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Global compact, il Vaticano: "Speriamo in un ripensamento di chi non ha aderito", di Francesco Peloso

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 18/01/2019 09:35
Padre Fabio Baggio, segretario della Sezione Migranti del Dicastero per lo Sviluppo integrale:  «L’accordo non è un’ingerenza per le politiche interne dei vari Paesi, per rispondere al problema migratorio serve un approccio multilaterale»…

«Il lavoro schiavo si nasconde anche dietro prodotti dal costo eccessivamente basso. Serve maggiore informazione e conoscenza per combattere la tratta delle persone, è una responsabilità che riguarda tutti, i governi come i cittadini». È quanto ha detto padre Fabio Baggio, sottosegretario della Sezione Migranti e Rifugiati del Dicastero vaticano per lo Sviluppo umano integrale. E sul Global compact for migration, l’accordo approvato dall’assemblea delle Nazioni Unite per regolare a livello internazionale i flussi migratori in modo legale e condiviso, il religioso dice: «l’accordo non è vincolante e salvaguarda la sovranità nazionale di ciascun paese, ma rappresenta uno strumento di dialogo e collaborazione perché nessuna nazione può pensare di affrontare e risolvere questi problemi da sola».

Padre Baggio ha presentato in Vaticano, insieme a padre Michael Czerny, anch’egli sottosegretario dello stesso Dicastero, due documenti della “Sezione Migranti e Rifugiati” dedicati al tema della tratta: gli Orientamenti pastorali sulla tratta delle persone, nei quali si provano a delineare delle risposte possibili al fenomeno, e un raccolta di scritti del Papa dal 2013 al 2017 – dal titolo Luci sulle strade della speranza - che rappresenta una sorta di sintesi del magistero di Francesco sull’argomento. Il Papa stesso ne firma la prefazione.

 

Padre Baggio, nella stesura del Global Compact, l’accordo internazionale sulle migrazioni lanciato dalle Nazioni Unite e approvato da decine di Stati, la Santa Sede ha avuto un ruolo molto attivo; tuttavia alcuni Paesi si sono rifiutati di sottoscriverlo o hanno ritirato l’adesione data in un primo momento temendo un’ingerenza dell’Onu nelle proprie politiche nazionali sulle migrazioni. Come valutate questa posizione?

«Ogni Paese ovviamente ha il diritto di fare le scelte che ritiene opportune rispetto a un accordo che è stato elaborato a livello multilaterale, e devo dire onestamente che avendo partecipato alla preparazione dei documenti del Global Compact abbiamo visto l‘interesse di moltissimi Paesi nel mantenere questo dialogo multilaterale. Noi siamo profondamente convinti che la risposta globale sia la più opportuna al fenomeno delle migrazioni, ci auguriamo, sinceramente - l’ha detto anche il cardinale Parolin con parole molto chiare - che chi ha fatto un passo indietro (su fronte del “no” anche Italia, Usa, Polonia e Ungheria fra gli altri,ndr) possa ripensarci e aderire, magari trovando anche quei chiarimenti particolari che sembrano essere necessari. Penso per altro che il testo dell’accordo possa dare questi chiarimenti».

Non c’è dunque un problema di ingerenza nelle politiche nazionali?

«La sovranità nazionale, che è uno dei temi in discussione, è manifestata in due chiari punti del Global Compact, la sovranità non viene intaccata; resta la regola di fondo, cioè che un accordo, una convenzione, qualora sia vincolante – e non è questo il caso -, possa indurre poi a un cambio legislativo a livello nazionale; ma appunto in questo caso non è applicabile un simile approccio. È vero invece che si tratta di un impegno comune per un dialogo continuo che noi auspichiamo possa continuare e non solo nel caso dei migranti, questo ci tengo a dirlo, ma rispetto a tutte quelle problematiche che sono di livello globale che esulano dal confine nazionale. Questo senza nessun pregiudizio di quella che è l’indipendenza, l’autonomia e la sovranità di ogni Paese».

Negli “Orientamenti pastorali sulla tratta” che avete messo a punto, c’è scritto anche che il fenomeno non sempre è facile da individuare, che cosa intendete di preciso?

«Parliamo, per esempio, di tipi di tratta delle persone che sono abbastanza nascosti e fanno parte di una filiera di produzione e di approvigionamento che normalmente rimane nascosta al consumatore. Quest’ultimo spesso compra un prodotto ma non sa che tipo di lavoro c’è dietro. Noi vogliamo che il consumatore cominci a fare una riflessione: se il prezzo diventa molto più basso è ovvio che il costo del lavoro è stato ridotto e questo ci deve far interrogare sulla realizzazione del prodotto, su come è stato eseguito, su quale lavoro è stato impiegato perché potrebbe essere anche un “lavoro schiavo”. In questo senso vogliamo anche lodare l’iniziativa di quei Paesi che stanno prendendo molto seriamente il problema del “lavoro schiavo” e vanno a vedere quelle situazioni in cui le persone sono trattate in modo servile o addirittura in un sistema di schiavitù. L’altro esempio è quello relativo a internet. Parlo in modo particolare della pornografia e della pornografia infantile in modo specifico; anche in questo caso è facile non pensare al tipo di industria che c’è dietro simili “prodotti”. A volte quindi siamo consumatori anche ignari, ci vuole una maggiore responsabilità: noi solleviamo il problema della domanda come generatrice di offerta. C’è quindi una responsabilità che va vista a tutti i livelli anche da parte di chi richiede determinati tipi di servizi, di show o di oggetti».

La tratta tocca milioni di persone ma è comunque difficile fare delle stime, perché?

«Fare delle stime del fenomeno è molto difficile proprio per la difficoltà che dicevamo, ovvero l‘identificazione del fenomeno. E ancora più difficile è la denuncia da parte delle vittime che a volte sono ignare, a volte hanno paura delle ripercussioni in altri casi prevale semplicemente la vergogna, la paura dello stigma. I numeri quindi sono molto aleatori, non ci sono stime precise. Lo stesso vale, per esempio, per l’immigrazione irregolare se parliamo di stime rispetto all’invisibilità del fenomeno. Per questo l’importante è conoscere la tratta e farla conoscere, c’è bisogno di una forte sensibilizzazione».

E’ un lavoro che devono fare anche i governi quindi…

«Certamente. Tutti i Paesi che sono firmatari della Convenzione di Palermo e dei protocolli aggiuntivi si sono impegnati direttamente in questo, lo stesso deve fare l’Ue. Anche le autorità devono essere competenti sul fenomeno, bisogna fare un cammino unitario: le istituzioni, la Chiesa, tutti i soggetti del terzo settore che lavorano in questo campo».

 

https://www.lastampa.it/2019/01/17/vaticaninsider/global-compact-il-vaticano-speriamo-in-un-ripensamento-di-chi-non-ha-aderito-V0328xOuvlsoNoO2JM2rKM/pagina.html

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