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Il bluff dell'aumento dell'occupazione, di Guglielmo Forges Davanzati

creato da D. — ultima modifica 14/09/2015 17:08
Nonostante la propaganda governativa, il numero di nuove assunzioni è di entità trascurabile e il tasso di disoccupazione è in aumento. Sebbene vi siano in atto mutamenti rilevanti ai fini della ripresa della crescita italiana (la svalutazione dell’euro, il quantitative easing, la riduzione del prezzo del petrolio), tali fattori producono effetti sostanzialmente irrisori sull’aumento dell’occupazione in un contesto nel quale si continuano a proporre misure di austerità.

A seguito dei dati recentemente diffusi dal Ministero del Lavoro, stando ai quali a marzo ci sarebbe stato un significativo aumento di nuove assunzioni con contratto a tempo determinato, il Governo ha motivato questo risultato avvalendosi di due argomenti: le nuove assunzioni derivano dagli sgravi contributivi messi in atto da questo Governo oppure – altra interpretazione – derivano dall’attuazione del Jobs Act. Ha fatto seguito il proliferare di commenti sul boom di assunzioni.

A ben vedere, si tratta di interpretazioni e di dati in larghissima misura fuorvianti. Nella migliore delle ipotesi, ciò che ragionevolmente ci si può aspettare dall’attuazione del Jobs Act è un aumento temporaneo dei contratti a tempo indeterminato sul totale dei nuovi contratti di lavoro. Il provvedimento, infatti, lascia sostanzialmente invariate le forme contrattuali pre-esistenti e precarie, a fronte degli sgravi fiscali che si attribuiscono alle imprese che assumono con contratto a tempo indeterminato. Il meccanismo è disegnato in modo tale da rendere conveniente per le imprese assumere con contratti a tempo indeterminato fino a quando potranno godere di sgravi fiscali, per poi tornare ad assumere con contratti ‘flessibili’ (non eliminati dalla “riforma”) In tal senso, il provvedimento può tradursi in uno sconto fiscale alle imprese senza effetti sull’occupazione[1].

In effetti, e in modo del tutto improprio, il Governo ha diffuso dati parziali, non restituendo una fotografia di ciò che è realmente accaduto nel mercato del lavoro italiano. Il quadro generale è stato fornito dall’ISTAT, che ha rilevato che, a fronte dell’aumento delle nuove assunzioni a tempo indeterminato (+20.7% rispetto al 2013), si è verificata una significativa riduzione sia delle trasformazioni dei contratti a termine (-11.2% rispetto allo stesso anno di riferimento) sia delle assunzioni con contratti a tempo determinato (-7%). In base a queste stime, si giungerebbe alla conclusione che le nuove assunzioni nel 2014 sono state ben 13. Viene anche rilevato, dal Centro Studi di Confindustria, che il modesto incremento dell’occupazione riguarda individui di età superiore ai cinquant’anni (http://www.confindustria.it/). In ogni caso, come mostrato in Figura 1, il tasso di disoccupazione, fra il 2014 e il 2015, è aumentato.


Figura 1: l’andamento del tasso di disoccupazione in Italia: 2014-2015 (Fonte Istat)

I dati Istat (non quelli della propaganda governativa) riflettono, a ben vedere, il fatto che, nel periodo considerato, non vi è stata nessuna modifica radicale negli indirizzi di politica economica tale da motivare un rilevante aumento dell’occupazione. Neppure si può stabilire che sono migliorate le aspettative degli imprenditori e dei consumatori. Tutt’altro. L’aumento dei risparmi delle famiglie italiane attesta semmai il contrario. Si tratta, infatti, di risparmi effettuati per ragioni precauzionali, ovvero per far fronte a eventi futuri percepiti come sempre più incerti. E l’aumento dei risparmi ha prodotto (e sta producendo) due esiti negativi per quanto attiene all’andamento dell’occupazione:

1) poiché i redditi non sono aumentati, l’aumento dei risparmi si è interamente tradotto in una riduzione dei consumi, quindi della domanda interna e della domanda di lavoro espressa dalle imprese;

2) la contrazione dei consumi ha ulteriormente accentuato la spirale deflazionistica nella quale si trova l’economia italiana, incidendo negativamente sulle aspettative imprenditoriali. E’ evidente, infatti, che in condizioni nelle quali il tasso di inflazione si riduce, le imprese si attendono di poter vendere i beni da loro prodotti a prezzi più bassi, ottenendo margini di profitto ridotti, con la conseguenza che gli investimenti non vengono effettuati e vengono posticipati. Ciò anche a ragione della riduzione dell’offerta di credito da parte del settore bancario.

In questo scenario, il peggioramento delle aspettative dei consumatori (che genera un aumento dei risparmi precauzionali) attiva una spirale perversa che agisce negativamente sulle aspettative delle imprese, generando la contestuale riduzione di consumi e di investimenti. E’ chiaro che, stando così le cose, è ragionevolmente impossibile attendersi un aumento dell’occupazione e, ancor più, attendersi un aumento delle assunzioni con contratto a tempo indeterminato.

A ciò si aggiunge il fatto che, sebbene il termine sia scomparso dal dibattito politico, questo Governo continua, di fatto, ad attuare politiche di austerità, ovvero di riduzione della spesa pubblica e di aumento della pressione fiscale, quest’ultima attestatati a oltre il 50% del Pil e prevalentemente imputabile all’aumento delle addizionali regionali e comunali. Dunque, anche per questa ragione la domanda interna si riduce, contribuendo in via diretta a generare cali (o non aumenti) del tasso di occupazione e, in via indiretta, a incidere negativamente sulle aspettative di imprese e consumatori.

L’aumento delle assunzioni a tempo indeterminato (qualora vi sia effettivamente stato secondo la stima del Governo) non è imputabile né al Jobs Act né agli sgravi fiscali, ma deriva essenzialmente da un aumento della domanda estera che ha spinto alcune imprese italiane ad accrescere la produzione (a seguito dell’aumento degli ordinativi) e dunque la domanda di lavoro. In particolare, è il settore automobilistico quello che, su fonte ISTAT, fa registrare i maggiori tassi di crescita, con un aumento della produzione di oltre il 30% nell’ultimo trimestre 2014 rispetto al medesimo trimestre dell’anno precedente. L’aumento delle esportazioni, a sua volta, è imputabile alle politiche di “moderazione salariale” che sono state messe in atto negli ultimi anni, e che si sono manifestate in un rilevante calo della quota dei salari sul Pil in Italia.

Da più parti viene fatto rilevare che lo scenario macroeconomico ha subìto una svolta in senso favorevole alla crescita italiana, derivata dal combinato della svalutazione dell’euro, del quantitative easing e della riduzione del prezzo del petrolio. Vi sono però fondate ragioni per ritenere che nessuno di questi fattori possa incidere in misura significativa sull’aumento dell’occupazione:

a) La svalutazione dell’euro potrebbe non associarsi a incrementi rilevanti delle nostre esportazioni, dal momento che, data la specializzazione produttiva dell’economia italiana, ciò che maggiormente conta è la competitività ‘non di prezzo’, ovvero la qualità dei prodotti venduti all’estero. E, in molti casi, si tratta di prodotti considerati di lusso, per i quali vale semmai il c.d. effetto Veblen, per il quale la domanda cresce al crescere del prezzo[2].

b) Il quantitative easing presenta una fondamentale criticità che attiene ai meccanismi di trasmissione della politica monetaria nell’assetto istituzionale dell’Unione Monetaria Europea. In altri termini, l’acquisto di titoli di Stato detenuti da banche e istituzioni finanziarie da parte della BCE di per sé non implica che le banche eroghino maggiori finanziamenti a imprese e famiglie. Ciò a ragione del fatto che la fondamentale causa della restrizione del credito in atto è da rinvenirsi nella caduta della domanda, che attiva una spirale perversa di riduzione dei profitti, crescenti insolvenze, progressiva riduzione della convenienza da parte delle banche a erogare credito. In più, come attestato da Banca d’Italia, il peggioramento delle aspettative imprenditoriali si associa anche alla riduzione della domanda di credito, con effetti di segno negativo sulla dinamica degli investimenti e sul tasso di crescita. Letto in quest’ottica, il credit crunch è l’effetto di politiche fiscali restrittive e, dunque, andrebbe contrastato con maggiore spesa pubblica e minore pressione fiscale. Ciò a dire che la sola politica monetaria può fare davvero poco per far fronte al problema.

c) La riduzione del prezzo del petrolio è da leggersi semmai come effetto della recessione in corso, ovvero come effetto della riduzione della domanda di materie prime derivante dalla contrazione della produzione. Un recente rapporto della Banca d’Italia confermaquesta congettura, rilevando che la riduzione del prezzo del petrolio è effettivamente dipesa dalla contrazione della domanda a fronte di livelli di produzione invariati.

Occorre chiarire che il persistente aumento (o la non riduzione) del tasso di disoccupazione è un fenomeno irreversibile. Si tratta, infatti, di disoccupazione di lungo periodo che si associa, per gli individui con più elevata scolarizzazione, a obsolescenza intellettuale e, dunque, al progressivo depauperamento delle conoscenze acquisite; così che è estremamente bassa la probabilità che siano assunti nel caso in cui aumenti la domanda di lavoro. Più in generale, il deterioramento della qualità della forza-lavoro, conseguente a una condizione di disoccupazione di massa (soprattutto giovanile) di lunga durata, compromette non solo la possibilità che questi individui siano assunti una volta aumentata la domanda di lavoro, ma, per effetto della progressiva perdita di competenze e soprattutto della compressione degli investimenti conseguente alla riduzione della domanda attesa, anche la possibilità di un futuro aumento del tasso di crescita della produttività del lavoro. In questo scenario, non stupisce se la ricerca dell’impiego passa sempre più attraverso le “reti relazionali”, accrescendo, anche per questa via, le diseguaglianze distributive.

NOTE

[1] V. A.Stirati, Il primo maggio del Jobs Act, “Economia e Politica”, 1 maggio 2015. Per una accurata ricostruzione critica dei contenuti del Jobs Act, si rinvia a M.Barbieri, Jobs Act e intergrazione salariale, “Economia e Politica”, 31 marzo 2015. La nuova normativa dispone che sulla retribuzione spettante al lavoratore (nel caso di conversione del contratto di lavoro a tempo indeterminato – vigente la clausola delle tutele crescenti), l’impresa non paga la contribuzione all’Inps. L’impresa continua a versare i contributi all’Inail e il Tfr (che il lavoratore potrà chiedere di includere in busta paga). La durata delle agevolazioni è di tre anni.

[2] Sebbene non siano disponibili risultati definitivi, la gran parte degli studi sull’argomento conclude che l’elasticità al prezzo delle esportazioni italiane è, per la gran parte dei beni esportati, più bassa della media dei Paesi dell’eurozona.

 

fonte: http://temi.repubblica.it/micromega-online, 06.05.2015

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