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Gli anni dieci sono stati la sconfitta degli ideali democratici, di Federica D'Alessio

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 13/01/2020 09:39
Le spinte alla democrazia dal basso si scontrano con la grande difficoltà che gli Stati occidentali hanno dimostrato finora nel riconoscerne il significato dall’alto: dopo aver preteso di “esportare la democrazia” all’inizio degli anni 2000 nel mondo arabo con la guerra, si stanno dimostrando incapaci sia di fare i conti con i loro fallimenti, sia di cogliere i segnali provenienti da quelle stesse società…

Il braccio di ferro in corso a partire dai primi giorni del nuovo decennio fra Trump e l’Iran a seguito dell’assassinio del generale Soleimani ha già ottenuto un effetto: rinforzare il settarismo delle istituzioni statali irachene e dar loro una scusa per reprimere con ancora più violenza la rivolta avviata dalle nuove generazioni irachene a partire da ottobre e che, fra centinaia di vittime, aveva già ottenuto l’importante obiettivo politico di far dimettere il Primo ministro Abdel Mahdi. La rivoluzione di Tahrir a Baghdad punta a unire la società civile, lacerata da decenni di guerra e occupazione, e dagli interessi delle diverse forze politiche in campo. Come ha scritto la giornalista Sara Manisera su East West, i protagonisti “chiedono la fine delle interferenze straniere nel Paese e la riforma di un intero sistema politico settario che, a sedici anni di distanza dall’interferenza statunitense, ha tradito le aspettative degli iracheni e ha infiammato le divisioni su base confessionale”.

La volontà di pacificazione sociale, di essere un solo popolo, unito e solidale ha animato le tante rivoluzioni dei Paesi arabi negli ultimi dieci anni: molto diverse fra loro, soprattutto per l’esito cui i vari processi hanno condotto, ma accomunate, nelle istanze espresse, da numerosi tratti. Il documentario del 2013, The Square – Dentro la rivoluzione, girato dalla regista Jehane Noujaim nei giorni più caldi della Tahrir egiziana, ne mostra bene alcuni: in primis il protagonismo di giovani e donne; poi l’incontro fra persone di diverse confessioni; l’assenza di leadership politicizzate, e la fatica che fecero quelle che presero parte al processo, come i “Fratelli Musulmani” in Egitto, a sintonizzarsi con piazze che esigevano di lasciare da parte il proprio tornaconto settario. Il giovane Ahmed, una delle voci narranti del documentario, a un certo punto guardando verso Tahrir gremita si rivolge con orgoglio alla regista e le dice: “Stai cercando i leader? Eccoci. Siamo tutti leader. Un’affermazione che può apparire ingenua, ma anche indicativa di una ricerca di democrazia autentica, plurale e pacifica. Una richiesta che attraversa l’intero Pianeta e risuona anche nelle piazze del Cile e dell’America Latina, e specialmente nelle mobilitazioni oggi in corso a Hong Kong: esplose nuovamente nel corso dell’ultimo anno ma che, come quelle arabe, hanno in realtà percorso l’intero decennio.

Queste spinte alla democrazia dal basso si scontrano con la grande difficoltà che gli Stati occidentali hanno dimostrato finora nel riconoscerne il significato dall’alto: dopo aver preteso di “esportare la democrazia” all’inizio degli anni 2000 nel mondo arabo con la guerra, si stanno dimostrando incapaci sia di fare i conti con i loro fallimenti, sia di cogliere i segnali provenienti da quelle stesse società. Le quali, nel frattempo, si sono avvicinate fra loro sempre di più. Oggi, ampi settori delle società civili esigono dalle classi dominanti e dai loro rappresentanti di farsi carico delle contraddizioni, che hanno creato a spese dei più deboli, in merito alla democrazia e ai diritti umani e alla sostenibilità ambientale. I social media, e specialmente Facebook, i cui utenti attivi dal 2010 a oggi sono passati da 400 milioni a 2,4 miliardi circa, con la loro contraddittoria capacità di connettere le persone e dividerle al tempo stesso, nonostante le problematicità che presentano hanno avuto un ruolo di diffusione dell’attenzione su alcuni temi.

Uno degli esempi più vividi di questa rinnovata iniziativa sociale, stavolta nata in Europa, è il movimento ambientalista dei Fridays for Future. Nel solo 2019 le manifestazioni hanno coinvolto più di 7,6 milioni di persone in 185 Paesi e decine di migliaia di città diverse. In Italia, le stime parlano di circa un milione di partecipanti. La figura di Greta Thunberg ha rappresentato il simbolo vivo della connessione fra il terreno locale e quello globale: viaggiando da un luogo all’altro del Pianeta, Greta ha messo in comunicazione fra loro diverse realtà e anche grazie a questa sua opera ora stanno prendendo nuova forza anche altri movimenti ambientalisti e nuove figure di riferimento.

La reazione delle istituzioni a questa nuova presa di consapevolezza ambientalista globale è sotto gli occhi di tutti: il fallimento della conferenza Cop25 di Madrid ne è stata una prima testimonianza. Ma la più eloquente è stata probabilmente la reazione del Primo ministro australiano, Scott Morrison, agli incendi epocali che stanno distruggendo l’ecosistema del Paese in questi giorni: il suo ottuso negazionismo climatico lo ha portato non soltanto a ignorare gli allarmi ricevuti dagli esperti poco prima che gli incendi scoppiassero a fine dicembre, ma a impostare la sua intera politica economica sugli interessi delle industrie estrattive e minerarie, che fanno dell’Australia uno dei Paesi più inquinanti al mondo. Come nel caso del Brasile di Bolsonaro, o degli Stati Uniti di Trump, anche in Australia le società statali continuano a orientare la propria azione sugli interessi di pochi, piuttosto che su quelli collettivi e globali.

Anche la lotta contro la violenza maschile, in questo decennio, ha unito fra loro milioni di donne di diversi Paesi, partendo dal grido di rabbia Ni una menos (“Non una di meno”) delle donne argentine contro i femminicidi e, inseparabilmente, contro un sistema giudiziario che ovunque nel mondo ancora oggi protegge i violenti e nega giustizia alle donne che subiscono violenza o ci si ribellano. La denuncia della complicità, quando non dell’attiva partecipazione dello Stato alle violenze maschili, è stata esemplificata con forza dalla donne cilene, il cui coraggioso motto El violador eres tu ha viaggiato da una parte all’altra del Pianeta sul finire del 2019. Dall’India alla Corea del Sud, in questi anni le donne hanno cominciato dappertutto ad agire in prima persona contro le discriminazioni del sistema patriarcale, in alcuni casi operate direttamente per mano statale: per esempio in Polonia o in alcuni Stati degli USA dove il diritto d’aborto è stato sostanzialmente cancellato; ma anche in Italia e in tutti quegli Stati dove le lobby dei padri separati, come quelle che sostengono Simone Pillon, si battono per impedire alle donne di divorziare e lasciare i mariti violenti.

Forse, però, il cambiamento epocale più denso di significato e conseguenze fra i tanti vissuti in questo decennio riguarda le migrazioni e le trasformazioni irreversibili subite dagli assetti statali nazionalistici in tutto il mondo, non soltanto nel cosiddetto Occidente, in conseguenza dei fenomeni migratori. Secondo l’UNHCR, l’umanità sta dando vita agli spostamenti di massa più massicci mai registrati, con circa 70,8 milioni di persone in fuga sul Pianeta per via di persecuzioni e guerre, e una stima di circa 240 milioni di persone che nei prossimi 30 anni saranno costrette a migrare in conseguenza dei cambiamenti climatici, ovvero dell’impossibilità di nutrirsi nei propri Paesi. Come le società democratiche, in Europa e in tutto il resto del mondo, abbiano reagito all’immigrazione è (cattiva) cronaca di tutti i giorni da ormai troppi anni. L’atteggiamento discriminatorio e razzista verso i fenomeni migratori da parte dei Paesi occidentali è un fenomeno con una storia di almeno vent’anni, ma negli ultimi cinque le risposte degli Stati alla crisi siriana e a quella libica – per fare il solo esempio dell’Europa – sono state all’insegna della più ostinata chiusura verso il cambiamento che inevitabilmente persone giunte da altri contesti avrebbero portato e porteranno. Una chiusura non soltanto spietata, ma anche irrazionale, sulla base della quale l’Italia e l’Europa in particolare si sono messe in condizione di farsi ricattare da criminali e dittatori, come nel caso dei trafficanti libici e del nuovo sultano Erdoğan.

Il sovranismo, d’altro canto, si è sviluppato come movimento intestino alle democrazie occidentali, contraddistinto proprio dall’abbandono da parte delle democrazie di una visione razionale della realtà: man mano che le spinte sociali ne fanno venire a galla le contraddizioni, il capitalismo di rimando si sta votando sempre di più a una risposta reazionaria, emotiva, distruttiva e feroce. I movimenti sovranisti sono un’espressione di queste tendenze: da una parte la Brexit, dall’altra le politiche razziste, omofobe e misogine di autocrati come Putin, Orbán e altri, fra cui i sovranisti italiani Salvini e Meloni, sono tentativi di polarizzare la società attraverso l’identitarismo e lacerando il tessuto sociale attraverso l’odio

Anche la trovata di Trump che con l’assassinio di Soleimani rischia di far  precipitare il mondo in una guerra è solo l’ultimo esempio in ordine di tempo di una tendenza politica capace soltanto di distruggere, e non di creare. Come ha scritto il giornalista del Post Francesco Costa, può darsi che il fine di Trump “non sia la guerra bensì il caos”, che “può essere navigato, forse persino governato. Può essere letto, presentato e sfruttato in molti modi. Presenta ogni giorno opportunità e giustificazioni”. Certamente alimentare la confusione è il modo migliore per evitare di presentare soluzioni ai problemi, e di rimando consente anche ai presunti avversari dei sovranisti di presentarsi come forze indispensabili per arginare quello stesso caos e lì fermarsi, senza fare nient’altro: è la filosofia dell’attuale governo italiano giallorosso, il cui paradigma di riferimento nel far fronte alle grandi questioni sociali si è rivelato nient’affatto diverso da quello del precedente gialloverde.

 

https://thevision.com/attualita/sconfitta-ideali-democratici/?sez=all&ix=1

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