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I giganti dell'economia e i pericoli per la democrazia, di Cristina Ricotti

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 01/06/2021 16:35
Se guardiamo ai mercati globali assistiamo al dominio di monopoli e oligopoli ristretti, risultato di decenni di concentrazioni in settori quali l'agricoltura, la finanza e la farmaceutica…

Da tre decenni viviamo immersi dentro a un enorme esperimento globale. Cosa accade quando le nazioni del mondo indeboliscono i controlli sulla dimensione e il potere dei giganti industriali? Cosa succede quando i paesi, nel nome del globalismo, sovvenzionano generosamente le proprie aziende più ricche e potenti? Le risposte, credo, sono evidenti. Se guardiamo ai mercati globali assistiamo al dominio di monopoli e oligopoli ristretti, risultato di decenni di concentrazioni in settori quali l'agricoltura, la finanza e la farmaceutica.

Osserviamo le grandi piattaforme tecnologiche, come Google e Facebook, che hanno acquisito un enorme potere sulle nostre vite e che insieme sanno più cose su di noi di chiunque altro. Contempliamo l'incredibile concentrazione della ricchezza globale, il baratro che si è spalancato tra il ricco e il povero, lampante in quella classe internazionale di miliardari che abita un proprio spazio sovrano indipendente. Se torniamo agli anni '90 del Novecento, la promessa della globalizzazione affermava che l'eliminazione delle barriere commerciali e l'ascesa delle catene di subfornitura globali avrebbero generato una diffusa distribuzione della ricchezza a tutti.

C'era senza dubbio un dibattito su chi avrebbe beneficiato maggiormente da tale competizione, e si manifestavano preoccupazioni per la perdita di posti di lavoro e per gli impatti ambientali. A uno sguardo retrospettivo, però, i difensori della globalizzazione – e anche alcuni dei suoi critici – stavano tralasciando qualcosa di più fondamentale riguardo al modo in cui funziona il capitalismo. Non si rendevano conto che la globalizzazione avrebbe potuto alimentare una nuova classe di monopoli capaci di drenare ricchezza da chiunque: lavoratori, distributori e produttori. Essi dimenticavano anche che, in nome del progresso, alcune nazioni avrebbero ricercato esattamente quel risultato.

La conseguenza è che un'enorme concentrazione di ricchezza e potere privati ha trasformato e radicalizzato la politica in tutto il mondo, in cui una classe media in declino e sfiduciata, sentitasi abbandonata, ha cominciato ad appoggiare posizioni sempre più radicali. In molti paesi – Brasile, Regno Unito, Ungheria, Stati Uniti e altri – sono emersi movimenti nazionalisti che, nelle loro forme più estreme, assomigliano ai più pericolosi movimenti degli anni '30. Essi attribuiscono le colpe del declino della classe media a quei medesimi capri espiatori – lavoratori immigrati, stranieri, omosessuali, élite cospirative –, mentre reclamano un allargamento del potere statale in una maniera che non possiamo che considerare terrificante. Quello a cui ci troviamo di fronte è una «maledizione della grandezza» di livello globale che rappresenta una minaccia profonda e pericolosa tanto alla prosperità economica della popolazione più ampia quanto alla democrazia liberale stessa. Questo perché abbiamo incautamente rinunciato all'ideale della democrazia economica, dimenticandoci al contempo che la dittatura economica tende a generare dittatura politica.

La precondizione operativa per la democrazia è rendere il popolo di una nazione sovrano relativamente a ciò che lo riguarda. Sappiamo, tuttavia, che in molti paesi le cose non stanno affatto così. Le dinamiche che stiamo osservando dovrebbero risultare familiari a chiunque abbia studiato un po' di storia del Novecento. Se c'è una sola cosa che dovremmo aver imparato dal secolo scorso è questa: la strada per il fascismo e la dittatura è lastricata dei fallimenti della politica economica nel soddisfare le esigenze della stragrande maggioranza della popolazione.

Le macroscopiche disuguaglianze e la sofferenza materiale alimentano un pericoloso appetito per leadership nazionaliste ed estremiste. E tuttavia, come ciechi di fronte a tali lezioni, ci troviamo a ripercorrere la medesima strada. Le domande che dobbiamo affrontare sono le seguenti: la tolleranza nei confronti degli oligopoli e monopoli globali è di fatto compatibile con il prerequisito dell'uguaglianza di base tra i cittadini, della libertà d'impresa o della democrazia stessa? Possiamo, nello stesso momento, creare una ricchezza diffusa in molte regioni, non solo in alcune, e un reale senso di opportunità in economie dominate dai monopolisti? Ci troviamo già in una situazione in cui il potere privato concentrato in poche mani si riflette in un'eccessiva influenza sui governi? Domande che, suppongo, si rispondono da sole. Ciò, però, non è sufficiente per diagnosticare il problema.

L'obiettivo è di riscoprire una risposta classica al problema del gigantismo economico: un programma antimonopolio e di redistribuzione dei profitti monopolistici. Per fare ciò abbiamo bisogno di reimparare nuovamente le lezioni impartiteci da due gruppi di importanti pensatori: quello degli ordoliberali europei e quello della tradizione antimonopolista angloamericana. Pensatori che hanno avuto un'influenza di primaria importanza all'indomani della catastrofe della Seconda guerra mondiale. Sfortunatamente, nel corso degli ultimi trent'anni, a cominciare dagli Stati Uniti, la tradizione antimonopolista ha subito un declino fino, in alcuni casi, a scomparire quasi del tutto.

Il problema è una sovraindulgenza nei confronti delle idee estreme proclamate originariamente dai soli conservatori americani negli anni '60, e che in seguito sono state riconfezionate e diffuse in tutto il globo. Per dirla brevemente, l'adesione al neoliberismo tecnocratico si è tramutata nella tolleranza o persino nell'entusiastica accettazione del monopolio, al contempo dimenticando le preoccupazioni storiche circa l'eccesso di potere e influenza politici.

Le idee che hanno avuto origine nella destra statunitense, e che hanno fortemente indebolito la tradizione antimonopolista nel suo paese natale, si sono diffuse nel centro del mondo e in seguito in ogni sua parte. In Europa, la patria della tradizione ordoliberale, i funzionari pubblici addetti alla concorrenza, sebbene superficialmente molto attivi, hanno troppo di frequente permesso e approvato le campagne di acquisizione e fusione delle industrie globali. Per quanto ben intenzionati, intendendo perseguire il massimo rigore tecnocratico, gli europei hanno accettato con troppa facilità una restrizione dei loro poteri, mostrandosi sensibili alle questioni di efficienza ma restando indifferenti alla crescita del potere privato o alla possibile corruzione della democrazia.

Infine, gran parte delle maggiori economie asiatiche è stata fin troppo propensa ad accettare legami molto stretti tra le industrie private e lo Stato, talvolta abbracciando un capitalismo a direzione statale. Nel breve periodo questa varietà di capitalismo può essere molto efficace, ma la sua permanenza nel tempo desta preoccupazioni per motivi non solo economici ma anche politici, come dimostra la storia del Giappone, sia prima sia dopo la Seconda guerra mondiale. Anche la Cina ha cominciato a rendere evidenti le possibilità allarmanti che derivano dalla potente commistione di potere pubblico e privato. Le nazioni democratiche hanno disperatamente bisogno di fare qualcosa contro la concentrazione di ricchezza e potere privato e i suoi effetti sulla politica.

https://www.ilsole24ore.com/art/i-giganti-economia-e-pericoli-la-democrazia-AELeePN

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