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Gherardo Colombo: «Sulla corruzione abbiamo perso, ora tocca ai ragazzi», di di Maurizio Giannattasio

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 13/05/2019 09:11
Il bilancio dell'ex pm 27 anni dopo l'inchiesta che condusse alla fine della Prima Repubblica: «Sa perché Mani Pulite è finita? Perché quando sono emerse le corruzioni del cittadino comune, il vigile o l'ispettore del lavoro, sono sparite le prove»...

È l’ex magistrato di Mani Pulite, il giudice della scoperta della P2 e del delitto Ambrosoli, il pm dei processi Imi-Sir/Lodo Mondadori/Sme. Un uomo che ha fatto tremare i potenti. Ma il Gherardo Colombo che ti viene incontro è spiazzante. Ha appena fatto la spesa al supermercato e si presenta con tre sporte in mano. Lo si incontra spesso nel parco vicino a casa con il suo amato golden retriever Luce. Il suo tempo si divide tra gli incontri con i ragazzi delle scuole e il volontariato a San Vittore e Opera. Sposato, tre figli, un nipotino di 11 anni, Colombo si è dato un compito nella sua seconda vita. Onorare una promessa fatta nel lontano 2007 quando diede le dimissioni dalla magistratura: «Voglio invitare i giovani a riflettere sul senso della giustizia». Lo fa ormai da 12 anni.

 

Dottor Colombo sono passati 27 anni da Mani Pulite e in Lombardia ci ritroviamo con 90 indagati e 28 persone agli arresti. Sembra che l’unica cosa incorruttibile nel nostro Paese sia la corruzione. Eterna, senza che il tempo riesca a scalfirla. È così?
«Siamo solo agli inizi dell’inchiesta. La Costituzione garantisce la presunzione d’innocenza fino alla sentenza conclusiva. È vero, sono passati 27 anni da Mani Pulite e 14 da quando nel 2005 si sono conclusi indagini e processi. A mio parere nella competizione tra corruzione e legge ha vinto la corruzione e ha perso la legge».

Mani Pulite non è servita?
«Mani Pulite è la dimostrazione scientifica che un fenomeno così diffuso e capillare com’era e com’è la corruzione in Italia non può essere marginalizzato dallo strumento penale. La differenza sta nel fatto che allora c’era un vero e proprio sistema collegato al finanziamento dei partiti con regole precise, rigorose e molto osservate. Oggi la corruzione è più anarchica e meno regolamentata. Il collegamento al finanziamento dei partiti è occasionale e meno visibile. Da noi esiste un principio di carattere generale per cui la regola prima è per molti la furbizia e di conseguenza, ogni volta che si può, la corruzione viene messa in pratica».

Tratteggia la corruzione come connaturata alla natura umana. È questo che ha scoperto nei suoi lunghi anni in magistratura?
«No. Non è una questione genetica, non c’entra il Dna. È una questione di cultura. Nonostante siano passati 71 anni dall’entrata in vigore della Costituzione continuiamo a pensare che lo stare insieme sia regolato dai principi di una società verticale, il cui fondamento è la discriminazione, che nega la pari dignità delle persone. C’è chi sta sopra e chi sta sotto. È una visione ancora molto praticata a dispetto della Costituzione. In una concezione del genere la corruzione serve per scalare le posizioni. O noi cambiamo l’impostazione culturale o è difficile uscirne».

Lei nelle scuole spiega la legalità. Ma cos’è la legalità? È solo una questione giuridica?
«In sé la legalità è un termine neutro. Significa rispetto della legge, qualunque ne sia il contenuto. C’era legalità nel 1938 se, come succedeva, gli italiani rispettavano le leggi razziali. Se oggi gli italiani si comportassero, come purtroppo qualche volta succede, in base alle leggi razziali, ci sarebbe illegalità».

Con quale senso riempiamo la parola legalità?
«Per capire se la legalità ha una valenza positiva o negativa dobbiamo riferirci a un’altra parola: giustizia. Le leggi sono giuste e ingiuste, le prime creano una legalità giusta, le seconde ingiusta. Ma non abbiamo fatto altro che spostare nuovamente il problema: cos’è la giustizia?».

Sembra un concetto inafferrabile.
«Solo se la si pensa teoricamente. Secondo me, a stabilire la giustizia delle leggi ci si arriva in via sperimentale, per esperienza».

Può fare un esempio?
«Chi ha scritto la Costituzione ha rovesciato il modo di stare insieme. C’erano stati dei prodromi, la scelta della Repubblica, il voto alle donne, ma la vera rivoluzione è stata l’entrata in vigore della Carta. Prima la regola era la discriminazione, non solo di genere, ma di censo, di etnia, di religione. Arriva la Costituzione e riconosce solennemente la dignità universale, il contrario della discriminazione. I costituenti lo affermano perché alle loro spalle hanno due guerre mondiali. Noi facciamo fatica a capire cosa hanno vissuto e sofferto: i 55 milioni di morti della Seconda Guerra mondiale per noi sono solo una statistica che per di più non ci mostra chi ha perso un braccio, una gamba, la vista, la casa. Una tragedia resa ancora più agghiacciante dalla Shoah e dalla bomba atomica. Oggi assimiliamo la bomba atomica a un cataclisma naturale, in tanti siamo nati quando c’era già. A chi viveva allora, quell’ordigno ha cambiato il futuro. La conseguenza è la Costituzione e, quasi un anno dopo, la dichiarazione dei diritti dell’uomo nel cui preambolo ci si riferisce chiaramente alla necessità di evitare che si ripetano le barbarie che hanno insanguinato il secolo scorso. Il primo articolo della dichiarazione afferma che “tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti”. Significa che lo strumento per evitare che in futuro quell’orrore possa ripetersi consiste nel riconoscere finalmente la pari dignità di ciascuno. Si dà così alla parola democrazia non solo un valore formale (una testa, un voto) ma sostanziale (la pari dignità è il presupposto che giustifica “una testa, un voto”)».

Non teme che affidare il senso della giustizia all’esperienza e in ultima istanza alla storia sia pericoloso? Anche la giustizia di oggi domani può diventare ingiusta.
«Non possiamo dire che è o diventerà ingiusta perché fino a oggi non l’abbiamo sperimentata realmente. Constato infatti che continuiamo ad applicare le regole di ieri».

È questa la ragione per cui corruzione ed evasione fiscale sono così diffuse?
«È così. La radice è sempre quella».

È possibile cambiare?
«È complicato perché, come diceva Kant, siamo un legno storto e le nostre imperfezioni sono enormi. Non abbiamo solo la testa ma anche la pancia che spesso prende il sopravvento. La prima cosa da fare è individuare il campo dove operare. È quello educativo. In secondo luogo è necessario conformare l’educazione al principio informatore della nuova organizzazione sociale. Non è semplice perché siamo imbevuti di cultura verticale e continuiamo a educare secondo il relativo schema. Vediamo le regole come un mezzo per imporre l’obbedienza e della regola guardiamo molto più la sanzione che il precetto, in perfetta sintonia con una società dove chi sta sopra comanda e chi sta sotto obbedisce».

E se non obbedisce viene punito…
«La sanzione porta all’obbedienza. Del precetto ci dimentichiamo. Dovrebbe essere il contrario, perché il precetto ti dice come ottenere il risultato. Negli incontri a scuola con i ragazzi faccio esempi concreti che sfiorano la banalità. Chiedo: vi piacciono le regole? No. E le torte? Sì. Secondo voi c’è una relazione tra la torta e la regola? Qualcuno ci arriva subito, qualcun altro dopo un po’. La risposta è sì, perché per fare la torta bisogna seguire una regola, la ricetta. La regola è un’indicazione per raggiungere il risultato. Si accorgono di essere in contraddizione. Non amano le regole, ma amano ciò che con le regole si crea».

Perché si dimentica il precetto?
«Perché spesso non riusciamo a vedere il risultato. Così chi non paga le tasse dice non pago perché gli altri rubano. Può succedere, ma l’affermazione è generalmente una scusa. Ci sta dietro una convinzione che dipende dal non vedere che le imposte sono le risorse che permettono a tutti di avere i diritti. Non si può avere sicurezza, istruzione, sanità, acqua corrente in casa senza risorse e cioè i soldi che arrivano dalle tasse».

Lei sostiene che le sanzioni contro la corruzione servono a poco. Altri vorrebbero sanzioni più severe.
«Se usiamo la sanzione per far rispettare la regola, ma la sanzione non viene applicata, implicitamente comunichiamo che il comportamento formalmente vietato è in effetti consentito».

Se la sanzione non arriva significa che la giustizia non funziona.
«Credo che sia impossibile riuscire a controllare tutto, salvo essere controllati dall’occhio del Grande Fratello. L’amministrazione della giustizia non funziona se le regole sono in contrasto con la cultura e la consuetudine. Anche se le pene sono aumentate la corruzione non è sparita. Ricordiamoci le grida manzoniane. Ammesso che il diritto penale serva per educare le persone, cosa a cui non credo ormai per niente, in realtà se servisse educherebbe solo all’obbedienza. In una democrazia non abbiamo bisogno di persone obbedienti, ma di persone che sappiano gestire la loro libertà, che sappiano scegliere e discernere. Bisogna insegnare a discernere, non a obbedire. Altrimenti la democrazia salta».

Quali sono le responsabilità della politica?
«Faccio un’affermazione forte: la politica è meno colpevole del cittadino. Sa perché Mani Pulite è finita? Perché all’inizio le prove ci portavano verso chi stava in alto, il segretario di partito, il sindaco, l’onorevole. Figure con cui i cittadini non si identificavano, e allora tutti a sostenere le indagini, a volte anche scorrettamente (ricordiamoci della dignità delle persone). Poi le inchieste sono proseguite e sono emerse le corruzioni del cittadino comune: il vigile che fa la spesa gratis e non controlla la bilancia del salumiere, l’ispettore del lavoro che per poche lire non controlla se ci sono le cinture di sicurezza nei cantieri. Allora i cittadini hanno cominciato a pensare: ma questi qui cosa vogliono? Vogliono vedere quello che faccio io? Non ci pensino nemmeno! Sono sparite le prove e Mani Pulite è finita. Spesso nelle scuole parlo di evasione fiscale. Tutti la maledicono, sono convinti di non averne a che fare. Replico che non sto parlando dell’evasione di Zio Paperone. Mi rivolgo direttamente ai professori e ai genitori. “Certamente non voi, ma quanti pagano le tasse alla mattina perché gliele trattengono sullo stipendio e al pomeriggio fanno lezioni private in nero? O quanti non si fanno fare la fattura dall’idraulico perché così costa meno?”. L’atteggiamento dei miei ascoltatori cambia».

C’è un problema di selezione della classe dirigente?
«È necessario non fare di tutte le erbe un fascio. Se per molti si sta insieme (meglio, ci si mette in scala) per furbizia, per tante persone si sta insieme evitando di imbrogliarsi. Anche in politica. Ai tempi di Mani Pulite molto spesso la corruzione era legata al finanziamento illecito dei partiti, e il finanziamento costituiva una sorta di giustificazione. Un po’ ipocrita, ma reale. A chi manovrava le tangenti per i partiti magari restava qualcosa attaccato alle mani (si sa che il denaro è appiccicoso) ma era poco a fronte delle centinaia e centinaia di miliardi che giravano. La dignitosissima e disperata lettera di Sergio Moroni è profondamente significativa. Moroni si suicida perché gli sembra che gli sia stata tolta la terra da sotto i piedi. Certo il finanziamento illecito era reato, ma era come se il reato fosse stato abrogato dalla prassi, la regola effettiva per lui era che si poteva fare».

Mani Pulite ha distrutto i partiti della cosiddetta prima Repubblica.
«Mani Pulite, come la scomparsa di tanti partiti storici, è la conseguenza della caduta del Muro di Berlino. Prima — penso alla P2, ai fondi neri dell’Iri, indagini che ho svolto personalmente — succedeva che, quando non era possibile fare altrimenti, fosse la stessa magistratura a togliere le castagne dal fuoco. La regola era che in certi cassetti non si guardava».

Che cosa le chiedono gli studenti?
«Il mio approccio è “costituzionalmente orientato”: bisogna sì parlare, ma anche ascoltare. Purtroppo l’ascolto non è una caratteristica costante nelle nostre scuole. Non bisogna generalizzare, ci sono molte eccezioni, ma l’atteggiamento complessivo è molto verticale. Lo si vede anche nei piccoli dettagli, per esempio nel come ci si rivolge ai ragazzi. Giorni fa in un’aula di terza media, prima che arrivassero professori e preside, chiacchieravo con un ragazzo dandogli del lei. Quando finalmente ha capito che mi rivolgevo a lui un grande sorriso gli ha illuminato il viso perché ha sentito di essere considerato».

Il mondo salvato dai ragazzini?
«Sì, peccato che poi ci siamo noi, gli adulti. Ci aiuta un po’ il fatto che c’è un ricambio generazionale».

Pessimismo da una parte, via d’uscita dall’altra. Chi vince?
«Non sono pessimista, faccio fotografie. La via d’uscita dipende dall’impegno che ci si mette. Sono ottimista perché vedo quanto i ragazzi sono disposti a coinvolgersi su questi temi».

Nonostante tutto crede nel progresso?
«Ogni tanto si verificano terribili ricadute, come il fascismo e il nazismo nel secolo scorso, ma il trend complessivo è che si va avanti. La schiavitù non è più legale da un secolo e mezzo negli Stati Uniti, e le donne votano in Italia da oltre 70 anni. Siamo molto lenti a cambiare, ma la nostra storia ci dice che ne siamo capaci».

 

https://milano.corriere.it/19_maggio_12/gherardo-colombo-sulla-corruzione-abbiamo-perso-ora-tocca-ragazzi-7fad41ac-742b-11e9-a46f-84c039eb72db.shtml

 

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