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Gli alleati e il senso del declino, di Massimo Franco

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 22/03/2019 12:43
Il Movimento è ufficialmente in Purgatorio: il trionfo del 4 marzo sembra irripetibile e le inchieste giudiziarie a Roma sono solo il corollario di questo sfaldamento progressivo…

Il Movimento Cinque Stelle di governo è entrato ufficialmente in Purgatorio: nello spazio ambiguo delle maggioranze parlamentari anche numericamente incerte; delle votazioni su ministri salvati dai processi grazie al soccorso di Giorgia Meloni e di Silvio Berlusconi, definito impresentabile ma benvenuto come stampella; e di sondaggi che mostrano come il trionfo del 4 marzo di un anno fa sia un miraggio oggi irripetibile. Le inchieste giudiziarie che a Roma colpiscono anche esponenti del grillismo sono solo il corollario di questo sfaldamento progressivo, e forse più profondo di quanto appaia. Rivelano il versante di una possibile corruzione, destabilizzante per l’identità manichea del Movimento, basata su un’autopercezione di superiorità anche morale. E acuiscono le contraddizioni, mettendo a confronto l’«assoluzione» in Senato di Matteo Salvini, alleato leghista ingombrante ma indispensabile, e l’espulsione-lampo del presidente grillino dell’Assemblea capitolina, Marcello De Vito, dopo l’arresto. 

Insomma, due comportamenti agli antipodi nello stesso giorno. Se a questo si aggiunge la difesa d’ufficio del ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli, ieri nell’aula di Palazzo Madama, il quadro purgatoriale risulta ancora più chiaro. A dargli visibilità è lo smarcamento della Lega, che ha lasciato i Cinque Stelle soli ai banchi del governo, salvo una fugace apparizione finale di un paio di ministri. Con il tocco vagamente grottesco di Toninelli, che per contestare la richiesta di sfiducia del Pd ha concluso l’intervento rivendicando la «targa portabile» che introdurrà per la felicità degli automobilisti. Sullo sfondo di questo affresco scheggiato, si intravedono le sagome del vicepremier Luigi Di Maio e della sindaca di Roma, Virginia Raggi.

Si intravedono, perché tutte le mosse di questi giorni e di queste ore sono state compiute per proteggerne il profilo; per scindere le loro responsabilità da qualunque atto che ne metta in dubbio integrità e capacità: sebbene la lista cominci a allungarsi, a livello nazionale e locale, con l’indagine di ieri sull’assessore di Raggi, Daniele Frongia, che si è autosospeso. 

Palazzo Chigi e il Campidoglio appaiono uniti da un unico destino, che è quello del Movimento e dei suoi vertici «governisti». Non possono e non devono cadere, perché altrimenti crollerebbe l’impalcatura messa in piedi dalla Casaleggio Associati e dai suoi rappresentanti disseminati strategicamente nei gangli del potere grillino. 

Eppure, è difficile sottrarsi alla sensazione che la maggiore forza dell’esecutivo giallo-verde abbia imboccato una china discendente difficile da risalire. Mescola alla crisi di leadership di Di Maio quella della credibilità non solo delle sue proposte miracolose, ma della capacità di offrire una strategia alternativa all’Italia. La speranza degli elettori di «provare la novità» dei Cinque Stelle, dopo i risultati deludenti dei governi precedenti, comincia a affievolirsi. Di certo non si torna indietro, ma il M5S non appare in grado di andare molto avanti: se non a rimorchio di quel Salvini che propone un’agenda «grillina» esclusivamente nelle pulsioni anti-sistema e antieuropee.

La rapidità con la quale tende a bruciare i suoi leader, reali o in pectore, assimila il Movimento ai partiti dai quali vuole marcare la diversità. Alessandro Di Battista, dopo il suo sabbatico guatemalteco, è passato dal ruolo di riserva elettorale a quello di desaparecido usato e messo da parte in poche settimane. E non tutti sono pronti a scommettere sul futuro di Di Maio, sebbene sia considerato tra i migliori. Ma la domanda è se, a prescindere dai singoli dirigenti, i Cinque Stelle avranno un futuro che non sia una ritirata nel vecchio recinto minoritario: nel Paradiso dell’opposizione senza responsabilità.

Il prezzo che sta pagando è evidente. Oscilla tra una realpolitik fatta di compromessi difficili da giustificare se non in nome del potere, e gli istinti primordiali che uniscono giustizialismo, terzomondismo, pretese palingenetiche, e presunzione: miscela tossica di fronte a una situazione che si presenta già complessa per chiunque governi. 

Quanto al prezzo per l’Italia, aleggia il timore che la maggioranza stia percorrendo una strada opposta a quella che porta fuori dalla crisi. Non è solo l’effetto di un preconcetto, ma della rivincita della realtà su una voglia di cambiamento affidata a un «nuovo» effimero e velleitario, esposto alle infiltrazioni dei comitati d’affari.

https://www.corriere.it/opinioni/19_marzo_21/i-5-stelle-purgatorio-7c7d7eee-4c1b-11e9-a6a1-94a4136b05dd.shtml

 

De Vito, l’inferno dantesco e lo Statuto dei 5 Stelle, di Gianfranco Polillo

Quel misto di rabbia e di stupore che ha accompagnato l’arresto per corruzione di Marcello De Vito è del tutto comprensibile. A poco più di due mesi da quell’elezione, che potrebbe segnare l’inizio di una nuova storia, i 5 Stelle si trovano a fare i conti con il parto principale delle loro angoscie. Il fantasma di quella corruzione che si voleva sconfiggere al grido di “onestà, onestà, onestà” e che invece sta fagocitando il cuore stesso del Movimento. In quella stessa Capitale che ne ha segnato l’ascesa (si vedrà se “resistibile” o meno) verso lidi molto più impegnativi, come quelli del governo nazionale.

Un danno incalcolabile. Tanto più se si pensa al film delle vicende romane: segnate dall’andirivieni di assessori, capi di gabinetto, fiduciari del sindaco, consulenti, dirigenti della macchina amministrativa ed amici del cuore. Tante piccole formiche destinate a ruotare intorno ad un “cerchio magico”, in parte diretto dall’esterno, fino alla sua improvvisa implosione. O quella sponda occulta rappresentata da quei poteri forti che, da sempre, hanno segnato i destini della città eterna. Che i 5 stelle volevano scacciare dal Tempio. Ma che, invece, non solo hanno continuato ad operare, ma sorriso compiacenti, mentre De Vito, nei suoi infuocati comizi, si vestiva con l’abito del Savonarola.

Fossimo ai tempi di Dante Alighieri, non sarebbe facile scegliere per De Vito il girone in cui collocare la sua anima. Sicuramente nelle Malebolge. In quell’ottavo cerchio in cui sono collocati i barattieri: coloro che trassero profitti illeciti dalle loro cariche pubbliche. E che oggi si chiama “traffico di influenza”: uno dei reati attribuiti al presidente dell’Assemblea capitolina. Sprofondati nella pece, erano continuamente arpionati dai diavoli, per impedire loro di sollevare la testa.

Ma De Vito potrebbe anche essere confinato nell’ultimo cerchio: l’immenso lago di ghiaccio, detto “Cocito”. Con il gelo continuamente alimentato dalle ali di Lucifero. Qui sono puniti i traditori nei confronti di chi si è fidato. Freddi i loro cuori nell’ordire il misfatto contro i propri simili. Fossero i fratelli (prima zona: Canea), la propria città (seconda zona: Antenora), i propri ospiti (terza zona: Tolomea) o i propri benefattori (quarta zona: Giudecca). In tutte e quattro le zone, i peccatori sono immersi nel ghiaccio, varia solo la posizione del corpo. Che può essere con la testa all’ingiù, con il viso all’insù oppure di traverso. Forse a De Vito sarebbe toccato la zona di Antenora, avendo tradito, come amministratore, soprattutto la propria città. Scelta comunque difficile, considerate le altre specifiche.

Ed invece se l’è cavata con la semplice espulsione dal Movimento, ferma la sua possibilità di difendersi, sul piano giudiziario, ma solo a “chilometri di distanza”, come ripete Luigi Di Maio, dal cuore e dall’anima dei 5 Stelle. Ed è qui che nasce un problema di non poco conto. Di Maio poteva farlo? Era nei suoi poteri procedere in violazione delle regole di uno Statuto, approvato per di più da poco tempo? Interrogativi che hanno un’immediata valenza istituzionale. De Vito, infatti, non si è dimesso né da consigliere comunale, né da presidente dell’Assemblea capitolina. È dovuto intervenire il prefetto di Roma, Paola Basilone, che lo ha sospeso da ogni carica “in ragione della applicazione della misura cautelare della custodia in carcere”. Ma sospendere non significa rendere vacante la relativa sede. Non sarà, quindi, facile sostituirlo con la celerità che vorrebbe lo stesso Di Maio.

Ma per tornare allo statuto del Movimento 5 stelle. L’articolo 11 descrive minuziosamente “il procedimento per l’irrogazione di sanzioni disciplinari”. Tra le quali è prevista (lettera d) anche l’espulsione. Si inizia con la comunicazione dell’apertura di un procedimento da parte dei probiviri. Nei dieci giorni successivi, il diretto interessato può trasmettere proprie memorie difensive. Nel termine dei successivi 90 giorni il Collegio dei probiviri può emettere la relativa sentenza o chiedere ulteriore documenti. Una volta assunta la decisione, essa deve essere comunque comunicata entro i successivi 5 giorni.

Contro le eventuali decisioni dei probiviri è ammesso il ricorso al Comitato di garanzia: organo di secondo grado. Che deve esprimersi nei successivi 10 giorni e la relativa sentenza trasmessa all’interessato nei successivi 5. Al tempo stesso copia della medesima deve essere inviata al Garante (al secolo Beppe Grillo). Quest’ultimo, nel successivo termine di 5 giorni, può indire una consultazione in rete per sottoporre agli iscritti la proposta di annullamento o riforma della decisione assunta dal Comitato stesso. Nelle more di questa complessa procedura, tuttavia, – afferma testualmente lo Statuto – “può essere disposta la sospensione cautelare che estende i propri effetti anche nei riguardi di eventuali candidature alle quali il candidato sia stato nel mentre ammesso.”

Insomma: un insieme di regole fortemente strutturate che Di Maio, ha cancellato con un tratto di penna. Ne aveva la facoltà? Questione tutt’altro che astratta, ma strettamente legata alla vicenda giudiziaria del Presidente dell’Assemblea capitolina. Per il quale, nonostante l’arresto, vale il principio della presunzione d’innocenza. Che potrà, se del caso, fatto valere anche nei confronti del Capo politico dei 5 Stelle. Problemi del domani. 

Intanto, oggi, un nuovo avviso di garanzia é stato notificato a Daniele Frongia, ex vice sindaco e grande amico di Virginia Raggi. Attualmente assessore allo sport: carica dalla quale si è immediatamente sospeso. Che farà Di Maio? Espellerà anche lui?

https://formiche.net/2019/03/de-vito-linferno-dantesco-e-lo-statuto-dei-5-stelle/

Il problema è Roma, non De Vito, di Roberto Arditti

Allora diciamolo subito, così sgomberiamo il campo di gara. Dell’arresto di Marcello De Vito (sarà il processo a stabilire la sua colpevolezza) ci importa pochissimo, forse nulla. Sappiamo da sempre che la vita politica ed istituzionale conosce queste vicende in tutto il mondo (soltanto quelli del M5S hanno fatto finta di non saperlo, ma la realtà, come sempre nella vita, si incarica di smentire tutti quelli che fanno i fenomeni senza averne le caratteristiche), sappiamo da sempre che lotta alla corruzione è durissima e non deve conoscere interruzioni, sappiamo da sempre che la politica è funzione essenziale in democrazia e che l’onestà ne è requisito decisivo ma non sufficiente per assolvere con efficacia al mandato ottenuto dai cittadini.

Vogliamo però dire con forza che non intendiamo concentrarci sul dito quando il problema è la luna. Quindi la questione non è De Vito ma Roma. Chiarito che non c’è una differenza “genetica” tra gli attuali governanti e i precedenti (quindi nessuno ha più modo di sbandierare la propria diversità come elemento di valore assoluto e inattaccabile), resta la qualità dell’amministrazione a fare la differenza. Ebbene qui bisogna essere chiari ed onesti: Roma è un disastro (non certo per colpa esclusiva del sindaco e della giunta) e tale sembra destinato a restare a lungo.

Quello che lamentiamo nei confronti dell’amministrazione è una sostanziale assenza di linea strategica, un vuoto di progetto globale, un vulnus di obiettivi. A questo dovrebbe essere dedicata la seconda parte del mandato, mentre invece le strade peggiorano di giorno in giorno, l’immondizia giace raccolta poco e male, la gran parte dei luoghi interessanti per i turisti versa in condizioni pietose con scarso o nullo utilizzo delle opportunità di fruizione digitale. Il M5S ha nel governo della più bella città del mondo l’occasione più ghiotta per dimostrare la sua ragione di esistere, la sua forza innovativa e, per molti versi, rivoluzionaria, la sua capacità di passare dalla protesta alla proposta.

Ci sembra, onestamente, un’occasione sprecata (almeno sin qui). Poi c’è la vicenda De Vito di oggi, che infiammerà i media (più che comprensibilmente), ma che tocca del tutto marginalmente la vita reale della città.

https://formiche.net/2019/03/roma-raggi-de-vito-m5s/

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