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Il brevismo, di Stefano Bartezzaghi

creato da Rocco D'Ambrosio ultima modifica 21/07/2016 18:53
La dittatura della rapidità insegue risultati immediati in ogni settore. Dagli investitori finanziari impazienti alla “fast” editoria, passando per tweet e test istantanei. Si chiama “short-termism” ed è la nostra nuova sindrome...

 

È anche ritornata fuori la battuta di John Maynard Keynes: «Nel lungo periodo siamo tutti morti ». A questo proposito i punti su cui riflettere sono due. Il primo è: il successo del pernicioso sense of humour degli economisti sarà fra gli effetti o casomai fra le cause della crisi globale? Il secondo è: Al punto in cui si è, il lungo termine arriverà mai? Non staremo al contrario morendo dell’ansia da breve termine? In uno o nell’altro caso, si tratta pur sempre di «deadline» e allora viene anche da commiserare il fatto che la nostra nuova lingua, l’inglese ovvero l’angloide, sia tanto meno scaramantico del caro buon vecchio italiano.

«Chi va piano va sano e va lontano, chi va Forte va alla Morte», ammonivano peraltro le rime e il cambio d’iniziale delle sagge nonne lombarde. L’elogio della prudenza non solo stradale, in quel circondario, affondava radici nei personaggi manzoniani dell’«adelante » e «presto» e però «con juicio» e del «Troncare e sopire» (e di don Abbondio è far brutti incontri per strada
e maledire la fretta dei giovani, mentre proprio un fatto di precedenza saltata porta all’omicidio il futuro Fra Cristoforo). «Adagio!», ammoniva poi il Prodi rifatto dal maggiore di tutti i Guzzanti; mentre solo un anno fa Il Sole 24 ore implorava, a caratteri da catastrofe: «Fate presto!». Delle indicazioni del buon senso padano devono aver avuto recente sentore anche a Lombard

Street, la storica via londinese delle banche e della finanza. Il magazine Prospect ha infatti appena censito con acribia «I pericoli della fretta»: o meglio di ciò che lì viene chiamato «short-termism» e che potremmo rendere come «sindrome da breve termine» ovvero (e, appunto, in breve) «brevismo». Non poteva mancare, di questi tempi, l’intervento dei neuroscienziati che attestano che le zone del cervello che si attivano per la pazienza sono diverse da quelle che si attivano per l’impazienza: consolante «scientific evidence» del fatto che chi ha fretta ce l’ha, a differenza di chi non ce l’ha. Più sagace l’osservazione per cui il continuo monitoraggio dell’andamento dei propri investimenti, reso possibile dalla tecnologia, mette in allarme gli investitori. Il brevismo è appunto questo: ansia dell’esito, impazienza dell’«evidenza », pretesa dell’immediata verifica. Un malato di influenza, almeno se maggiorenne, dovrebbe sapere che in tre giorni la malattia scomparirà e predisporsi a essere (lo dice la parola stessa) paziente; ma se il malato passerà invece quei tre giorni a misurarsi la temperatura ogni cinque minuti avrà l’idea di aver contratto un morbo incurabile. Gli investitori finanziari sono pazienti impazienti e si misurano la febbre ogni minuto (in un delirio chiamato, in modo appropriatamente allucinato, «tempo reale»). Allarmati perché non si riduce subito, finiscono per abbandonare gli investimenti quando conviene meno, o fare mosse altrettanto sventate che equivalgono a intossicarsi di farmaci per combattere un’influenza e contrarre così un’ulcera, o peggio. Lo si scriva sui muri delle facoltà di economia, traducendo il proverbio in linguaggio appropriatamente settoriale: la fretta è una cattiva consulente.

Ma anche coloro per cui l’inglese «future» vuole ancora dire «futuro» (molto prima di essere il nome di un «prodotto» finanziario di preoccupante astrattezza) farebbero meglio a porsi il problema del brevismo. Mille gare di velocità si svolgono attorno a noi: palestre, linee ferroviarie, connessioni Internet, metodi di apprendimento e lettura, centri assistenza, ristoranti, diete tutti promettono i benefici della rapidità. Rapidità che sarà pure una bella cosa, un «valore», come ormai tocca dire. Ma lo è molto meno quando implica la fretta. La implica quasi sempre.

Per fare l’esempio più a portata di mano, la tecnologia della scrittura ha accelerato tutte le fasi di redazione, trasmissione, pubblicazione di un testo, a costo di una miniaturizzazione degli strumenti che rende facilissima la produzione di errori e difficilissima la loro correzione. Li si ritroverà stampati irrimediabilmente sulla pagina e la voce della nonna risuonerà dalle più quiete lande della memoria: «Presto e bene, non si conviene». Ma poi fossero solo i lapsus e i refusi! Questi pesano come decagrammi in una complessione obesa. I guasti del brevismo sono assai più profondi, poiché finiscono per portare a quel punto critico e cruciale in cui il quantitativo diviene qualitativo. Per l’editoria libraria, il passaggio ai rendiconti trimestrali ha portato l’ansia da prestazione e l’angoscia del respiro breve (e brevista) a livelli incompatibili con il ragionamento. Come ci sono investimenti che a breve termine non possono incominciare a essere fruttuosi, così in ogni settore ci sono importanti risultati che implicano tempi lunghi, sedimentazioni, ripensamenti: dal trattato di filosofia alla stagionatura dei legni pregiati, dal ragù napoletano all’inchiesta giornalistica approfondita, dalla laurea in cardiochirurgia all’affinamento del barolo. Di un eventuale mondo fatto (esclusivamente) di tweet, birrette, trafiletti e sveltine a preoccupare non è il decremento in termini di estetica ed edonismo (che pure): a preoccupare è l’affanno. L’«effimero» di Nicolini, che tanto scandalizzava i babbioni, era «cool», estivo e fresco: il contrario dell’affanno, giacché non pretendeva di divenire un metodo e un metro di giudizio generale. Il «subito!» reclamato dai bambini capricciosi a suon di urla (come è noto, almeno ai genitori resi schiavi dalla propria stessa indulgenza) non basta mai. Il maestro diceva: Non è mai troppo tardi. Gli all’infezione lievi rispondono: Nonè mai abbastanza presto.

Il brevismo è quindi il nesso che tiene assieme l’isteria dei mercati finanziari e quella degli automobilisti al semaforo rosso, la smania dei bambini capricciosi e la noncuranza con cui i ristrutturatori aziendali sottodimensionano ogni risorsa possibile (tranne il loro stipendio), per poi battezzare la loro opera «ottimizzazione». L’essenza del brevismo è una petizione di principio: «Qualsiasi cosa, per definizione, può essere più veloce e costare meno, o rendere di più». Ma dato che il principio si può applicare ricorsivamente, il mondo, specie quello delle professioni, è nella posizione di un Usain Bolt che tagliando il filo di lana di un

suo ennesimo primato mondiale si senta bofonchiare, da un allenatore cronometrista che mastica chewing-gum ed è in personale sovrappeso: «puoi fare di meglio». La velocità si è qui trasformata in fretta, la quantità è divenuta qualità, il meglio è rovesciato nel peggio.
Se il brevismo, quando è applicato come regola universale, fa tanti danni, perché gli apologeti

del brevismo tardano tanto ad accorgersene? Proprio loro, che sono così svelti? Gli automobilisti più veloci sono quelli che fanno a meno del codice della strada: allo stesso modo, il brevismo fa a meno della cultura. Che non è certo un codice, né è un manierato elogio della lentezza, ma che solo tramite la lentezza viene acquisita e solo si produce tramite la lenta formazione e sedimentazione delle idee. Disporre di molta memoria significa, a questo mondo, sapere di avere molte esperienze alle spalle; per i brevisti significa poter fare più
cose con il computer di questa generazione che con quello passato, che andrà dunque buttato via. La cultura non è un mero assieme di dati, non può essere oggetto di briefing né soggetto di performance da primato cronometrico. Si limita a ricordarci che a lungo termine Keynes sarà appunto morto, ma noi, almeno per il momento, no. E se molte famiglie dei ricchi durano due o tre generazioni, la specie ha certo ambizioni che vanno un po’ più in là.

Fonte: STEFANO BARTEZZAGHI - la Repubblica Domenica 09 Settembre 2012


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