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Gesù, il servo, di Pino Stancari

creato da D. — ultima modifica 17/09/2015 16:34
Il servo Gesù, il santo servo, nel nome del quale i discepoli sono pronti ad annunciare a tutti che c'è salvezza davanti a Dio per la storia degli uomini, ecco, questi è colui che ha compiuto la sua opera in quanto...

 

Questa volta affronteremo un tema che si ricapitola nel titolo di Servo: Gesù, il servo. E' un titolo che nel N.T. serve a ricapitolare tutto quello che Gesù è ha fatto. Il titolo di "Servo" rispetto a quello di "Maestro" gli è stato attribuito in un momento successivo allo svolgimento della sua vicenda. E' vero che accenni, allusioni, riferimenti nel corso di quella che è stata l'attività pubblica di Gesù ce ne sono. Ancor più, dal momento che la sua identità è stata compresa all'interno di tutto quello che l'A.T. dice del messia, e quindi anche del "servo". Ma propriamente questo titolo di "servo" gli è attribuito in un momento successivo, in una fase che è quella della ricapitolazione successiva alla pasqua sua, quando, attraverso il titolo di servo attribuito a Gesù dai discepoli, viene sintetizzato tutto quello che Gesù è stato e tutto quello che Gesù ha operato.

Leggiamo il cap.2 della lettera ai Filippesi, il famoso inno che S. Paolo nella sua lettera: v.5:

<<E' lui, Cristo Gesù, che pur essendo di natura divina non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso.>>

E' lui, dunque, che non ha custodito la propria ricchezza, la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso, dice S.Paolo ( molto probabilmente citando un inno già preesistente ), e ha assunto la condizione di servo. Ecco il titolo di servo che qui, proprio in questo contesto ormai teologicamente maturo, in questo contesto liturgico, ci trasmette la testimonianza viva di quei credenti che nel primo periodo dopo la pasqua già celebrano il mistero della salvezza "nel nome di Gesù".

Ebbene, è lui che ha assunto la condizione di servo, <<ed è così divenuto simile agli uomini. Apparso in forma umana umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce>>.

Tutto questo commenta il suo servizio: ha assunto la condizione di servo. Dire di lui che è il servo, è dire di lui che non ha custodito la sua ricchezza, non ha considerato un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma si è spogliato per questo, per diventare così simile agli uomini. Si è poi umiliato facendosi obbediente sino alla morte e questa caratterizzata come la più infame, quella di croce.

E per questo suo servizio, che costituisce il titolo di servo, <<Dio l'ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi, nei cieli, sulla terra e sottoterra, e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore a gloria di Dio Padre>>.

Per questo Dio l'ha esaltato e gli ha dato il nome. Il nome di Gesù che diventa motivo di salvezza, che diventa sacramento di salvezza. In quanto ha assunto la condizione di servo, è stato esaltato, ha acquistato il nome in forza del quale noi tutti siamo salvi.

E' nel nome di Gesù che ogni ginocchio si piega, in cielo in terra e sottoterra; è nel nome di Gesù che la vittoria del Figlio è stata conquistata per noi; è nel nome di Gesù, a gloria di Dio Padre, che noi siamo stati riscattati dalla nostra condizione mortale in quanto prigionieri del peccato. Tutto, l'universo e l'umanità intera, contempla il nome di Gesù. torna su

Questa espressione ritorna spesso altrove nel N.T., in modo insistente nella predicazione evangelica: nel nome di Gesù noi siamo salvi. E' il sacramento che ricapitola tutta l'economia della salvezza.

Capp.2,3,4 e 5 degli Atti degli Apostoli: "nel nome di Gesù" è come un ritornello, un ricorso incessante, assillante, riferimento in base al quale noi siamo salvi. Negli Atti degli Apostoli si rinvia a quanto leggiamo nel vangelo secondo Luca, là dove il nome di Gesù viene progressivamente riaffiorando sulle labbra di coloro che sono interlocutori del maestro, fino a quando il ladro crocefisso accanto a Gesù sul Calvario, lo chiamerà per nome: "Gesù ricordati di me quando sarai nel tuo regno. Oggi, sarai con me in paradiso" la risposta da parte del Signore.

Nel nome di Gesù noi riceviamo quel riferimento che ci riscatta dalla nostra condizione mortale e ci introduce nella comunione con lui Figlio, che è esaltato per la gloria di Dio.

Il nome di Gesù (riferimento sacramentale) ci consente di entrare nella novità, per eccellenza, di quel dinamismo di salvezza che è la nostra partecipazione alla sua morte e resurrezione. Nel nome di Gesù noi sperimentiamo il valore del suo servizio. Così, nell'inno di Filippesi 2 che abbiamo letto.

Egli ha assunto la condizione di servo, e per questo Dio l'ha esaltato e gli ha dato il nome: il nome in forza del quale noi siamo redenti. E' il nome del servo, è Gesù. Noi ci rivolgiamo a Gesù, noi siamo riferiti a Gesù, nel nome suo di Gesù, che è il servo.

Negli Atti degli Apostoli si nota come il nome di Gesù viene citato in stretta relazione con il titolo di "servo". Atti degli Apostoli cap.3. Alla Porta di Gerusalemme Pietro e Giovanni hanno incontrato uno storpio.

<<Nel nome di Gesù (che è il Cristo) alzati e cammina>> Non ho né oro né argento, dice Pietro, ma nel nome di Gesù ti dico: "Alzati!". E quel tale si mise a seguirli fin dentro il tempio. E quando sono dentro al tempio, ecco che la folla stupefatta chiede spiegazione di quello che è avvenuto; e qui Pietro dirà, ribadirà, ripeterà a più riprese alla folla, poi anche con lo stesso tono si rivolgerà alle autorità del Sinedrio, per spiegare che tutto quanto è avvenuto in forza del nome di Gesù: è il nome di Gesù che ha dato vigore a quest'uomo che voi vedete e conoscete.

Nel cap.3,13, con una citazione dell'Esodo, è Pietro che sta parlando alla folla:

<<Il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, il Dio dei nostri padri ha glorificato il suo servo Gesù che voi avete consegnato e rinnegato a Pilato mentre egli aveva deciso di liberarlo>>.

Colui che voi avete rifiutato, colui che è stato obbediente fino alla morte e alla morte di croce, proprio il servo è glorificato, proprio lui è quel Gesù che è ormai in rapporto con noi con la forza sacramentale di un nome che ci salva. Un riferimento a lui che è garanzia di salvezza per noi in quanto si chiama Gesù. E noi al suo nome ci rivolgiamo in quanto Gesù è il servo che, consegnato e rinnegato per essere ucciso, è stato glorificato dal Padre.

Più avanti, nel cap.3,26, è sempre Pietro che parla e dirà:

<<Dio, dopo aver resuscitato il suo servo, l'ha mandato prima di tutto a voi per portarvi la benedizione>>.

Anche qui il titolo di servo viene attribuito a Gesù risorto.

Il titolo di maestro gli è stato attribuito mentre lui era vivente in mezzo ai suoi; il titolo di servo gli è stato attribuito nella novità gloriosa della sua resurrezione.

<<Dio, dopo aver resuscitato il suo servo, l'ha mandato prima di tutto a voi per portarvi la benedizione e perché ciascuno si converta dalle sue iniquità>>. Il servo ricapitola tutto: tutto quello che Gesù ha detto e fatto, il mistero della sua persona. Il titolo di servo ci aiuta a identificare la potenza di salvezza che scaturisce dal nome di Gesù. Noi siamo stati messi nella condizione di partecipare, nel nome di Gesù, ad un percorso di discesa e di risalita, di morte e di resurrezione, che è un percorso di salvezza. E' il percorso del servo. Chiamarlo servo, riconoscerlo come servo, identificarlo come servo, ormai è la stessa cosa del riconoscere in lui il salvatore nel nome del quale noi siamo salvi.

Più avanti, nel cap.4 degli Atti degli Apostoli, non è più Pietro che parla, al v.27, si narra dell'assemblea dei discepoli che si è raccolta in preghiera a Gerusalemme dopo che le autorità hanno proibito di parlare ad alcuno nel nome di Gesù. Una proibizione ufficiale da parte delle autorità e che riguarda proprio il nome di Gesù.

L'assemblea si raccoglie in preghiera e ricostruiscono, nel corso della loro preghiera, gli avvenimenti che hanno avuto luogo a Gerusalemme, sotto i loro occhi, in cui sono stato coinvolti. La preghiera si apre con l'invocazione, al v.24, e prosegue con una citazione del salmo 2, un salmo messianico e, finalmente, al v.27 leggiamo:

<<Davvero in questa città (Gerusalemme) si radunarono insieme contro il tuo santo servo Gesù che hai unto come Cristo, Erode e Ponzio Pilato, con le genti e con il popolo d'Israele, per compiere ciò che la tua mano e la tua volontà avevano preordinato che avvenisse. Ed ora, Signore, volgi lo sguardo alle loro minacce e concedi ai tuoi servi di annunziare con tutta franchezza la tua parola. Stendi la mano perché si compiano guarigioni, miracoli e prodigi nel nome del tuo santo servo Gesù>>.

Nel nome di Gesù, il santo servo; nel nome di Gesù il servo; nel nome di Gesù noi siamo salvi; nel nome di Gesù il vangelo è proclamato; nel nome di Gesù si battezza; nel nome di Gesù si celebra l'eucarestia; nel nome di Gesù guariscono gli ammalati e si raccolgono i dispersi; nel nome di Gesù noi siamo salvi. Dire di lui che è il servo è dire di lui che è sacramento di salvezza.

Il titolo di servo vale, nel N.T. come grande sintesi ricapitolante tutto il percorso compiuto da Gesù in mezzo a noi: il Figlio che è stato consegnato agli uomini ed è stato glorificato dal Padre. E' così realizzato quel servizio da cui dipende la nostra salvezza. Noi siamo in rapporto con lui nel suo nome, ossia, in riferimento a lui, in rapporto al suo servizio, noi siamo salvi. torna su

Alcuni spunti che ci aiutano a guardare verso questa realtà, a contemplare il servizio di Gesù, così, come pagine, testi, testimonianze che reperiamo nel N.T. ci suggeriscono, seguendo dei quadri, quattro.

Il primo è questo.

Nel N.T. la figura di Gesù servo è strettamente collegata con la figura di Gesù Figlio. Gesù è il servo in quanto è il figlio obbediente. Il figlio che in tutto e per tutto fa quello che il Padre gli chiede. Così è apparso ai discepoli, così è stato da loro ricordato, così l'opera che egli ha compiuto è stata raccolta e celebrata. Gesù è il servo in quanto è testimone di un unico amore. Il N.T. guarda verso Gesù, il figlio obbediente, che realizza un servizio in cui i discepoli hanno imparato a riconoscere la testimonianza di un amore unico e totale.

Vangelo secondo Luca, cap.2, 49. Gesù, ragazzino di 12 anni, è rimasto a Gerusalemme ed i genitori sono tornati indietro. Dopo 3 giorni lo trovano nel tempio. La madre gli dice: "Figlio, perché ci hai fatto così? Tuo padre ed io angosciati ti cercavamo". Ed egli risposte: "Perché mi cercavate? Non sapevate che io debbo occuparmi delle cose del Padre mio?". Ma essi non compresero le sue parole.

Qui Gesù sta parlando del suo servizio, il servizio che realizza la sua devozione filiale, la sua amorosa obbedienza: in tutto e per tutto io debbo occuparmi delle cose del Padre mio. Una obbedienza che è impregnata di devozione, di una singolare intensità affettiva. Fin da quando Gesù era ragazzino è accolto, è ammirato per come il fervore lo riempie di slancio e di commozione, lo riempie di amore. Una obbedienza che non ha nulla di oppressivo, di forzato: è una obbedienza che è del tutto omogenea alla testimonianza della libertà più autentica.

Il fatto è che la persona di Gesù è riempita dalla necessità di esprimersi mediante un amore senza condizioni. Questo è il suo servizio: un amore incondizionato.

Nel Vangelo di Giovanni alla fine del primo discorso, al v.13 del cap.14 leggiamo: <<Bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre e faccio quello che il Padre mi ha domandato>>.

Il servo obbediente è il figlio che si esprime in un atto d'amore; è la testimonianza nella quale si sintetizza l'atto della libertà; la libertà più autentica, una libertà obbedientissima, così come l'obbedienza è gratuita e al di là di ogni vincolo esterno, un amore senza vincoli.

Gesù è il servo: viene ricostruita a posteriori questa sua vicenda in mezzo a noi. Il servo glorioso, il servo santo, il servo vivente, colui nel quale noi siamo salvi, è quel personaggio che, in mezzo a noi, è stato testimone di una misteriosa assolutezza d'amore.

Il N.T. a questo riguardo è coerente, puntualissimo, sempre ad ogni piè sospinto, ad invitarci a contemplare questa novità che si è imposta sulla scena della storia umana: un servo! Ecco il servo, colui che è invaso dalla preoccupazione di realizzarsi come obbediente all'amore. Amore che non lascia spazio a repliche, né alternative, né a residui. Un amore unico e totale. E' il servo!torna su

Un secondo quadro.

Nel N.T. il servizio di Gesù viene più volte messo in rapporto a quello che avviene in un progressivo impegno di amicizia, di collaborazione, tra Gesù e i suoi discepoli. E in realtà noi sappiamo che tra Gesù e i suoi discepoli il rapporto viene progressivamente inquinandosi fino al momento in cui Gesù è abbandonato a se stesso. Gesù uomo solo: la solitudine di Gesù.

Il N.T. coglie, nella solitudine del maestro, una caratteristica del suo servizio. Colui che è consacrato nell'obbedienza al Padre, colui che è così impregnato della libertà più matura, impregnato di amore incondizionato per il Padre, è costretto ad affrontare l'esperienza della massima solitudine. Il N.T. a Gesù espressamente attribuisce il titolo di servo solo in quei testi nei quali Gesù è alle prese con i discepoli, mentre sta urtando contro la loro ostilità, mentre sta sperimentando la loro incomprensione. Lo scontro è più che mai acuto e, come tutto ci lascia prevedere, irreparabile.

Prendete il vangelo secondo Marco cap.10. Gesù ha ripetuto più volte che ormai la sua strada è orientata verso Gerusalemme. Si tratta per lui di dare compimento alla missione che ha ricevuto; si tratta di affrontare il rifiuto, subire la condanna, affrontare la passione, la morte. I discepoli non capiscono. L'insofferenza nei confronti del maestro è sempre più vistosa, è sempre più disgustosa. Gesù è sempre più solo.

Cap.10,32: per la terza volta Gesù ha rinnovato l'annuncio della sua prossima passione. Intervengono Giacomo e Giovanni al v.3 per sedere alla destra e alla sinistra del maestro quando questi entrerà nella sua gloria. Un fraintendimento macroscopico, davvero clamoroso. Gesù parla di un calice che dev'essere bevuto, dopodiché,, v.42, Gesù chiama a sé tutti i discepoli e dice loro:

<<Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano, mentre i grandi esercitano su di esse il potere. Tra voi però non è così: ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà servo di tutti. (ecco il v.45) Il Figlio dell'uomo infatti non è venuto per essere servito ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti>>.

Qui Gesù attribuisce a se stesso il titolo di servo, e ne parla in un contesto di un conflitto con i suoi discepoli che lo relega in una condizione di solitudine sempre più drammatica: Il Figlio dell'uomo è venuto non per essere servito ma per servire.

Il servizio di Gesù è servizio che si compie nella solitudine rispetto a coloro che dovrebbero essere i suoi primi interlocutori e i suoi più sapienti collaboratori, nel contesto di uno scontro, di un conflitto ormai insanabile per cui Gesù sarà abbandonato a se stesso. E' il servo.

Gesù affronta questo conflitto senza rancori. Proprio qui sta quell'elemento ulteriore che bisogna immediatamente mettere a fuoco per apprezzare la qualità del servizio di cui i vangeli ci parlano.

Gesù non è un personaggio amante della solitudine, che non va d'accordo con nessuno, che fa sempre cose strambe a modo suo e che urta contro l'ostilità generale perché è un capriccioso. O forse anche un uomo generoso ma così bloccato, irrigidito, appesantito da tanti e tanti condizionamenti, per cui non riesce a superare la barriera di un suo modo di vedere, di sentire, di progettare, di realizzare, di vivere. Prigioniero, cioè, della sua solitudine.

Il servizio di Gesù si realizza come testimonianza di onestà suprema e limpidissima da parte di chi affronta il conflitto (e adesso sta raggiungendo il massimo livello di drammaticità) senza rancori. Al punto che proprio là dove la solitudine di Gesù nel rapporto con i discepoli sarà più esasperata che mai (pensate all'ultima cena, testo esemplare a questo riguardo), proprio là Gesù offrirà ai discepoli, e attraverso i discepoli a tutti i possibili interlocutori (e in prospettiva è tutta l'umanità che viene raggiunta), la testimonianza della solidarietà più intensa, più affettuosa e disponibile.

Solitudine e comunione è il servizio di Gesù.

Leggiamo nel vangelo secondo Giovanni al cap.13.

<<Quando già il diavolo aveva messo nel cuore di Giuda Iscariota, figlio di Simone, di tradirlo, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita (...versò dell'acqua e cominciò a lavare i piedi dei suoi discepoli. Poi disse) Sapete che cosa vi ho fatto? (dirà nel v.12) Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene perché io lo sono. Se dunque io, il Signore e Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavarvi gli uni gli altri>>.

Qui è Maestro e Signore: è il servo che ha lavato i piedi ai discepoli. E questo gesto rappresenta e dimostra iconograficamente la sua condizione di servo. E' il gesto che esprime la sua apertura di cuore nei confronti dei discepoli e nei confronti di tutta la moltitudine di creature umane, perché Gesù si mette nella condizione di chi porta il peso del mondo dal basso. E' il Signore, ma è un Signore chinato verso il basso, prostrato, inginocchiato: è un Signore che sostiene la realtà di questo mondo, la storia degli uomini.

Nella sua solitudine, là dove egli è schiacciato, realizza un gesto di solidarietà per quanti hanno ricevuto i frutti della sua morte e resurrezione, della sua pasqua.

Un servo che non custodisce nel cuore alcun residuo di risentimento, non ha rimproveri, ma ha da offrire soltanto la sua solidarietà larga e profonda. torna su

Terzo quadro.

Nel cap.10 del vangelo secondo Marco Gesù si è presentato come servo, figlio dell'uomo, "che non è venuto per essere servito ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti" (v.45). Subito dopo, dal v.46 al v.52, gli ultimi del cap.10, c'è un episodio molto famoso. Gesù è a Gerico: mentre parte da Gerico, con lui ci sono i discepoli, c'è la folla che l'accompagnano, c'è un po' di trambusto. Lungo la strada, a mendicare, c'è un cieco, il figlio di Timeo, Bartimeo. Ecco, c'è Gesù e Bartimeo. Subito dopo che Gesù si è presentato nella sua qualità di servo, l'incontro con Bartimeo. Ricordate come Bartimeo si comporti: è mendicante, un relitto, un sconfitto, un escluso, tra l'altro viene rimproverato per come si mette a gridare, non c'è possibilità di muoversi perché è cieco, è fuori della strada, fisicamente bloccato, socialmente compromesso. Tutte quelle situazioni che servono a definire l'identità di un uomo finito, schiacciato.

D'altra parte, l'evangelista Marco segnala la presenza di questo personaggio con molti particolari: tra i tanti quello della sua identità anagrafica con una forte sottolineatura: "Il figlio di Timeo, Bartimeo". Questi grida: "Gesù, figlio di David, abbi pietà di me". Il nome di Gesù servo. Diranno gli annunciatori del vangelo in una fase successiva: "Gesù, abbi pietà di me".

Molti lo sgridano per farlo tacere, ma egli gridava ancora più forte: "Figlio di Davide, abbi pietà di me". Al v.49: "Allora Gesù si fermò". E' il senso di questo terzo quadro, che vorrei intitolare per l'appunto: la sosta di Gesù.

Gesù è servo in quanto è pronto, è sapiente, è misurato nella sosta: Gesù si ferma. E tutto quello che avviene successivamente, dipende proprio dal gesto compiuto da Gesù, cioè dal fatto che Gesù si è fermato. Gesù si ferma, stà, sosta!

A questo punto dirà di chiamare quel tale che sta gridando; lo incoraggiano: "Muoviti, ti chiama!"; ed egli gettando via il mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. E’ un gesto straordinario questo di Bartimeo che getta via il mantello: non ha più niente, è un mendicante, e dunque rimane nudo. Balza in piedi, eppure è schiacciato a terra, fuori strada. Viene da Gesù, eppure è cieco: come fa ad orientarsi e a dirigersi con tanta sicurezza, con tanta intraprendenza? Il fatto è che dal momento che Gesù si è fermato, già quel cieco, mendicante, buttato fuori strada, è un uomo nuovo, liberato da tutti i pesi che lo affliggono, in grado di saltare in piedi e di correre da Gesù.

La novità per quel mendicante cieco di nome Bartimeo, è determinata dal fatto che Gesù si è fermato. Gesù il servo è colui che ha la sapienza del visitatore che sosta là dove gli uomini sono vincolati, impediti, buttati fuori strada.

Parlare di sosta di Gesù, qui, significa, anche per noi, fare un opportuno richiamo a quel grande tema biblico dell'A.T. prima, e poi del N.T., che è la "visita", la visita di Dio. E il Figlio che si è fatto uomo è il visitatore per eccellenza. In greco "visita" si dice episcopé, e "visitatore" èepiscopos.

Il servo è colui che si ferma, che fa visita; è colui che sa come e dove fermarsi in modo tale da presentarsi per visitare tutti dovunque si trovino; è colui che scende nell'abisso oscuro, nel ventre infernale della terra; è colui che raggiunge il contatto con tutte le situazioni di smarrimento e di sconfitta; questi è il visitatore.

Quando i discepoli diranno di Gesù che è il santo servo, quando i discepoli diranno che nel nome di Gesù noi siamo salvi, stanno esprimendo la riconoscenza per quanto è avvenuto dal momento che il servo, che essi hanno conosciuto, è colui che si è fermato lungo le strade di questo mondo, ha visitato le zone oscure ed impenetrabili in cui noi eravamo prigionieri. E anche Bartimeo, anche lui, adesso, può seguirlo lungo la strada. Così, esattamente, si conclude il cap.10 del vangelo secondo Marco: "Subito riacquistò la vista e si mise a seguirlo lungo la strada". Col cap.11, Gesù entra in Gerusalemme. Non si parlerà più di Bartimeo, non comparirà più questo nome.

Gesù a Gerusalemme entra solo, va avanti da solo. D'altra parte, il servizio che Gesù sta compiendo porta in sé la fecondità di quella visita che metterà, Bartimeo e chiunque al modo di Bartimeo sia cieco, mendicante, buttato fuori strada ad imparare finalmente ad appellarsi al suo nome, al nome di Gesù il servo. Anche Bartimeo seguirà, entrerà, sarà con il maestro, sarà con l'episcopos, con il vescovo, con il visitatore, là dove finalmente avrà raggiunto la sua dimora definitiva. torna su

Quarto quadro.

Nel N.T. il servizio di Gesù acquista un'altra tonalità ancora che è ricapitolabile mediante il termine della "festa". Gesù il servo è il protagonista della festa. Mi sembra importante tenerne conto. Colui che è dominato da un unico amore, colui che nella solitudine offre la testimonianza della solidarietà più universale, colui che è pronto a sostare là dove la strada per gli uomini è bloccata, colui che visita le profondità infernali di questo mondo e del cuore umano, ecco, il servo è colui che realizza la festa.

Vangelo secondo Luca, cap.2 v. 7:

<<La madre diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce, lo depose in una mangiatoia perché non c'era posto per loro nell'albergo>>.

Attenti a questo verbo "depose": in greco è usato il verbo anaclinen che di per sé non vuol dire "depose", ma indica il gesto compiuto da un padrone di casa che mette a proprio agio gli ospiti, che li invita ad accomodarsi. E' il gesto di chi imbandisce la tavola, di chi prepara l'ambiente, di chi addobba la sala, è il gesto di chi porge la mano; in definitiva, è offrire quei segnali a dimostrazione che l'ospite è gradito, metterlo a proprio agio, invitarlo ad accomodarsi.

Ora, la madre depone il figlio in una mangiatoia. Insisto sul fatto che qui l'allusione, teologicamente fecondissima, suggerita dall'evangelista Luca, conferisce al gesto della madre non semplicemente il valore di quella ovvia necessità di collocare da qualche parte il figlio a modo di una culla: in questo caso viene usata una mangiatoia, non a caso, che è già una tavola preparata, un banchetto, un'allusione a quella mensa che verrà imbandita. Depone il bambino nella mangiatoia, si prepara la festa. E Gesù bambino deposto nella mangiatoia è già proposto a noi dall'evangelista Luca a modo di quel cibo che serve a rendere accogliente e appetibile l'accostamento alla tavola.

Ma è tutto il clima che viene così curato in modo tale da garantire il buon andamento della festa.

Questo verbo anaclinen compare nel vangelo secondo Luca altre 2 volte.

Primo, cap.12,37: Siate pronti, dice Gesù, con le lucerne accese; siate simili a coloro che aspettano il padrone quando torna dalle nozze per aprirgli subito quando arriva e bussa ( v.37)

<<Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli. In verità vi dico: si cingerà le sue vesti, li farà mettere a tavola>>. Ecco il nostro verbo, lo stesso verbo che compariva nel racconto della natività: "Li farà mettere a tavola" e passerà a servirli.

Il padrone che ritorna è colui che metterà i suoi che vegliano, in quella situazione di benessere, di consolazione, di comunione, di agio, da cui dipende il buon andamento della festa.

"E passerà a servirli": il padrone che ritorna dalle nozze è il servo. Incontrare il servo significa incontrare colui che ti accoglie alla tavola preparata appositamente perché la festa possa essere celebrata. E quante altre parabole, non solo in Luca, vertono attorno a questo tema. Basta prendere il vangelo secondo Matteo, quello di Marco dell'invito al banchetto delle nozze.

Il servo è colui che realizza la festa. Quando i discepoli diranno che Gesù è il santo servo, Gesù è colui che ha ormai realizzato la festa in quanto protagonista della festa. E' il servo che ci mette a nostro agio, ci fa accomodare, ci fa sedere a tavola e passa a servirci.

Sempre nel vangelo secondo Luca, cap.13,29, abbiamo ancora l'immagine di un banchetto che questa volta è il banchetto del regno.

<<Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno, e siederanno a mensa (ecco il nostro verbo) nel regno di Dio>>.

Tutto questo era anticipato nel momento in cui la Madonna depone il bambino nella mangiatoia.

<<Vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio>>, cioè, una moltitudine di commensali accolti là dove il servo ha preparato la mensa e la madre lo sa. Ricordate quel v. dell'Apocalisse cap.3,20:

<<Io sto alla porta e busso, perché qualcuno mi apra. Allora entrerò e ceneremo insieme>>: è il servo, ed è il servo nella sua gloria, il servo che instaura il regno, il servo che mette tutti noi a nostro agio cosicché possiamo accomodarci e scoprire che la mensa è preparata e la festa è per noi.

Nel nome di Gesù noi siamo invitati ad una festa che non è completa finché non ce ne saremo accorti.

Mi sembra importante, in tutto questo, sottolineare ancora il servizio come preparazione alla festa. Tutto quello che nell'esperienza cristiana, nella Chiesa, nella testimonianza evangelica, ha a che fare con il servizio, ha a che fare con la preparazione della festa. Qualche volta noi siamo propensi ad accogliere aspetti di carattere tecnico-operativi, di carattere decisionale, che non sono certamente aspetti banali e insignificanti. Ma mi sembra proprio di dover dire che il servo Gesù, il santo servo, nel nome del quale i discepoli sono pronti ad annunciare a tutti che c'è salvezza davanti a Dio per la storia degli uomini, ecco, questi è colui che ha compiuto la sua opera in quanto si è dedicato alla preparazione della festa.

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 listing Il 117 è sul RAZZISMO (Dove nasce il razzismo? Cosa ci fa diventare razzisti? C'è il razzismo nella Chiesa?),  testi da inviare entro il 15 ottobre 2019.

 listing Il 118 è sull'ECONOMIA CIVILE (Cosa è l'economia civile? I Pro e i Contro di questo modello? Dove è applicato e come?)  testi da inviare entro il 15 novembre 2019.

 listing Il 119 è sul DIALOGO INTERRELIGIOSO  (Quanto abbiamo paura delle altre religioni? Le religioni dialogano tra di loro? Qual'è la finalità del dialogo? Cos'è il fondamentalismo religioso?)  testi da inviare entro il 31 gennaio 2020.

 listing Il 120 è sui DOVERI (si parla spesso di diritti: e i doveri? Cosa intendiamo per doveri? Esistono gruppi, culture e religioni che danno seria testimonianza sui doveri? Come educare ai doveri?)  testi da inviare entro il 15 marzo 2020.


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