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Governo e sinistra, il ritorno del fuoco amico, di  Paolo Mieli

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 12/09/2020 08:44
Si può concedere — lo diciamo da semplici osservatori — che in parte i rilievi di Saviano siano comprensibili. Ma la virulenza suscita perplessità non per i toni, bensì per la cultura politica di cui è espressione. Quello che pare assente dagli orizzonti di intellettuali e artisti come Saviano è la capacità di concepire cosa sia un compromesso di governo…

Ci risiamo. La scena è sempre la stessa: un giovane intellettuale impegnato si rivolge pubblicamente alle formazioni della sinistra accusandole con toni vibranti di non essere all’altezza dei tempi. Nel febbraio del 2002 fu, per primo, Nanni Moretti che, in una breve orazione da un palco di piazza Navona, puntò il dito contro Piero Fassino e Francesco Rutelli.
I leader dei Ds e della Margherita, dopo aver tenuto un comizio contro Silvio Berlusconi, all’epoca a Palazzo Chigi, rimasero incautamente nella piazza mentre il regista di «Ecce bombo», a sorpresa, pronunciava contro di loro parole destinate a metterli in fortissimo imbarazzo. Moretti li accusò di eccessiva predisposizione al compromesso e di esser destinati alla sconfitta . («Con questi dirigenti non vinceremo mai», gridò). Dopodiché, tra gli applausi dell’uditorio (ma anche qualche fischio), promosse a nuovo leader dell’Ulivo un professore all’epoca pressoché sconosciuto, Pancho Pardi. Secondo il regista, quel docente pisano proveniente dal mondo extraparlamentare, di lì a breve avrebbe guidato alla vittoria l’intera sinistra italiana. Incluse, s’intende, le componenti più moderate.

Adesso tocca a Roberto Saviano che, dapprima su Facebook, successivamente in un’intervista alla «Stampa», ha espresso la propria irriducibile disistima nei confronti di Nicola Zingaretti e dell’intero gruppo dirigente del Partito democratico : «Andate a quel paese voi e le vostre bugie» (l’indicazione di dove i dirigenti del Pd sarebbero dovuti andare, presa in prestito da una canzone di Max Gazzè, era in realtà più colorita).

L’autore di «Gomorra» intendeva motivare la sua intenzione di voto al referendum sul taglio dei parlamentari, ma si capiva che aveva l’intenzione di allargare il discorso. Si pronunciava per il No ma precisava che il suo sarebbe stato «un voto contro questa classe dirigente» della sinistra, che, a suo avviso, si è servita dell’antiberlusconismo prima e dell’antisalvinismo poi per occultare il proprio vuoto ideale. 

Dirigenti, quelli del Pd, che in vista del referendum avrebbero potuto indifferentemente pronunciarsi per il Sì o per il No («Non credono in niente, una cosa vale l’altra»); personaggi sempre pronti ad indignarsi finché sono all’opposizione salvo poi, quando vanno al governo, lasciare tutto immutato. E perché si comporterebbero in questo modo? Per «meglio gestire il potere», è la risposta di Saviano. La loro — proseguiva — è nient’altro che «arte della sopravvivenza». Il Pd è «succube di una gravissima mancanza di identità politica». È «vapore acqueo». 

A Zingaretti veniva rimproverato di mostrare «grande determinazione sulle stupidaggini (anche qui il termine usato dallo scrittore era, per così dire, più gergale, ndr) per poi defilarsi sulle questioni fondamentali». Così da dare la «costante impressione» d’essere uno che «cammina rasente i muri per non essere notato». Di più. I riferimenti di chi siede ai posti di comando del Pd sarebbero, secondo Saviano, «i nichilisti del grande Lebowsky», quelli che, nel film di Joel Coen, urlavano: «Noi non crediamo in niente».

Nella tirata savianea ce n’era anche per Luigi Di Maio, «intriso di una cultura profondamente autoritaria e xenofoba». Quel Di Maio che, fosse andato avanti a governare con la Lega, secondo lo scrittore avrebbe portato il M5S «allo 0%» senza più ricevere neanche il voto del proprio padre. Qualche pensierino era destinato a Giuseppe Conte (sotto la cui guida «l’orizzonte è morire democristiani»). A Vito Crimi («È solo una testa di legno»). A Dario Franceschini ( il cui progetto di riforme istituzionali fatte con Salvini e Meloni sarebbe «l’ennesima palla buttata in tribuna»).

Zingaretti gli ha risposto con toni da persona addolorata, dicendogli che con quegli insulti Saviano avrebbe offeso l’intero elettorato del Partito democratico. Ma non è solo questione di offese. Quel che colpisce nelle parole di Saviano è l’ostentato disprezzo nei confronti del gruppo di vertice del Pd (di cui viene salvato solo il ministro Giuseppe Provenzano). Nessuna attenuante, nessuna comprensione per i dirigenti di un partito che, pur essendo ai suoi minimi storici, è riuscito ad andare al governo e a scalzare quel Salvini con il quale lo scrittore napoletano aveva aperto un contenzioso quasi drammatico. 

Saviano sa benissimo che il Pd è oggi un partito minoritario costretto a governare assieme ad una formazione, il M5S, anch’esso in grande difficoltà. Sa pure che il Pd è di fronte ad una scadenza, quella delle elezioni regionali, a tal punto da incubo che — stando ai retroscena — Zingaretti saluterebbe come «accettabile» la sconfitta «4 a 2», che regalerebbe al nemico Marche e Puglia. E che l’intero gruppo dirigente del Pd studia il modo di restare alla guida del Paese persino nel caso dovesse essere battuto anche in Toscana. 

Laddove è presumibile che un pareggio «3 a 3», cioè la perdita delle sole Marche, verrebbe salutato dal corpo burocratico piddino con un entusiasmo pari a quello che la leggenda attribuisce alla presa bolscevica del Palazzo d’Inverno (conquista che, peraltro, a suo tempo passò inosservata).

Si può concedere — lo diciamo da semplici osservatori — che in parte i rilievi di Saviano siano comprensibili. Ma la virulenza suscita perplessità non per i toni, bensì per la cultura politica di cui è espressione. Quello che pare assente dagli orizzonti di intellettuali e artisti come Saviano è la capacità di concepire cosa sia un compromesso di governo. Cioè la disponibilità a capire che quando un partito per cui si è votato giunge nella stanza dei bottoni, non si trova nelle condizioni di fare a piacimento quello che vuole. Del resto nella storia un tal genere di condizioni si sono date assai raramente, non le ebbe Robespierre e nemmeno Lenin nel 1917 dopo la succitata conquista della residenza invernale dei Romanov. 

Cosa dovrebbe fare Zingaretti se Di Maio e Conte non gli concedono di promuovere quelle leggi su Libia e migranti per cui il Pd si è impegnato con i propri elettori? È vero che quei provvedimenti il Partito democratico li ha promessi a coloro che lo hanno votato. Ma è vero anche che quello stesso partito le elezioni le ha perse. Più volte. E che adesso è al governo solo in virtù di una manovra tattica compiuta nell’estate 2019.

Infine, per non lasciare in sospeso la reminiscenza dell’invettiva morettiana di cui si è detto all’inizio (illustre precedente di quella savianea), corre l’obbligo di ricordare che, quattro anni dopo l’urlo di dolore di piazza Navona, Fassino e Rutelli le elezioni le vinsero (sotto la guida non di Pancho Pardi, bensì del già sperimentato Romano Prodi). 

Seguirono una legislatura e un governo che durarono assai poco, due anni. Al termine dei quali la maggioranza fu mandata in frantumi dai consueti litigi interni al centrosinistra. Nel 2008 si tennero nuove elezioni e stavolta prevalse Silvio Berlusconi. Quell’anno, all’interno della scombiccherata compagine di Antonio Di Pietro, entrò in Parlamento il professore evocato da Moretti. Del quale, dopo un’assai tormentata legislatura, si sono perse le tracce.

 

https://www.corriere.it/opinioni/20_settembre_11/governo-sinistra-98aecdd6-f456-11ea-8510-bc9735e39b6a.shtml

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