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I movimenti popolari come poeti sociali, di Vincenzo Rosito

creato da Rocco D'Ambrosio ultima modifica 15/06/2017 16:33
Da alcuni anni papa Francesco ha intrapreso un dialogo inedito e degno di particolare attenzione, quello con i rappresentanti dei movimenti polari ...

 

Da alcuni anni papa Francesco ha intrapreso un dialogo inedito e degno di particolare attenzione, quello con i rappresentanti dei movimenti polari riuniti in occasione degli incontri mondiali promossi dal dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale. I discorsi pronunciati dal pontefice in quelle occasioni costituiscono uno specifico itinerario di riflessione caratterizzato da uno stile accogliente e inclusivo nei riguardi di particolari forme di aggregazione sociale[1].

I movimenti popolari si presentano prima di tutto come soggetti collettivi, sono cioè aggregazioni di popolo che non si determinano in prima istanza in virtù dell’identità nazionale o dell’appartenenza a una comune classe sociale. La natura di questi movimenti può essere pertanto determinata anche da imprese occasionali o da singoli progetti di aggregazione. Tanto la nazionalità quanto l’appartenenza a una categoria professionale sono elementi importanti per ritagliare i confini delle aggregazioni sociali. I movimenti popolari hanno tuttavia la freschezza e l’originalità di soggetti collettivi capaci di unirsi prontamente attorno ai nuovi bisogni degli individui. Essi si muovono sulla scena locale avviando processi di trasformazione globale. Sono associazioni di contadini che rivendicano il libero accesso alla terra, tutelando gli usi comuni di determinate risorse naturali o energetiche. Sono i numerosi gruppi di riciclatori: uomini e donne capaci di istituire autentiche economie del recupero, avviando processi lavorativi di raccolta e di trasformazione degli scarti urbani. Sono commercianti agricoli e artigiani, produttori e venditori di manufatti che prendono forma tra le loro mani e che portano il marchio di un’impronta rugosa e sapiente.

I movimenti popolari non si esauriscono in una specifica classe economica e produttiva, i saperi tradizionali che li contraddistinguono non sono soltanto un deposito di conoscenze pratiche da tutelare e preservare. Essi promuovono infatti nuove modalità di interazione e di scambio sociale. Per queste ragioni il dialogo di Francesco con i movimenti popolari non è solo un gesto di vicinanza e di attenzione nei riguardi di alcuni lavoratori disagiati. Quello dei movimenti popolari è un lavoro sofferto ma creativo, marginale e allo stesso tempo essenziale, scartato ma sorprendentemente vitale. Dialogando con essi il lavoro apparentemente accessorio e insignificante viene messo al centro, diventa cioè un movimento di ispirazione critica per le professioni ufficialmente riconosciute dal sistema economico e canonizzate dai notabili della produttività. Stiamo assistendo a una svolta del magistero sociale per quanto concerne le priorità del lavoro umano: la voce dei poveri non è un’istanza sovversiva per il sistema produttivo globale, ma un apporto qualificato e credibile per la riforma dei sistemi economici e degli scenari lavorativi su scala planetaria e locale[2]. I movimenti popolari sono portatori attivi di competenze professionali e di proposte sociali, sono autorevoli soggetti di insegnamento e di evangelizzazione: «I piani di assistenza che servono a certe emergenze dovrebbero essere pensati solo come risposte transitorie, occasionali. Non potrebbero mai sostituire la vera inclusione: quella che dà lavoro dignitoso, libero, creativo, partecipativo e solidale. In questo cammino, i movimenti popolari hanno un ruolo essenziale, non solo nell’esigere e nel reclamare, ma fondamentalmente nel creare. Voi siete poeti sociali: creatori di lavoro, costruttori di case, produttori di generi alimentari, soprattutto per quanti sono scartati dal mercato mondiale»[3].

Nei discorsi del pontefice ai movimenti popolari emergono alcune questioni particolarmente rilevanti anche per la filosofia sociale contemporanea, come quella di recuperare ad esempio la fisionomia di un soggetto lavoratore in quanto creatore e poeta. La dimensione poietica e creativa di ogni impresa professionale non può essere rimossa o sacrificata sull’altare del rendimento. Le astuzie del capitalismo finanziario, alleatosi da tempo con le avanguardie del neoliberismo, fa in modo che il lavoro venga percepito alla luce di una perenne stagione emergenziale. Negli ingranaggi impersonali della crisi economica globale si annida il rischio di una rappresentazione petulante e caricaturale del lavoro. Il singolo individuo rischia di essere percepito come un soggetto che esige e reclama un ruolo occupazionale e non come un creatore potenziale o un innovatore radicale. La voce dei movimenti popolari si innalza all’interno degli scenari economici globali non perché sostenuta dalla pur legittima rivendicazione di maggiori garanzie sul lavoro, ma perché è portatrice di pratiche collettive e di saperi condivisi che alla prova dei fatti e della storia risultano essere sensati, efficaci e credibili. La poesia dei movimenti di popolo non sta nella produzione di manufatti originali o di pezzi unici, ma nella capacità di connettere la creatività artigianale di ogni uomo con i patrimoni culturali e sociali che lo hanno nutrito.

L’apporto innovativo e dirompente dei movimenti popolari consiste nel recupero di una comunicazione vivente e vitale tra le singole imprese lavorative e le pratiche sociali da cui scaturiscono. I saperi artigiani si contraddistinguono ad esempio non solo per la capacità di commercializzare prodotti “fatti a mano”, ma perché dentro tali creazioni è possibile scorgere la storia e le competenze di un soggetto collettivo[4]. I movimenti sono dunque popolari non perché portatori di una peculiarità esotica e minoritaria rispetto all’avanzata dell’omologazione culturale. É dunque popolare qualsiasi pratica condivisa capace di avviare e realizzare le potenzialità creative di un’opera collettiva. I movimenti popolari sono caratterizzati da un senso pratico che resta perennemente all’opera, un potere-di-essere in continuo esercizio e costantemente nutrito al seno di saperi condividi e diffusi. La sapienza artigiana dei movimenti di popolo non è un corollario decorativo che anche in certi ambienti ecclesiali viene esposto e sfoggiato in una sorta di allegorico allestimento fieristico. Rischiamo di folklorizzare ciò che è autenticamente popolare. Il dialogo intrapreso da Francesco con i movimenti di popolo sembra aver preso sul serio il rischio a cui faceva riferimento Michel de Certeau quando parlava di una tendenza alla folklorizzazione delle pratiche credenti e del linguaggio cristiano[5].

Per il magistero sociale non si tratta di inseguire i temi o le mode di una sensibilità assistenzialista ed emergenziale, ma di recuperare al cospetto del mondo e delle sue distorsioni sistemiche un discorso serio e maturo sulla credibilità economica e culturale della dimensione popolare. Ciò significa sostenere e favorire ad esempio tutte quelle nascenti pratiche di popolo che fanno ricorso alla gestione collettiva di determinate risorse, alla riscoperta di antichi usi civici che per secoli hanno permesso la condivisione di beni materiali e immateriali. É popolare in tal senso anche l’esercizio condiviso dell’intelligenza umana, così come quei contesti in cui il lavoro intellettuale, l’elaborazione concettuale o la stessa ricerca scientifica non vengono esercitati privatisticamente o trattenuti per la gloria autoreferenziale di qualcuno. Sussiste una declinazione popolare anche per le professioni che producono e gestiscono beni immateriali. Il terreno dei beni comuni costituisce ad esempio un campo aperto e non ancora del tutto visitato dalla dottrina sociale della chiesa. Nelle dinamiche processuali e condivise che riconoscono e gestiscono determinati beni comuni è possibile incontrare nuovi soggetti collettivi capaci di un soprassalto di creatività e desiderosi di un sapore di popolo. Anche presso di loro la chiesa, popolo di Dio in cammino, può continuare a “percorrere cortili scorgendo praterie”[6].

Vincenzo Rosito, docente Seraphicum, Roma

 

fonte:  “Il Regno”, n. 6, 2017, pp. 167-168.

[1] Si fa riferimento nello specifico ai discorsi che il papa ha rivolto ai partecipanti agli incontri mondiali dei movimenti popolari che si sono tenuti rispettivamente in Vaticano, il 28 ottobre 2014; a Santa Cruz de la Sierra (Bolivia), il 9 luglio 2015 e nuovamente in Vaticano, il 5 novembre 2016.

[2] Il movimento di conversione personale e comunitario a cui Francesco si riferisce costantemente può essere espresso proprio nel superamento di una prospettiva esclusivamente assistenzialista nei riguardi dei poveri. Ad essere dunque profondamente scosso e interpellato non è semplicemente l’ascolto delle istanze dei poveri, ma una coscienza ecclesiale e sociale che si lasci da loro evangelizzare. Cf J.C. Scannone, Incarnazione, kénosis, inculturazione e povertà, in La riforma e le riforme nella chiesa, a cura di A. Spadaro - C.M. Galli, Queriniana, Brescia 2016, 459-484.

[3] Papa Francesco, Discorso ai partecipanti al secondo incontro mondiale dei movimenti popolari, Santa Cruz de la Sierra (Bolivia), 9 luglio 2015.

[4] «Il senso pratico è l’intuizione concreta della familiarità tra il desiderio di fare e la praticabilità delle cose del mondo […] L’artigiano ha come punto di partenza il senso pratico infuso: un potere iniziale che pro-muove l’azione e che, come compimento, ha il savoir-faire. La bellissima espressione francese allude al saper-fare con elegante disinvoltura e leggerezza. “Sapere” e “fare”, azioni spesso giudicate alternative e opposte, sono invece presentare dalla Torah come un’unica e inscindibile operazione» G.C. Pagazzi, Questo è il mio corpo. La grazia del Signore Gesù, EDB, Bologna 2016, 26.

[5] Cf M. de Certeau - J.M. Domenach, Il cristianesimo in frantumi, Effatà, Cantalupa 2010, 39-43.

[6] Cf J.M. Bergoglio, Nel cuore di ogni padre. Alle radici della mia spiritualità, Rizzoli, Milano 201, 7-12.

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