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I partiti alla sfida decisiva, di Massimo Franco

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 22/12/2021 10:08
La manovra e la corsa per il Colle fanno risalire la tensione. Emergono settori del Parlamento che puntano a scongiurare o comunque a indebolire un’eventuale candidatura del premier al Quirinale. Ma il vero pericolo è quello di ripiombare nell’incertezza…

Sostenere, come fa Mario Draghi, che il Piano per la ripresa non è del governo ma del Paese, mira a smontare due critiche. La prima è di quanti sostengono che le Camere avrebbero svolto un ruolo minore nella redazione della legge di Bilancio rispetto a Palazzo Chigi e al ministero dell’Economia. La seconda è di chi ritiene che la manovra premi troppo i micro-interessi rispetto a una visione strategica. Ma la sensazione è che il premier abbia dato fondo a tutto il pragmatismo di cui è capace per centrare il bersaglio grosso: presentarsi all’Europa avendo, se non raggiunto, quasi toccato gli obiettivi che aveva additato.

A guardare bene, il plauso trasversale e perfino alcune critiche all’esecutivo riflettono la volontà di concedere il più possibile a forze politiche inclini per prime a proteggere un elettorato frammentato; e a non darsi obiettivi troppo ambiziosi per approvare un progetto chiamato a conciliare l’esigenza di ottenere i fondi europei e le preoccupazioni elettorali di qui al 2023. L’obiettivo era e rimane quello di far passare la manovra con una coesione parlamentare che rafforzerà la percezione dell’Italia all’estero; e che può essere un viatico per le votazioni di gennaio al Quirinale.

D’altronde, non è la prima volta che il testo della legge di Bilancio arriva in extremis: la casistica degli anni passati ne è la controprova. In questa congiuntura, la differenza è data da una posta in gioco talmente alta da far passare in secondo piano le obiezioni di alcuni.

È singolare accusare Draghi di avere assecondato le richieste dei partiti, da parte delle stesse forze politiche che quelle richieste hanno avanzato, aumentando la spesa pubblica. Non si può escludere che i malumori serpeggiati nelle ultime ore tradiscano un nervosismo destinato a proiettarsi sulle manovre per la successione al capo dello Stato, Sergio Mattarella.

Sta emergendo in modo vistoso una filiera di settori del Parlamento che puntano a scongiurare o comunque a indebolire un’eventuale candidatura del premier. Ma la pletora degli aspiranti presidenti sottolinea la debolezza di queste posizioni, e la difficoltà di trovare una regia e una sintesi. E quanto sta accadendo e accadrà di qui a fine anno sembra dire che il percorso del governo e della maggioranza si sta concludendo: che Draghi diventi presidente della Repubblica o meno. Nel momento in cui il traguardo che si era prefisso appare meno distante, e si accentuano le tensioni politiche, comincia di fatto un’altra fase.

Si tratta di una prospettiva che renderà difficile preservare la coalizione cementata dall’emergenza economica e dalla necessità di contenere il contagio del Covid. Lo spartiacque non dichiarato ma ammesso da tutti a mezza bocca sarà il voto per il Quirinale. Il tema, ormai, tende a non essere tanto se il premier sarà eletto o no. Il dilemma sta diventando quello del modo migliore di servirsi del suo ruolo di garante nel futuro: tanto più nel momento in cui l’altro garante, Mattarella, ha deciso di scansare l’ipotesi di un prolungamento a tempo del settennato.

È verosimile che quasi di rimbalzo, la sua uscita di scena renda improbabile anche la permanenza di Draghi alla presidenza del Consiglio. Si pone dunque il problema di capire se l’Italia possa permettersi il lusso di perdere contemporaneamente i due artefici della ripresa economica e del contenimento della pandemia negli ultimi undici mesi. È un problema la cui soluzione passa nelle mani delle forze politiche. Ne mette a nudo i calcoli, l’identità, e forse la paura e la frustrazione, perché al fondo implica una sfida con se stesse, prima e oltre che col premier.

In questi mesi, i partiti l’hanno vinta dimostrando un senso di responsabilità e un’umiltà forse obbligati, ma che non erano scontati. Il tema si riproporrà nelle prossime settimane, quando il Parlamento in seduta comune sarà sovrano. E dovrà fare i conti con la tentazione legittima ma rischiosa di chi non considera l’ultimo governo come un fattore di trasformazione al quale dare seguito in modo coerente. Piuttosto, come un momento eccezionale e temporaneo: un’anomalia da archiviare al più presto, sebbene la crisi del sistema politico, invece, sia tutt’altro che superata.

Eppure, senza una maturazione delle forze maggiori e una riforma irreversibile dell’identità di quanti fino a ieri si definivano orgogliosamente populisti e euroscettici, l’arretramento sarebbe inevitabile: tanto più in assenza di qualcuno in grado di garantire all’Europa e ai mercati finanziari che l’Italia è determinata a non deflettere dagli impegni presi. Davanti a questo bivio, non è chiaro quale strada sarà imboccata. D’altronde, la scelta non si presenta facile perché implica un processo di autoriforma ancora lungo. Il passato insegna che le scorciatoie spesso sono più accidentate e pericolose di un percorso lineare.

Il rischio di ripiombare nell’incertezza nella quale il Paese è stato immerso dal 2018 al 2020, e senza avere un ancoraggio solido al Quirinale, sarebbe un azzardo troppo grande. 

https://www.corriere.it/editoriali/21_dicembre_21/10-cultura-documentogcorriere-web-sezioni-cd1af58a-62a1-11ec-a583-0974d17fd3de.shtml

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