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Guerra, fame e pandemia: se il virus colpisce i più fragili, di Giuliano Battiston

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 10/05/2020 18:09
Contenuti i danni in Cina, Europa e Stati Uniti, oggi è prioritario ridurre gli effetti della pandemia anche nei Paesi in conflitto e negli Stati fragili, dove la popolazione è più vulnerabile, le crisi multiple…

L’appello del segretario generale dell’Onu per una tregua globale ha ricevuto un’accoglienza parziale. Gli esiti futuri saranno forse marginali secondo i criteri della realpolitik, ma l’appello incarna una nuova consapevolezza, figlia della “società globale del rischio”. E apre una finestra d’opportunità per interrogarci sulle nozioni di rischio e sicurezza.

La Cina e il mondo euro-atlantico pianificano e attuano la “fase due”, ma nei Paesi in conflitto e negli Stati fragili, i più vulnerabili dal punto di vista politico-istituzionale, economico e sanitario, si comincia ora a fare davvero i conti con la pandemia. L’impatto della pandemia nei Paesi in conflitto e negli Stati fragili è difforme, da Paese a Paese, da regione a regione. Riguarda tutti, ma ogni Paese parte da condizioni diverse e dispone di un sistema più o meno capace di assorbire e reagire al trauma.

Marzo e aprile sono serviti per appiattire la curva in Cina, Europa e Stati Uniti, e sono state necessarie straordinarie misure politico-economiche per evitare il collasso del sistema finanziario internazionale e contenere i danni  sanitari. Ora la sfida principale sarà quella di ridurre le onde d’urto nei Paesi con crisi umanitarie in corso, dove le conseguenze possono essere particolarmente gravi. Qui la popolazione è più esposta, ricordano le Nazioni Unite, che hanno elaborato un Global Humanitarian Response Plan al Covid-19 da 2 miliardi di dollari. Pochi, rispetto alle cifre impegnate dai singoli governi, tanti rispetto alla disponibilità attuale dei donatori.

Popolazioni vulnerabili

Diversi per condizioni sociali e sistemi politico-istituzionali, i Paesi in conflitto e gli Stati fragili – tra cui Afghanistan, Yemen, Siria, Libia, Somalia, Sudan e Sud Sudan, Mali, Nigeria, Repubblica democratica del Congo – sono accomunati da fragilità economica, instabilità politica, istituzioni vacillanti, sistemi sanitari inadeguati. Sono i luoghi in cui la popolazione e il sistema istituzionale sono più vulnerabili, come dimostrano tra gli altri due dati: la dipendenza dei servizi pubblici dalle agenzie umanitarie e la dipendenza delle casse statuali dai donatori internazionali.

Le categorie più esposte del pianeta sono i rifugiati (26 milioni nel mondo), gli sfollati interni (41 milioni), costretti in condizioni abitative e sanitarie precarie, oltre ai migranti, intrappolati nelle terre di mezzo e sui mari. Luoghi oggi meno accessibili per gli operatori umanitari, che devono fare i conti con budget ridotti, cambi di priorità, interrogativi etici. La maggior parte dei rifugiati vive nei Paesi con un reddito basso o medio, quelli che registrano le percentuali più alte di malnutrizione e malattie che indeboliscono il sistema immunitario. E in cui il declino economico post-Covid sarà più immediato, in Africa subsahariana, Medio Oriente e Asia.

Nei Paesi in conflitto e negli Stati fragili con spiccata dipendenza dai donatori internazionali e dalle agenzie umanitarie, le ricadute sono accentuate. Il sistema di gestione delle crisi umanitarie, già sotto-finanziato, è sotto pressione. Il lavoro delle organizzazioni umanitarie è stato parzialmente compromesso. Gli appelli a una maggiore solidarietà e generosità si accavallano, ma mancano i fondi. Alcuni vengono dirottati per contenere la pandemia, altri non arrivano più: i donatori, gli attori economici più solidi, sono alle prese con piani domestici di recupero finanziario. I cordoni per la solidarietà internazionale si stringono, anziché allargarsi.

Crisi multiple

A metà aprile l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli Affari umanitari (Ocha) ha ricordato che, se è essenziale finanziare e sostenere il Global Humanitarian Response Plan, le risorse non vanno sottratte a quelle impiegate per le crisi umanitarie in corso. Che si stanno aggravando. La capacità di tenuta sistemica di molti Paesi e aree è dubbia, specie quando indeboliti da anni di conflitto. In Afghanistan, per esempio, più del 50% della popolazione vive sotto la soglia di povertà, almeno 9 milioni di abitanti (su circa 35) hanno bisogno di assistenza umanitaria. Secondo la Banca mondiale, ci sono soltanto 3 dottori ogni 10.000 abitanti. E il Global Health Security Index, l’incide che misura la preparazione a fronteggiare le epidemie, colloca il Paese tra quelli meno preparati al mondo.

In Siria, dove la crisi umanitaria è entrata nel suo decimo anno, più di 11 milioni di persone hanno bisogno di assistenza umanitaria e altri 5.6 milioni hanno lasciato il Paese, con alcune aree – come quella di Idlib – particolarmente a rischio per i rifugiati interni. Nello Yemen, l’80% dei 24 milioni di abitanti già richiede assistenza o protezione, e ogni mese le agenzie umanitarie aiutano più di 13 milioni di persone. Ma i fondi sono pochi: 31 dei 41 principali programmi delle Nazioni Unite potrebbero chiudere a breve, se non arrivano altri finanziamenti.

Sicurezza alimentare

La sicurezza alimentare è uno dei problemi più urgenti. Nel grande Corno d’Africa, il coronavirus arriva contestualmente agli sciami migratori delle locuste, che minacciano la sicurezza alimentare di Etiopia, Kenya, Somalia, Tanzania, Uganda, Sudan e Sud Sudan, dove più di 25 milioni di persone sono già gravemente insicure dal punto di vista alimentare. Nel Sahel centrale, “area fragile per antonomasia” che comprende le zone di confine di Burkina Faso, Mali e Niger occidentale, con il sistema sanitario più vulnerabile del pianeta, l’anno scorso sono morte 43.000 persone per i conflitti, 1 milione gli sfollati. Il piano di risposta umanitaria pre-Covid 19 è stato finanziato soltanto al 10%: con l’arrivo del coronavirus, si rischia “una crisi su un’altra crisi”, denuncia il World Food Programme. Nel bacino del Lago Ciad, da anni colpito dalla violenza di Boko Haram e non solo, dagli effetti del cambiamento climatico e della povertà, più di 4 milioni di persone quest’anno saranno vittime di insicurezza alimentare e 400.000 bambini rischiano di morire per malnutrizione.

David Beasley, il direttore esecutivo del World Food Programme, sostiene che se non si affronta la pandemia, nel 2020 rischiano di raddoppiare le persone seriamente minacciate dall’insicurezza alimentare, passando da 135 a 265 milioni. Tra i Paesi più colpiti, molti sono in conflitto (tra cui Yemen, Repubblica Democratica del Congo, Afghanistan, Siria, Nigeria, Sud Sudan). Nei Paesi fragili, con crisi multiple ed effetti moltiplicatori assenti altrove, la sfida sanitaria globale può innescare nuovi conflitti o aggravare quelli esistenti. A partire dalla contesa sulla sovranità.

Sovranità contese

Negli Stati fragili o in conflitto la sovranità è contesa, il territorio frammentato, le spinte predatorie più muscolari che altrove, il patto fiduciario tra popolo e potere più traballante, la legittimità istituzionale deficitaria. La pandemia potrebbe agire da detonatore di instabilità politica e sociale, evidenziando le disuguaglianze, aumentando la frustrazione e i sentimenti di ingiustizia economica ed esclusione sociale, compromettendo ulteriormente il rapporto tra le istituzioni e i corpi sociali e fornendo nuove occasioni di contestazione, anche violenta, della legittimità governativa. Accadrà più facilmente se le risposte istituzionali per arginare la pandemia si traducessero in brutalità delle forze di sicurezza e nell’adozione di misure autoritarie.  

La scarsa fiducia tra cittadini e rappresentanti istituzionali rischia a sua volta di compromettere i tentativi di fronteggiare la crisi sanitaria, come avvenuto nel 2014 l’Ebola in Guinea, Liberia e Sierra Leone. Un pericolo accresciuto dalla frammentazione del territorio, conteso tra attori diversi con sovranità parziali e agende contrapposte, e dalla corruzione.

Un recente studio della Banca mondiale rivela che nei 22 Paesi più dipendenti dall’aiuto finanziario della Banca c’è una coincidenza temporale tra il trasferimento degli aiuti verso quei Paesi e l’aumento significativo del valore dei depositi bancari nei paradisi fiscali all’estero. I soldi arrivano nel posto giusto, ma vengono dirottati dalle élite nel posto sbagliato: conti bancari privati e segreti.

La corruzione lede la legittimità e a sua volta il deficit di legittimità istituzionale alimenta la forza dei gruppi antigovernativi. Consente loro di sfidare più facilmente il monopolio della sovranità, fornisce occasioni per esercitare violenza politica e legittimarla agli occhi della popolazione. Vale anche per i gruppi jihadisti. 

Violenza politica, legittimità e governance

Pur con significative differenze, i gruppi riconducibili al salafismo-jihadista riconoscono nella pandemia un’occasione per guadagnare consensi, mostrare la debolezza degli avversari, ottenere successi strategici o di propaganda, presentarsi come alternativa credibile in Asia, Medio Oriente e Africa. La crisi provoca instabilità, una condizione ideale per le organizzazioni jihadiste. Alcune potrebbero lanciare nuove offensive contro governi indeboliti, approfittare di disordini sociali, alimentare spaccature comunitarie o confessionali. Può accadere in Somalia con al-Shabaab, o nel Sahel, in Mali, Niger e Burkina Faso, dove gruppi come il Jama’at Nasr al-Islam wal Muslimin (Jnim), l’organizzazione ombrello di al-Qaeda, o lo Stato islamico nel Grande Sahara (Isgs) potrebbero capitalizzarne strategicamente.

I gruppi jihadisti con radicamento territoriale e sociale, con ambizione di governo, che hanno conquistato consensi fornendo quei servizi di sicurezza e governance non assicurati dai governi, potrebbero consolidare la propria legittimità. Stanno cercando di farlo per esempio i Talebani in Afghanistan: nicchiano almeno per ora sulle richieste di tregua umanitaria per capitalizzare la vittoria politica dell’accordo del 29 febbraio con Washington, e nel frattempo governano porzioni di territorio organizzando campagne per il contenimento del virus. Nel nord-ovest della Siria, una postura simile è adottata da Hayat Tahrir al-Sham, l’Organizzazione per la liberazione del Levante, uno degli attori più rappresentativi della lunga marcia dei jihadisti nelle istituzioni: il “governo di salvezza”, il fronte civile del gruppo jihadista, ha organizzato campagne di prevenzione e informazione e applicato misure di contenimento molto prima del regime di Assad.

Sia per i governi sia per gli attori antigovernativi la pandemia è un’occasione e una sfida. Per entrambi vale infatti lo stesso paradosso: mostrarsi sovrani, detentori del potere delle scelte e delle regole, rafforza la legittimità sul breve-termine, ma sul lungo-termine comporta dei rischi: l’accountability, il dover rispondere del proprio operato.

Più o meno conflitti?

L’ordine multilaterale per ora subisce due grandi spinte contrapposte: quella legata alla necessità della collaborazione per rafforzare la risposta alla minaccia pandemica da una parte, l’isolazionismo come protezione primaria dall’altra. Anche le analisi sugli effetti della pandemia sui conflitti rimandano a una lettura duplice. Chi legge l’inedita crisi come un’opportunità, in grado di portare discontinuità positive per la pace e la sicurezza internazionali; chi al contrario prevede maggiore antagonismo, violenza, frizioni geopolitiche.

Distrazioni diplomatiche

Le ragioni per immaginare una maggiore conflittualità e una minore inclinazione alla diplomazia sono diverse. Tra le più rilevanti c’è il fatto che i grandi attori, alle prese con sforzi istituzionali e finanziari eccezionali per contenere l’epidemia in chiave domestica, sono più riluttanti a destinare risorse economiche e diplomatiche per la risoluzione delle controversie internazionali. Ci sarà minore capacità finanziaria e disponibilità politica per le operazioni di peacekeeping, per la gestione delle crisi, così come per l’apertura di canali diplomatici e il consolidamento dei processi di pace. Il capitale politico e finanziario viene indirizzato in ambito domestico, prima che internazionale. Sul banco di prova ci sono le stesse organizzazioni multilaterali designate a fronteggiare crisi e conflitti.

La distrazione nella gestione diplomatica internazionale delle crisi può accompagnarsi all’interno dei Paesi in conflitto a una radicalizzazione degli scontri per risorse sempre più scarse, all’uso politicamente strumentale di beni, servizi e canali di accesso alle reti globali da parte di governi e attori locali, così come al tentativo di approfittarne per guadagnare terreno, posizionarsi strategicamente o forzare la mano, come avvenuto in questi giorni in Libia, con lo strappo di Haftar, e nello Yemen, con la tentata spallata secessionista del Consiglio di transizione del Sud.

Meno risorse

La pandemia, che offre nuove occasioni per forzare la mano nei conflitti in corso, può condurre anche a un esito opposto, scoraggiando l’innesco di nuove guerre e diminuendo l’intensità di quelle attuali, in alcuni casi fino alla tregua. Le ragioni sono diverse: il coronavirus indebolisce tutte le potenze medie e grandi, nessuna delle quali sembra poter trarre un vantaggio significativo sulle altre; i soldati si contagiano, come dimostra il caso esemplare della portaerei Usa Roosevelt, e la macchina da guerra si inceppa.

Ma “l’inibizione alla guerra” rimanda a una ragione essenzialmente economica, è stato osservato. La pandemia danneggia le economie nazionali, fonte del potere militare. Le economie sono in contrazione, i tempi del ritorno alla crescita incerti. La crisi lascia in eredità agli Stati debiti enormi e richieste di redistribuzione e allocazione diversa delle risorse: freni fisiologici alle spese militari, che la politica potrebbe essere costretta ad assecondare almeno in parte.

Secondo l’ultimo rapporto dello Stockholm International Peace Research Institute, nel 2019 la spesa militare globale è ammontata a 1.917 miliardi di dollari, con un aumento del 3,6% rispetto al 2018 e del 7,2 rispetto al 2010. Il bilancio annuale dell’Organizzazione mondiale della sanità corrisponde allo 0,11% della spesa militare, circa due miliardi. Nei prossimi anni i volumi della spesa militare potrebbero essere ridotti, come richiesto da alcuni attori della società civile, anche italiana.

Tregue

La pandemia offre inoltre un terreno comune ad attori contrapposti, un’opportunità di dialogo tra i belligeranti, nel nome di un interesse condiviso e cruciale: il contenimento dei danni collettivi, la sopravvivenza. Il 23 marzo il segretario generale dell’Onu, António Guterres, ha invocato un “cessate il fuoco immediato e globale, in ogni angolo del pianeta”, per contenere i pericoli della pandemia. Nell’appello di Guterres convivono la richiesta di tutelare le popolazioni più vulnerabili del pianeta e l’idea che la pandemia offra un’opportunità per sostituire ai conflitti militari dei processi politici.

I precedenti di tregue in risposta a disastri naturali ci sono: circa un terzo delle tregue registrate nel database del Peace Research Institute Oslo (Prio) hanno motivazioni umanitarie. Ci sono anche esempi di tregue umanitarie che hanno condotto a una pace duratura. Come avvenuto in seguito allo tsunami del 2004 nell’Oceano indiano, quando il Movimento per l’Aceh libero ha adottato un cessate il fuoco con le autorità indonesiane che mesi dopo avrebbe condotto a un accordo di pace, dopo 30 anni di conflitto.

L’Onu ha registrato più di 10 casi-Paese in cui almeno uno degli attori in conflitto abbia sottoscritto il cessate il fuoco, tra cui Colombia, Filippine, Yemen, Sudan, Camerun, Thailandia. Ma i risultati sono precari, reversibili, le motivazioni per il cessate il fuoco diverse di caso in caso. Reali preoccupazioni umanitarie, ricerca di un accreditamento internazionale, tentativi di favorire una soluzione negoziata al conflitto, calcoli politici o militari: la tregua può essere usata anche per assicurarsi un posizionamento strategico, per trasferire uomini e risorse, ricostruire canali logistici, ingrossare le fila prima di tornare sul campo di battaglia. “Nessuna tregua risolve di per sé i conflitti, non affronta le cause politiche, sociali, economiche che li origina e alimenta”. Non conduce necessariamente alla pace. Il successo – e la stessa eventualità - di una tregua dipendono da contesti specifici. “Non esiste una ricetta universale”, ricordano i ricercatori del Prio.

Guterres e la società globale del rischio

Non è dunque possibile prevedere le conseguenze dell’appello di Guterres per porre “fine al malanno della guerra e combattere la malattia che devasta il nostro mondo”. Sul piano delle immediate conseguenze materiali potrebbe rimanere aneddotico, produrre esiti marginali secondo i criteri della realpolitik, ma in una più ampia prospettiva sociologica è un marcatore storico. Incarna infatti una nuova consapevolezza, figlia della “società globale del rischio”, secondo la definizione del sociologo tedesco Ulrich Beck, scomparso nel 2015.

Secondo Ulrich Beck il sistema dell’industrialismo avrebbe trasgredito la propria logica e i propri confini, innescando un processo di autodissoluzione, caratteristico della fase storica in cui la modernizzazione diviene riflessiva. Quanto più la modernizzazione è venuta radicalizzandosi, tanto più le sue conseguenze impreviste hanno minato le istituzioni fondamentali della modernità: dalla scienza all’economia, dalla famiglia allo Stato, dal welfare state all’apparato militare, tutti gli strumenti che abbiamo ritenuto producessero e riproducessero l’ordine della società cominciano a perdere la propria funzionalità, provocando effetti collaterali che minacciano e delegittimano le fondamenta della prima modernità.

Il punto che qui ci interessa è l’esito di questo passaggio dalla “probabilità prevedibile all’incertezza radicale”, l’ingresso in una nuova “comunità globale del rischio”, la nascita di una società che diviene riflessiva proprio in quanto società del rischio. Il rischio, sostiene Beck per esempio in Conditio humana, ha infatti una “funzione di rischiaramento”, che può liberare un “momento cosmopolitico”. Quello nel quale siamo immersi dall’inizio della pandemia.

https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/guerra-fame-e-pandemia-se-il-virus-colpisce-i-piu-fragili-26056

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