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Glossario della crisi: #ripartire dalle parole, di Francesca R. Marta

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 03/06/2020 09:32
Seguendo la lezione di don Milani, Francesca Romana Marta riflette su tre parole fondamentali di questa crisi. Per imparare, discutere, trovare senso...

 

I limiti alla libertà personale fanno salire alla coscienza tanta materia scomposta, impasti di paure e proponimenti, dichiarazioni di intenti, competenze artigianali insospettabili. Ma indubbiamente la situazione che abbiamo vissuto e stiamo vivendo, ci porta anche ad ascoltare, spesso nostro malgrado, un numero sconsiderato di parole e di numeri che vengono ripetuti a intervalli regolari, come una liturgia.

E così, anche solo per sopravvivere, ci si fanno domande e magari si condividono a cena. Non per trovare una risposta, ma per trasferire in un rituale privato la partecipazione obbligatoria a quello pubblico. Magari si usano meno parole e meno numeri, ma si cammina sempre nella stessa voluttuosa ripetitività.

Da questa recita collettiva, che ci ha visto protagonisti tutti e tutte, ho provato a isolare tre parole, quelle che nell’insiemistica da quarantena, mi sono ritrovata a masticare con maggiore frequenza. E spesso con maggiore rabbia.

Le regole, innanzitutto. 

Come ho imparato tanto tempo fa studiando Norbert Elias, in un regime di civilizzazione avanzata le regole dovrebbero essere rispettate in ragione di un meccanismo di auto-costrizione e non di etero-costrizione. Cioè, semplificando, dove c’è civiltà non c’è bisogno della forza per indurci ad indossare una mascherina. Lo facciamo da soli perché siamo in grado di imporci un comportamento.

Ma con quante variabili si scontra questo assunto? Quante regole siamo in grado di rispettare? Dove finisce il confine della libertà personale e comincia quello della libertà come variabile del benessere collettivo”? Mettere regole alla distanza con cui incontriamo un amico è difficile; mettere regole agli abbracci è difficile; dire i bar sono aperti, ma non ci andate in troppi è difficile; mettere cartelli per vietare la seduta su alcuni sedili dell’autobus e sperare che a un certo punto qualcuno smetta di sedersi…o di salire è, semplicemente, impossibile. 

Si è capito che in un regime di limitazione delle libertà individuali, ci sono due sole alternative. Forze dell’ordine che inibiscono l’espressione del libero arbitrio, o singole persone che si autocensurano e mettono in atto comportamenti virtuosi. 

Sulla prima alternativa non mi soffermo neppure. Sulla seconda invece sì. Secondo me le persone, salvo ovvie eccezioni, e soprattutto sulla spinta della paura, hanno rispettato le regole. Hanno accettato una grande limitazione della propria libertà di azione e hanno obbedito.

La cosiddetta fase 2 e ancora di più la fase 2,5, con la felice collaborazione del decantato clima mite italiano, hanno generato una diaspora dei comportamenti, e conseguenti insofferenze, fotografie di piccoli eserciti di “movidari” assembrati in piazze, vicoli, lungomare di tutta Italia. E poi giudizi, strali e maledizioni. 

Quindi vi domando e mi domando: abbiamo mai riflettuto, prima della crisi sanitaria mondiale, sulla qualità e diffusione dei comportamenti di responsabilità collettiva? Quello che la terminologia mainstream contemporanea definisce buon senso e la sociologia competenza civica.  Io non lo so se tutta questa bella roba faccia parte del patrimonio genetico degli esseri umani, ma tenderei ad escluderlo, mentre immagino che debba esistere un luogo, o più luoghi, dove questo impasto musicale che chiamerò “senso dell’interdipendenza nello spazio pubblico” debba essere appreso e memorizzato.

E allora mi domando dove si è insabbiata la visione della scuola come il posto dove si impara a stare con gli altri e con le altre. A parlare, ad ascoltare e ad essere allegri. Dove si impara l’importanza del silenzio e soprattutto dove si impara che una bella fetta del mio benessere dipende dal benessere delle altre persone. Le regole sono una grammatica che fa parte dell’immenso linguaggio della relazione. E trasmettere questo linguaggio è il principale compito educativo della scuola.

I numeri 

Non c’è lavoro in cui i numeri non rappresentino un valore aggiunto: il rapporto qualità prezzo è fatto di numeri, così come gli intervalli musicali, gli indici di ascolto, gli incassi di un esercizio commerciale, gli orari dei treni e i minuti di ritardo. Ma in un mondo, in particolare, i numeri assumono un valore magico: quello del giornalismo. I giornalisti sono affamati di numeri, di tabelle, di percentuali e di grafici a torta. Ma commettono un errore, e la maggior parte di loro lo sa. Chiamano dati quelli che sono invece, appunto, semplicemente numeri. Se un numero non spiega non è un dato, è un simbolo vuoto di una quantità astratta. Una quantità qualsiasi, un significante senza il significato, un astuccio senza gli occhiali. Una notizia senza informazione. Palline di polistirolo buone per riempire un imballo.

Eppure ci siamo attorcigliati per 3 mesi intorno alla messa a reti unificate delle 18, in cui venivano dati i numeri: malati, nuovi malati, vecchi malati, morti, guariti. Classifiche italiane, classifiche europee, grafici in trasparenza che scorrono su un campo di basket spagnolo pieno di bare, con un commento accorato sui modelli di gestione delle chiusure, quello svedese, libero e responsabile; quello anglosassone o “dell’immunità di gregge”; quello cinese o “dei poliziotti armati”; quello italiano, eroico e faticoso, pieno di angeli in camice bianco, e a cui tutti, in fondo in fondo, si ispiravano. 

Insomma i numeri sono stati una colonna sonora assordante e talvolta irresponsabile. Perché lo capisce anche un bambino (anche uno che non ha ancora studiato i rudimenti della matematica): come tutte le convenzioni, anche la misurazione di un fenomeno ha un protocollo. O è lo stesso per tutti, trasparente e condiviso, o non stai spiegando l’andamento di una grave emergenza sanitaria. Stai solo alimentando una maratona oratoria.

Le diseguaglianze. 

Mai come in questa fase le diseguaglianze si sono approfondite e sono diventate in qualche misura accecanti. Perché una pandemia è come una grande lanterna. Quello che prima si nascondeva tra le pieghe della quotidianità, improvvisamente si mostra: così, vivido e inequivocabile. L’emergenza sanitaria ci ha detto che chi ha una casa grande è diverso da chi ce l’ha piccola e ancora di più da chi non ha affatto una casa. La pandemia ci ha detto che ci sono persone che hanno un lavoro garantito e persone che nuotano ogni giorno sperando che la corrente le spinga verso una riva asciutta; persone che vivono in pace e persone che vivono in guerra, persone che condividono in 5 una cella di detenzione poco più grande di un ascensore. Questi tre mesi ci hanno restituito storie di orrore che la TV non ha mandato in onda, ma che, non di meno degli operatori sanitari esausti, ci avrebbero illustrato il senso vero dell’emergenza: violenze familiari, lazzaretti di anziani rinchiusi nelle RSA (uno dei peggiori esempi dell’italico modello di cura); disabili brutalizzati; campi rom cancellati dalle lavagne istituzionali; figli vittime dei genitori e genitori vittime dei figli.

Non ci sono fasi 3 e non ci saranno fantomatiche nuove normalità se questo divario di opportunità non diventerà la nostra palestra quotidiana di lavoro politico. Quando qualcuno diceva quella frase – che tra parentesi odiavo già all’epoca delle torri gemelle – “niente sarà più come prima”, diceva ovviamente una banalità. Infondata peraltro. Le persone non vedono l’ora di tornare ad essere e a fare quello che erano e facevano prima, che ci piaccia o no. 

Ma il baratro di diseguaglianza che abbiamo visto, non possiamo più fare finta che sia stata un’allucinazione. E’ da questo che dobbiamo davvero ripartire.

 

[Save the Children, Roma]

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