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Gli ostacoli alla crescita economica, di Bill Emmott

creato da D. — ultima modifica 17/09/2015 13:22
Dall’inizio del 2014 per gli investitori internazionali nell’economia mondiale è cambiato tutto. Per i giovani disoccupati d’Italia, Gran Bretagna o persino America, o per una famiglia con un reddito invariato o in calo negli ultimi cinque anni, non è cambiato nulla. La grande domanda per il 2014 è se questi due percorsi torneranno a unirsi...

Dall’inizio del 2014 per gli investitori internazionali nell’economia mondiale è cambiato tutto. Per i giovani disoccupati d’Italia, Gran Bretagna o persino America, o per una famiglia con un reddito invariato o in calo negli ultimi cinque anni, non è cambiato nulla. La grande domanda per il 2014 è se questi due percorsi torneranno a unirsi.

 

Per gli investitori il cambiamento è notevole, anche se a pensarci bene non dovrebbe sorprendere. Per i giovani disoccupati e per le famiglie normali, al contrario, è la mancanza di cambiamento a deludere. Ma per loro la vera, grande delusione in molti paesi, l’Italia in particolare, è la mancanza di iniziativa da parte del governo o dei politici. Ci sarà un perché se il Movimento Cinque Stelle rimane stabile nei sondaggi e partiti anti-sistema come il Dutch Freedom Party in Olanda, il Front National francese o l’Independence Party britannico, guadagnano consensi nella prospettiva delle elezioni di maggio per il Parlamento europeo.

 

Il cambiamento per gli investitori, tuttavia, dovrebbe portare un po’ di speranza, almeno per quanto riguarda un eventuale termine per la delusione. Una speranza più forte in America e in Gran Bretagna che in Italia o nel resto della zona euro, ma che potrebbe arrivare anche lì, in ultima analisi. A patto cioè, che gli eventi in Asia e in altre economie emergenti, non lo blocchino o lo destabilizzino. In che cosa consiste il cambiamento? Nel fatto che invece di continuare a calcolare quanto sono deboli le economie americana, inglese, giapponese e nordeuropea, investitori e banchieri centrali sono ora costretti a calcolare quanto siano forti. Il recupero dopo un crac finanziario, specialmente se duro come quello del 2008-09, è sempre lento. Ci vuole tempo perché le banche si sistemino, perché le aziende riducano i loro debiti, la fiducia è in frantumi. Ma alla fine ritorna e le aziende ricominciano a investire e ad assumere.

 

Questo è chiaramente quello che sta accadendo in America e in Gran Bretagna. La ripresa degli investimenti va al rallentatore, ma è in corso. In America a gennaio sono stati creati meno nuovi posti di lavoro di quanto sperassero gli economisti, ma probabilmente ne è in gran parte responsabile il brutto tempo. La Federal Reserve confida nella ripresa abbastanza da aver iniziato a restringere la sua politica monetaria, riducendo gradualmente la quantità di obbligazioni acquistata ogni mese dal mercato, il cosiddetto «alleggerimento quantitativo».

 

A differenza dell’America, il crescente rafforzamento della Gran Bretagna è dovuto più al mercato immobiliare e ai consumi delle famiglie e questo potrebbe renderlo meno sostenibile nei prossimi anni. Ma anche lì la disoccupazione è in calo e i redditi, al momento, stanno cominciando a crescere. Per questo motivo è probabile che entro la fine dell’anno la Banca d’Inghilterra cominci a ridimensionare la propria politica monetaria per impedire che la crescita produca un nuovo aumento dell’inflazione. Nella zona euro la preoccupazione è diversa: piuttosto che dell’inflazione la Banca centrale europea deve preoccuparsi della deflazione, o del calo dei prezzi, perché una tale tendenza renderebbe il peso già enorme del debito pubblico ancora più oneroso e potrebbe anche danneggiare le imprese. Ma la settimana scorsa la Bce ha ottenuto un’importante vittoria presso la Corte costituzionale tedesca, quando il giudice ha deciso che non poteva bloccare le misure adottate da Mario Draghi per sostenere il sistema finanziario. Questo rende più probabile che per combattere l’inflazione la Bce sarà ora in grado di presentare la propria politica di «alleggerimento quantitativo», pompando denaro nelle economie della zona euro così come la Fed ha fatto in America.

Quindi il cambiamento è in cammino, su entrambe le sponde dell’Atlantico. Ma, come sempre, incombe un’ombra, o meglio, due ombre. In Europa la grande incognita è la politica – il pericolo che le elezioni europee di maggio potrebbero trasformare la naturale delusione dei comuni elettori in una grande ribellione contro l’Unione europea, contro la cooperazione internazionale e contro le politiche di austerità associate con l’euro e con la Germania di Angela Merkel.

 

Nel mondo, però, l’incognita è un’altra anche se pure lì c’è una componente politica. L’ombra proviene dai nuovi fermenti che agitano le economie emergenti, quelle che negli ultimi cinque anni hanno salvato l’economia globale. In parte questo è il risultato del mutamento di politica della Federal Reserve, dal momento che l’alleggerimento quantitativo americano negli ultimi anni ha inondato di denaro non solo gli Stati Uniti ma il mondo intero. Anche un sacco di economie emergenti, però, hanno continuato a crescere velocemente in mezzo alla recessione globale, creandosi da sé molto nuovo credito e incoraggiando le proprie imprese private a chiedere prestiti. Il processo è stato sostenuto dall’aumento dei prezzi delle risorse naturali e dell’energia, che ha fatto apparire gli investimenti nelle economie produttrici di risorse dell’Africa, dell’Asia e dell’America latina come una scommessa a senso unico. Ma ora i prezzi delle materie prime sono in calo e questo rende la scommessa più rischiosa.

 

È per molti versi un ritorno alla crisi finanziaria dei mercati estasiatici ed emergenti del 1997-98. I paesi che avevano accumulato grossi debiti privati e grandi deficit della bilancia dei pagamenti furono duramente colpiti. Così i produttori di petrolio, come la Russia, perché il prezzo del petrolio crollò. Ora le economie più fragili sono ancora quelle con grandi deficit come la Turchia, il Sud Africa, l’India e Indonesia, ma anche, di nuovo, la Russia. Le turbolenze dei mercati emergenti sono solo agli inizi, quindi è troppo presto per dire se sarà solo un’onda nell’oceano o un nuovo tsunami. C’è anche un’ulteriore complicazione: la Cina. La seconda più grande economia del mondo non è fragile, né ha un deficit. Ma altri paesi dipendono dalle sue importazioni, in particolare di risorse naturali e semilavorati. E la sua economia sta rallentando bruscamente per via della bolla del credito interno e degli sforzi ufficiali per contenerla.

 

Lo scenario più favorevole è che le turbolenze dei mercati emergenti stavolta siano contenibili e che il rallentamento della Cina sia moderato. Ciò consentirebbe alle economie occidentali in convalescenza di recuperare le forze nel corso dell’anno. Eppure, dobbiamo sempre ricordare che la politica ha il potere di distruggere anche la previsione più fiduciosa e che i mercati finanziari vanno nel panico come mandrie di gnu inseguiti dai leoni. E dobbiamo infine ricordare che il punto dell’intero esercizio non sono le cifre del Pil o il reddito degli investitori ma il futuro di quei giovani disoccupati e i redditi familiari. Se non ci saranno miglioramenti entro la fine del 2014, non ci sarà nulla di cui rallegrarsi.

fonte: http://www.lastampa.it/2014/02/09/cultura/opinioni/editoriali/gli-ostacoli-alla-crescita-economica-mWuCxWg3JCOwJz2N7rm9qO/pagina.html, 09.02.2014

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