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Gioventù bruciata, di Alessandro Guarasci

creato da Denj — ultima modifica 15/09/2015 09:19
Anche se in lieve flessione, i dati sulla disoccupazione giovanile restano drammatici: 37,8 per cento, quasi un ragazzo su quattro.

Europa, la "tragedia" dei disoccupati

“Una tragedia”. Non ci sono mezze misure nel commento cheLaszlo Andor, ungherese, commissario europeo al Lavoro, ha rilasciato sui dati diffusi da Eurostat, l'ente statistico dell'Unione Europea. La tragedia in questione è quella dei disoccupati, che nell'area euro (17 Paesi sui 27 dell'Unione) restano inchiodati al 12%, record assoluto da quando esiste la Ue. Alla fine di marzo 2013, nell'area euro ci sono 33 mila disoccupati in più rispetto a gennaio 2013; peggio è andata all'Unione Europea nel suo complesso (27 Paesi), visto che i disoccupati nello stesso periodo sono cresciuti di 76 mila unità, arrivando a un totale di oltre 19 milioni.

In un quadro tanto scuro, però, non tutte le tinte sono uguali. I Paesi dell'Europa centrale godono di livelli di disoccupazione relativamente bassi: 4,8% in Austria, 5,4% in Germania, 5,5% in Lussemburgo, 6,2% in Olanda. Sul gradino più basso della scala troviamo invece Grecia (26,4% di disoccupati), Spagna (26,3%) e Portogallo (17,5%).

Ancora Germania, Austria e Olanda mostrano i tassi di disoccupazione giovanile più bassi (7,7%, 8,9% e 10,4% rispettivamente), ancora Grecia, Spagna e Portogallo i più alti (58,4%, 55,7%, 38,2%). Maglia nera anche per l'Italia che, mentre sui dati della disoccupazione generale è allineata a quelli medi europei, per i giovani viaggia nel gruppo dei peggiori: il 37,8% dei giovani tra i 15 e i 24 anni è dai noi senza lavoro.

Allargando ancora un po' lo sguardo, proprio il tema della disoccupazione consente di notare quanto diverse siano state le terapie anti-crisi adottate dalle diverse potenze economiche. L'Europa ha puntato tutto su una aggressiva terapia anti-debito. L'austerity ha salvato i bilanci pubblici e ha finanziato il cordone di sicurezza steso intorno alle economie più deboli (Grecia, Italia, Spagna, ora Cipro) ma ha depresso l'economia.

Usa e Giappone hanno scelto la strategia opposta. Si sono indebitati per difendere l'apparato produttivo e rilanciare l'occupazione. Da questo punto di vista i risultati non sono mancati: negli Usa la disoccupazione è al 7,8% (quasi 5 punti percentuali meno che in Europa), in Giappone al 4,1% (quasi 8 punti meno). Agli Usa, ora, il compito di far rientrare il debito (lo "sforamento" del tetto ha già portato a un consistente taglio del pubblico impiego e della pubblica assistenza), che ha assunto proporzioni mastodontiche. Al Giappone quello di tenere in equilibrio il rischio di iper-inflazione (la Banca centrale stampa moneta per combattere il deficit) e la scarsità di liquidità derivante dal fatto che il debito pubblico giapponese è quasi per intero detenuto da investitori interni.

L'Italia senza lavoro

E’ bene non illudersi: sul fronte della disoccupazione una rondine non fa primavera. L’Italia continua a non essere un Paese per giovani. La disoccupazione complessiva a febbraio registra un lieve calo, scendendo dall’11,7 all’11,6 per cento da gennaio a febbraio. Ma continua a fare impressione il dato sui giovani senza lavoro tra i 15 e i 24 anni: 37,8 per cento, anch’essi in calo rispetto a gennaio (quando si era toccato il massimo storico del 38,6 per cento), però in aumento di 3,9 punti su base annua. 

Significa che nel nostro Paese ci sono 647 mila giovani sotto i 24 anni in cerca di lavoro. Il numero di disoccupati a febbraio é pari a 2 milioni 971 mila, in diminuzione dello 0,9 per cento rispetto a gennaio, ovvero di 28 mila unità, mentre risulta ancora in aumento su base annua, registrando una crescita del 15,6 per cento, corrispondente a 401 mila persone in cerca di lavoro. Lo rileva l’Istat. A febbraio 2013 gli occupati sono 22 milioni 739 mila, in aumento dello 0,2 per cento rispetto a gennaio, ovvero di 48 mila unità. Un dato incoraggiante: la crescita riguarda quasi esclusivamente componente femminile. Per Confocommercio il disagio sociale resta elevato. Inoltre i dati non possono essere considerati come una stabile inversione di tendenza. Almeno finché continuerà a scendere il settore manifatturiero, come rileva l’indice Pmi in Italia.

Il manifatturiero senza ossigeno

Il settore manifatturiero continua a calare in tutta Europa.

L'indice Pmi - che misura l'attività manifatturiera nell'Eurozona - è sceso a marzo a 46,8 nel dato definitivo, rispetto a 47,9 di febbraio. Le previsioni erano per un calo a 46,6. La Francia si attesta a 44,0, anch’essa sotto la soglia di 50 che separa la contrazione dall'espansione. Anche Germania (49) e Irlanda (48.6) sono scivolati in territorio di contrazione. Per quanto riguarda l'Italia l'indice Pmi è sceso a 44,5 punti a marzo, il minimo dall'agosto 2012, indeciso arretramento rispetto ai 45,8 punti di febbraio. L'export, comunque, va. A fronte di un mercato interno molto fiacco, per il 37,4% delle imprese appartenenti alle filiere distrettuali si attende un andamento crescente delle esportazioni. Insomma, viene confermata una tendenza che già nel 2012, soprattutto nella seconda metà dell'anno, si era manifestata: se il manifatturiero italiano, il secondo in Europa come dimensioni dopo la Germania, non crolla e' per effetto del mercato estero.

Ma anche gli altri dati macroeconomici non sono confortanti. La ripresa, anche per il 2013, sarà modesta. Secondo Unioncamere, le previsioni economiche dei distretti industriali italiani, che raggruppano più di un quarto delle aziende esportatrici italiane, sono caute. Il fatturato farà registrare una crescita solo dell'1,1% e per vedere valori più consistenti occorrerà attendere il 2014, con una probabile crescita del 4%.
Anche su questi campioni del 'Made in Italy' pesa il fattore che sta frenando la ripresa di tutto il Paese: la mancanza di credito. Il 32% delle aziende dei distretti ha avuto difficoltà di accesso al credito nella seconda parte del 2012, mentre il 40% degli imprenditori non si attende miglioramenti nel corso del 2013. Ma per una quota ancora maggiore di imprese (il 47%) nel 2013 ci potranno essere crediti non pagati per difficoltà o fallimenti di alcuni clienti.

Il 37,4% delle imprese operanti nei 101 distretti censiti si attende un incremento degli ordinativi esteri, a fronte di un 14,6% che dovrebbe subire un ulteriore calo. La ripresa dell’export si confermerebbe trainata dai Paesi extra-Ue (nel 67,5% dei casi, con segnalazioni di crescita più frequente per gli Stati Uniti, per la Russia e i Paesi dell’Est, per la Cina e, soprattutto, per il Far East, a partire dal Giappone), mentre tra i Paesi dell’Unione europea tiene ancora bene il mercato tedesco. Il presidente di Unioncamere, Ferruccio Dardanello, dice che è necessario un "salto di qualità, con l’innesto di nuove competenze che uniscano a quel ‘saper fare’ specifico ereditato da secoli e ‘figlio’ dei territori, un plus di conoscenze di processi, di prodotti e di mercati. Questa strategia passa necessariamente attraverso il capitale umano, favorendo gli investimenti in percorsi formativi più adatti alle esigenze delle imprese”.

Ma chi e' che 'tiene' di più il mercato? Chi innova e investe in ricerca e sviluppo. Dunque in primis il Distretto del Mobile della Brianza, poi il Distretto lecchese dei Metalli, ma bene si posizionano pure il Biomedicale di Mirandola e il Tessile-Abbigliamento di Carpi. Appunto, per Valter Taranzano, Presidente della Federazione dei Distretti Italiani, serve "allungare le filiere, conquistare nuovi mercati lontani, reinventarsi ogni giorno con intelligenza e flessibilità fa parte del DNA dei Distretti Italiani. Dove, da soli, non si può fare nulla è sul credit crunch e soprattutto nel difficile rapporto con le banche. Ci si deve con forza aggregare affinché venga risolto questo grave problema che ha già messo in ginocchio la manifattura italiana".

 

fonte: www.famigliacristiana.it, 02.04.2013

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