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I 100 anni di Pietro Ingrao, di Paolo Franchi

creato da D. — ultima modifica 18/09/2015 22:32
Cent’anni. Tanti ne compie Pietro Ingrao, e gli auguri affettuosi a questa vecchia quercia della sinistra e della Repubblica sono un piacevole dovere ...

Cent’anni. Tanti ne compie Pietro Ingrao, e gli auguri affettuosi a questa vecchia quercia della sinistra e della Repubblica sono un piacevole dovere. La vulgata, diffusa anche da molti suoi vecchi compagni-avversari di partito, lo rappresenta ormai da mezzo secolo come un acchiappa nuvole astratto e inconcludente. Nel migliore dei casi, come un poeta, troppo a lungo prestato alla politica prima di ricongiungersi, ormai vecchio, a se stesso.

C’è del vero, e un contributo l’ha dato anche lui, l’uomo che considera la pratica metodica del dubbio come il suo vero contributo alla politica senza però nascondere di aver “amato un po’ troppo l’applauso”. E poi, non ci fosse stata nel 1936 la guerra di Spagna, che lo richiamò bruscamente all’antifascismo e al comunismo, magari sarebbe diventato davvero un poeta a tempo pieno, per quanto possa essere pieno il tempo dei poeti. Oppure un regista di valore. In ogni caso, un giovane (pre?) destinato a far parte delle classi dirigenti. Ci è arrivato lo stesso, come molti altri ragazzi della borghesia colta della sua generazione o giù di lì (un nome per tutti: Giorgio Napolitano), ma per tutt’altre altre vie. Le vie della politica, o meglio la particolarissima via di un partito, il Pci, che nel 1944 Palmiro Togliatti, au retour de Moscou, pur senza allentare di un niente il legame di ferro con l’Unione Sovietica, di fatto rifondò anche allevando, come futuro gruppo dirigente, giovani venuti su durante il fascismo che alla generazione delle galere, della clandestinità e dell’esilio dovevano sembrare di un altro mondo.

La Resistenza, la direzione dell’Unità, Botteghe Oscure, la Camera dei deputati, di cui sarà, tra il 1976 e il 1979, il primo presidente comunista, il Centro per la riforma dello Stato. Il cursus honorum del Pci Ingrao, amato dalla sua gente assai più che da gran parte dello stato maggiore del partito, dal quale lo ha diviso per sempre la battaglia “da sinistra” data (e persa) nel 1966, all’undicesimo congresso, lo farà tutto. A quel nome grande e terribile, comunismo, e a quel “grumo di vissuto” rappresentato dalla vicenda storica dei comunisti italiani, resterà fedele fino e oltre il momento dell’ammainabandiera. Ma a modo suo. Che non è stato il modo di un movimentista (orrendo neologismo) o di un sognatore. Perché Ingrao guarda attento e curioso ai mutamenti che investono la società, il lavoro, l’economia, i movimenti collettivi. E anche il costume: negli anni Settanta, per dire, vedrà nelle radio libere allora dilaganti un potente “strumento ideologico e organizzativo”, e si appassionerà pure “alla funzione aggregante che sta acquisendo a livello di massa la musica”.

Non è, come Togliatti secondo la definizione di Benedetto Croce, totus politicus. Ma tutto questo scavare dentro il cambiamento cerca di riportarlo a quella politica, non solo del Pci, che segna indelebilmente la sua vita. Con il potere e le sue forme di organizzazione, Ingrao (ancora una volta: a modo suo) si misura da vicino. Ed è tra i primissimi a convincersi, già sul finire degli anni Sessanta, che il tempo a disposizione per riforme che riavvicinino i governanti e i governati non sia infinito, e anzi stia per scadere. L’idea cardine è quella di una “democrazia di massa”, un complesso intreccio (molti, anche tra i suoi, dicono: un garbuglio) tra movimenti e partiti, democrazia di base e democrazia rappresentativa, fondato sul primato delle assemblee elettive. Non funziona, aggira il nodo cruciale della decisione, stempera il principio di maggioranza, offusca il ruolo del conflitto, gli obiettano, con un rispetto politico e intellettuale che non è più di questo mondo, autorevoli interlocutori come Norberto Bobbio e Giuliano Amato. Vero. Ma ciò non impedisce che, in particolare con quest’ultimo, Ingrao discuta pacatamente persino della Grande Riforma craxiana e di un presidenzialismo che certo non condivide. E che (nel 1985!) sia lui a proporre, inascoltato, un’assemblea e un governo costituenti, e a battersi (chissà se qualcuno lo ha detto a Matteo Renzi e ai suoi avversari) per il superamento del “bicameralismo perfetto”.

Su movimenti, politica e potere non cambierà idea nemmeno dopo la sconfitta storica sua e della sua parte, nel 1989. Commuove i militanti, il vecchio comunista testardo che si fa portare in motorino alle manifestazioni della sinistra sinistra. Ma ancora nel suo ultimo intervento politico in pubblico (Social Forum di Firenze, novembre 2002), il cui video inedito è ora sul sito del Corriere, si rivolge a una platea di giovani pacifisti radicali come un nonno segnato da tante, dure repliche della storia convinto però di avere, nonostante tutto, qualcosa da trasmettere ai nipoti: “Non basta la passione vostra, la politica chiede potere e deve saper intervenire sul potere”. Chissà se è un appello al realismo o un’utopia novecentesca. Ancora auguri, Pietro.

fonte: www.corriere.it, 30.03.2015

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