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I giovani e il lavoro, di Bruno Forte

creato da Rocco D'Ambrosio ultima modifica 21/07/2016 18:52
Oltre a essere i narratori della speranza, i giovani sono chiamati a considerare lucidamente il desiderio e le sfide della conquista...

 

È drammatico il dato sulla disoccupazione giovanile nel nostro Paese. Un giovane su tre, fra chi ne avrebbe le potenzialità, è senza lavoro, con prospettive incerte anche sull'immediato avvenire. Impegnarsi per creare opportunità ai giovani è compito prioritario nell'agenda delle cose da fare, come ha riconosciuto con chiarezza il presidente Monti. Il governo dovrà certo fare la sua parte, ma sarebbe illusorio pensare che il problema si risolva unicamente dall'alto.

Mai come in questo campo si richiede una sinergia ampia e convinta, dalle famiglie alla scuola, dalla società civile alla comunità ecclesiale, dalle imprese ai sindacati, dalle amministrazioni locali alle agenzie che operano sul territorio al servizio del bene comune. È importante, però, che i primi protagonisti di questo sforzo corale siano proprio i giovani.

Come? Vorrei rispondere a questa domanda partendo da un'immagine biblica, tratta dal libro dei Numeri (cap. 13), dove si narra degli esploratori mandati da Mosè a visitare la terra promessa. Ritornando, essi portano il grappolo d'uva, il melograno e il fico e, nel raccontare quello che hanno visto, trasmettono una tale, convinta emozione, che tutto il popolo decide di affrontare il rischio di entrare in una terra dove abitano i giganti. È l'immagine di quello che dovrebbero fare i giovani di fronte alle sfide della crisi in atto. Come gli esploratori, i giovani non sono i capi del popolo, non sono Mosè, né Aronne; essi non sono neanche i sacerdoti o i leviti, e neppure la grande massa costituita dalle famiglie, dagli anziani, dai bambini. I giovani sono per loro natura gli esploratori, mandati a scoprire il futuro di tutti. Chi entrerà nella terra promessa, chi la vedrà e la farà sua? Chi ne intuisce già i tratti, ne avverte il sapore e il profumo? Sono i giovani. In questo senso, aveva ragione Giovanni Paolo II nel dire che sono loro le sentinelle del mattino, che annunciano con i loro sogni e le loro attese il giorno che verrà. Sono loro i primi destinatari di quel sì di Dio al mondo, di cui parla spesso Benedetto XVI. I giovani anticipano il futuro, ce lo fanno assaggiare. Ecco perché un adulto che abbia perso il contatto coi giovani diventa presto vecchio; e chi è rimasto a contatto con loro conserva una carica stupefacente di giovinezza e di speranza.

Mi chiedo, allora, quali caratteristiche dovranno avere questi esploratori della terra promessa. Come agli inviati del libro dei Numeri, è chiesto ai giovani di raccontare un mondo ai più sconosciuto: essi devono essere dei narratori. Narrare non significa aver capito tutto, voler spiegare tutto, descrivere ogni dettaglio. Narrare vuol dire comunicare un'esperienza vissuta in maniera così intensa da risultare contagiosa di futuro. È questo che mi aspetto dai giovani: che aiutino tutti noi a conoscere, attraverso i loro racconti - che sono i loro "sogni diurni", le loro attese e speranze - un mondo che per tanti aspetti non conosciamo, quello che condividono ogni giorno nelle scuole, negli ambienti di vita, con i loro amici, con quanti sanno dialogare con loro. Da questo mondo ci separa spesso una distanza, che ci rende difficile capirlo. È evidente, peraltro, che non si può imparare la lingua degli altri senza conoscerli. Chi conosce la lingua dei giovani, chi sta esplorando il mondo che deve venire, sono anzitutto loro, i giovani stessi. Perciò, noi adulti abbiamo bisogno di loro, perché senza di loro non potremo parlare al futuro; è grazie a loro, se accettano di coinvolgersi nell'avventura di sognare insieme e di organizzare la speranza, che anche noi potremo parlare al domani e costruirlo con loro. Il mio appello è allora a coinvolgere i giovani nello sforzo creativo del progetto, necessario ad aprire le vie del domani di tutti. Gli organismi di partecipazione (ad esempio scolastica) sono importanti, ma non bastano. Occorre un livello ulteriore di ascolto e di condivisione.

Oltre a essere i narratori della speranza, i giovani, come gli esploratori della terra di Canaan, sono chiamati a considerare lucidamente il desiderio e le sfide della conquista. Quando presentano il melograno, il fico e l'asta con i grappoli d'uva, gli esploratori lo fanno per dire: «Guardate che bello, questi sono i frutti della terra promessa», una terra di cui si sono innamorati. Essi descrivono qualcosa per cui vale la pena di rischiare. Vorrei chiedere allora ai giovani: non narrateci l'ovvio, lo scontato; narrateci, invece, quello che nella vita vi fa sognare. Narrateci le vostre speranze, i vostri desideri; siate i trasmettitori di un'esperienza che solo l'amore dischiude, perché solo se si guarda con amore la terra della promessa di Dio, si può anche vedere il grappolo d'uva e il melograno e il fico. Aiutateci a sognare con voi un sogno anche arduo, ma possibile! Proprio per questo, come fecero gli esploratori della terra promessa, non tacete a voi stessi e agli altri le difficoltà dell'impresa. Il vostro sogno sia a occhi aperti, tanto da risultare interprete lucido e razionale della realtà! Bisogna scommettere sulle capacità dei giovani: ad essi non dobbiamo solo chiedere di trasmetterci un'emozione, ma anche di aiutarci a pensare, di proporci delle sfide, di farci valutare senza ambiguità le difficoltà dell'impresa. Nella terra promessa ci sono i giganti, le grandi agenzie che puntano solo al profitto e non esitano a scarificare ad esso i più deboli, a cominciare dai giovani! Non si può, né si deve tacere sulle difficoltà, le sfide, le prove che vanno affrontate. Amare i giovani significa chiedere loro sacrifici sensati, impegnarli a prepararsi, a studiare, a esercitarsi nel dono di sé. Guai a stimolarli solo a fare bella figura, ad apparire! I giovani vanno educati e devono educarsi a capire i problemi, a esaminarli e ad affrontarli insieme con gli altri, a lavorare sodo per superarli.

Da questo consegue una svolta decisiva: da semplici destinatari, più o meno raggiunti dalle nostre analisi e dai nostri progetti, i giovani vanno riconosciuti e trattati da veri protagonisti e interlocutori. Qui c'è il nuovo cui aprirsi: normalmente si parla dei giovani, si progetta sui giovani, ma i giovani non ci sono. In tutti gli organismi decisionali i giovani sono una rarità: si studiano i loro problemi, ma loro sono assenti, non convocati. Ovviamente, con questo non intendo entrare nel dibattito intorno ai cosiddetti "rottamatori" e alle loro ragioni, ma stimolare tutti, specialmente gli adulti e quanti hanno responsabilità di azione, ad ascoltare seriamente il mondo dei giovani, con mente lucida e cuore aperto. Ai giovani, infine, perché siano protagonisti del loro domani, chiederei di sentirsi caricati di un invio, coscienti di una responsabilità, portatori di speranza e di fede, innamorati della bellezza, che salverà il mondo. Giovani luminosi, capaci di guardare agli altri non con indifferenza, ma con attenzione d'amore, col desiderio di raggiungere tutti con un sogno comune, pronti a pagare il prezzo necessario per fare della speranza il dono di un presente possibile. Don Lorenzo Milani proponeva ai ragazzi di Barbiana il motto "I care", mi sta a cuore: abbiamo bisogno di giovani che credano in questo, che amino i deboli e i poveri, che regalino un po' del loro tempo agli altri, che non si risparmino nel prepararsi seriamente al domani, che soprattutto non si chiudano mai a quelle che i credenti chiamano - con discernimento e umile consapevolezza - le sfide e le sorprese di Dio. È quello che auguro a tutti i nostri giovani e in modo speciale a chi in questi giorni inizia un nuovo anno scolastico, perché sia cammino fecondo verso un futuro più giusto e bello per tutti.

fonte: Il Sole XXIV Ore del 9 settembre 2012

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Vito Falco
Vito Falco :
11/09/2012 08:35
Forse bisognerebbe iniziare a mettersi d'accordo sulle parole. "Giovane", in Italia, è attribuito anche agli ultra 40enni :-/
Sarà colpa del marketing?
direttore
direttore :
11/09/2012 15:30
Hai perfettamente ragione! Sul n. 63 di Cercasi - scusami la citazione - avevo scritto: "E c’è un altro problema di grande rilievo: la gerontocrazia. Dalla politica al mondo degli affari, da quello universitario e culturale a quello ecclesiale, dallo sport alle professioni, si moltiplicano i casi di anziani che non hanno nessuna intenzione di passare il testimone: sono lì arrocati al loro potere e trovano mille scuse per non andare a casa. Sono quelli che si ritengono così indispensabili da parlare sempre di ”spazio ai giovani”! Sia chiaro non ho niente contro gli anziani: so solo che più saggi sono e più fanno crescere i giovani attorno a loro, più maturi sono e più capiscono che c’è un tempo per comandare e uno per mettersi da parte, uno per dirigere e uno per portare i nipotini al parco e così via. In Italia la gerentocrazia è un problema molto serio: incide spaventosamente sulla serenità e sul futuro dei giovani". Ciao!
Pino Greco
Pino Greco :
11/09/2012 20:27
Cari amici, parlare di competenza e senilità potrebbere pur essere superficiale. Non voglio polemizzare, ma portare il discorso su un livello diverso. Ad oggi anche i quarantenni hanno il dovere di rinventarsi giovani. Molti coetanei stanno perdendo il lavoro e senza una mentalità "giovanile" di rinventarsi il lavoro sarà difficile per loro rientrare in quest'ambito. Certo le istituzioni non possono far piovere lavoro, altrimenti il senso della privatizzazione di molte attività industriali in capo alle competenze governative andrebbe controcorrente, per cui non si può ri-nazionalizzare attività produttive.
Certo, però, che le istituzioni dovranno in questo periodo trovare ogni modo e soluzione per incrementare posti di lavoro, ponendosi come mediatore tra aziende in esodo e lavoratori assetati di lavoro. Dovranno essere i primi promotori verso investitori non esteri, ma sopratutto italiani, i quali si sono sempre più dimostrati attaccati al territorio. Ma è pur vero che adesso si è molto più legati alla speculazione e alla richezza propria....
I dubbi sono tanti, ma nessuno sta cercando di scioglerli per far apparire la luce in fondo al tunnel.
Oramai non è più tempo di proclami, ma di azioni concrete e tutti giovanie e "meno" giovani abbiamo il dovere di aiutare la comunità tutta a fare un passo avanti verso la democratizzazione dell'impiego e il solidale benessere, che può solo mitigare gli stupidi nazionalismi verso il diverso (sia di colore che di idee) e riaffermare quanto don Milani e don Tonino Bello ci hanno insegnato: la condivisione e l'interesse verso il bene comune.
PARADISO GIOVANNI
PARADISO GIOVANNI :
11/09/2012 22:10
Salve, ho da poco lasciato il mondo del lavoro, ho 56 anni, provengo dalla Pubblica Amministrazione e pur potendo continuare a prestare servizio, ho preferito, avendo raggiunto il massimo traguardo previdenziale possibile, farmi da parte con l'intento di favorire un ipotetico giovane, quindi credo di aver dato il mio personale contributo alla causa. Di contro, non deve sfuggire che oggi a perdere il lavoro sono anche miei coetanei nei cui confronti la recente riforma sul lavoro ha creato non poche note di criticità. Condivido la necessità di finirla con i proclami e che sia necessario la partecipazione di tutti, soprattutto da parte delle piccole comunità,alla risoluzione delle problematiche occupazionali del proprio territorio nell'intento di valorizzare al meglio le proprie ricchezze, coinvolgendo senza esclusione alcuna, tutte le forze presenti, quelle giovanili per la loro vivacità ed intraprendenza fantasiosa e quelle senior per il giusto sostegno sia finanziario che d'esperienza . Penso a quanto possa essere fatto nel canpo dell'Agricoltura soprattutto in alcune sacche di territorio del nostro mezzoggiorno completamente abbandonate, dove potrebbero essere ben insediate nuove realtà imprenditoriali, magari ben supportate da finanziamenti della UE. In proposito è di queste ultime ore l'allarme lanciato da autorevoli rappresentanti del mondo agricolo italiano, che nei prossimi mesi le ns. produzioni di grano ed olive non riusciranno da sole a soddisfare la domanda interna.
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