule telefoniche per monitorare gli spostamenti, dall’altro segnala potenziali untori di manzoniana memoria in una caccia paranoica ai responsabili della diffusione del virus, dimenticando quanto sia più di buon senso concentrarsi sui nostri comportamenti. 

Singapore è stato il primo stato a sperimentare questa sorveglianza attraverso una apposita app, ma è lecito chiedersi dove finiscano tutti questi dati. Secondo il ponderoso saggio della Zuboff andrebbero a costituire il Capitale della sorveglianza. Un saggio illuminante e chiaro dal sottotitolo eloquente, Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri, che annuncia il suo intento previsionale. È forse il testo più completo ed esauriente di critica all’era digitale e al business della realtà. Senza scadere in apocalittiche profezie, questa insegnante della Harvard Business School ha scritto in sette anni quella che si può tranquillamente definire la più lucida disamina dell’era di internet. Trascinata, capitolo dopo capitolo, dai versi di Wystan Hugh Auden, eletto a spirito guida, Shoshana Zuboff ci porta progressivamente nel cuore della strategia di Google, Facebook et simila senza cedere al fascino di ingenue decrescite o in redenzioni neomarxiste, ma arrivando a quella che Bret Easton Ellis ha ironicamente definito “la generazione Inetti”. Esaminando in un percorso evolutivo il capitalismo, il suo stadio della sorveglianza sarebbe un frutto contraddittorio e sfuggente del neoliberismo poiché, ribaltando ogni presupposto modernista eluderebbe persino la scappatoia post-moderna.

La Zuboff espone in più di seicento pagine un fenomeno che non ha precedenti nella storia e che perciò lascia disarmati e al contempo incantati per la facilità con cui le paure di una deriva totalitaria di stampo orwelliano si sono trasformate nella fiducia indefettibile verso il prelievo incondizionato di dati. Questa fiducia è nutrita da quell’ansia di partecipazione sociale che di fatto ha aperto la porta alla modifica dei comportamenti. In questa inversione tutti i nostri compagni di viaggio, collaboratori, partner clienti, sui social diventano gli amici che accrescono questo nuovo capitale con i dati dalle relazioni espropriati. Anche i cascami dei nostri comportamenti, dati apparentemente inutili, costituirebbero la creazione di beni predittivi, beni da noi stessi immaginati e desiderati, beni che non si impongono secondo la logica consumistica della pubblicità di modelli, ma che sono in noi in quanto noi stessi costituiamo la materia prima di questo ciclo di trasformazione. 

L’imperativo dell’inclusione dei social è stato introdotto da quell’eroismo elettivo cresciuto in un fallace determinismo che dava a certe aziende la legittimità di pilotare le scelte del consumatore per via di un’autorità attribuibile solamente in ragione del successo. Secondo la stessa dinamica, avrebbero ragione i leader di queste aziende riconosciuti da tutti gli utenti della rete quali inconfutabili esperti o addirittura profeti di visionarie redenzioni collettive. La persuasione sociale giocherebbe proprio sulla necessità di aderire a una visione certa di futuro che però sarebbe già formato dalle macchine che elaborano costantemente le informazioni sul nostro surplus comportamentale

Spinto da un’economia di scopo e d’azione, il capitalismo della sorveglianza di cui parla Shoshana Zuboff dal web sarebbe entrato nel reale attraverso le app e i dispositivi vocali che, da pratiche innovative, diverrebbero immediatamente ragioni istituzionali. Il successo di questo passaggio poggerebbe sulla sostituzione della fragilità umana, dell’incertezza e del diritto di fallimento con una certezza che punta al tuning e l’herding, ossia alla modifica e al gregarismo comportamentale. La formula vincente del capitalismo della sorveglianza è, secondo la Zuboff, la divisione anomala dell’apprendimento che annulla la consapevolezza degli individui e dei gruppi condizionandoli. La mancanza di tempo, di risorse e di sostegno rendono più agevole il ricorso a questa logica dell’apprendimento che è, in realtà, un accesso selettivo a informazioni generiche che si insinuano repentinamente nella nostra vita per ovviare a immediate esigenze di relazione.

Ed ecco, quindi, l’ultima caratteristica del capitalismo della sorveglianza individuata da Shoshana Zuboff: la velocità. Un dominio ottenuto a tempo di record ha anche la capacità di fronteggiare nell’immediato ogni resistenza puntando a gratificazioni impossibili da ignorare perché generate dai nostri stessi comportamenti. La ragione di questo dominio rapido è che risulta difficile da percepire come tale poiché non sono tanto le abitudini “performative” a essere capitalizzate, ma piuttosto la connessione a una serie di dati per noi insignificanti che vengono a profilare una specie di sagoma vuota. Questa figura non corrisponde alle più alte aspirazioni quanto alle più oscure aspettative dell’utente o alle sue comodità più intime. 

Alcuni artisti contemporanei hanno provato a difendersi da questo potere strumentalizzante con azioni vistose di denuncia e sabotaggio dei programmi di tracciamento. Zuboff cita a riguardo l’artista di Chicago Leo Selvaggio che produce maschere in resina capaci di confondere i dispositivi di riconoscimento facciale, oppure Adam Harvey che, al New Museum di New York, con il suo progetto Think Rivacy Selfie Mirror, ripercorre a ritroso gli algoritmi dei computer per sfruttare i loro punti deboli e mandare in confusione il sistema. Harvey ha anche una sua linea di abbigliamento Stealth per confondere o sovraccaricare la sorveglianza dei droniBenjamin Grosser, invece, inventa i “demetricatori”, interfacce capaci di mostrare le pagine dei siti e agire cancellando il numero di like, degli amici, dei follower e delle condivisioni. Grosser crede in questo modo di stimolare un apprendimento profondo del sistema e per questo ha inventato l’estensione Go Rando che confonde in modo casuale le possibili appropriazioni del surplus comportamentale. Shoshana Zuboff chiude questo fondamentale saggio con l’appello a fronteggiare questo esproprio dell’esperienza umana e a eludere la renderizzazione unilaterale e invasiva che rescinde ogni sincero rapporto di reciprocità.

https://www.artribune.com/editoria/2020/05/capitalismo-sorveglianza-saggio-shoshana-zuboff/

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