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Gestire un'iniziativa sociale: riflessioni personali, di Norbert Frejek

creato da D. — ultima modifica 14/09/2015 18:48
Quando si lavora sul "cambiamento sociale", ci si dovrebbe accertare che il cambiamento che sta avvenendo divenga un'esperienza di valore. Ciò può avvenire solo se si ama profondamente il proprio lavoro, non se lo si porta avanti in maniera meccanica...

Sono stato impegnato in quello che in senso ampio si definisce apostolato sociale da quando studiavo filosofia nel periodo della formazione. Ho lavorato in un ricovero femminile per senzatetto a Cracovia, e in seguito ho fatto il terz'anno presso il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati a Berlino. Mentre studiavo teologia, ho lavorato di nuovo con i rifugiati in un centro nei pressi di Varsavia. Poi una pausa di tre anni; e quindi, dopo il diaconato ho cominciato a lavorare presso il centro sociale a Wroclaw. La nostra iniziativa si chiama Casa Angelus Silesius (Dom Spotkan im. Angelusa Silesiusa), dal nome di un sacerdote del diciassettesimo secolo, Johannes Scheffler, che usava lo pseudonimo "Angelus Silesius". Una figura complessa: convertito, sacerdote, poeta, mistico e filosofo. A momenti controverso, era anche severo e nobile d'animo. Nel 1993, i fondatori della Casa Angelus Silesius (Dom Spotkan im. Angelusa Silesiusa) possono forse non essersi accorti che questa figura avrebbe potuto essere di ispirazione per l'apostolato sociale. A me sembra, tuttavia, che incarni le caratteristiche salienti dell'apostolato sociale nella misura in cui è di ispirazione, porta consolazione evangelica ed è innovativo relativamente alle tematiche sociali.

 

L'apostolato sociale è un buon punto di partenza per smettere di parlare di se stessi e cominciare a parlare delle persone. Ovvero un po' meno del sé, e più dell'altro...

 

A mio vedere, in quanto direttore di un'iniziativa sociale, l'apostolato sociale presenta tre dimensioni. La prima è quella di lavorare con le persone cui ci rivolgiamo. Per la mia organizzazione, questo significa soprattutto lavoro educativo con giovani e studenti polacchi e stranieri. Attraverso l'incontro con i giovani, cerchiamo di incoraggiare la riconciliazione tra diverse nazionalità, insegnando alle persone il rispetto per le diverse culture e religioni, e lavorare alla promozione della giustizia sociale e di altri valori di fondamentale importanza per la dottrina sociale cattolica. Al contempo, ci occupiamo delle minoranze etniche - e mi riferisco soprattutto ai rom, che siano nati in Polonia o all'estero. Offriamo loro aiuto umanitario e li incoraggiamo a trovare lavoro nella speranza che vedano che il futuro può essere migliore, ma che in gran parte dipende da loro. Lavoriamo anche su coloro (e qui uso deliberatamente la parola "su") che operano con i rom - compagni di classe, insegnanti, agenti della polizia di stato e municipale - nel tentativo di cambiare il loro punto di vista sui rom. Invitiamo inoltre gli studenti dell'Europa orientale e li facciamo familiarizzare con le esperienze polacche di trasformazione seguite al 1989. Di recente, abbiamo cominciato a istituire una cooperativa sociale per donne che rischiano di perdere il lavoro nel Tajikistan settentrionale. Tutte queste opere costituiscono la parte più rilevante del nostro apostolato sociale. C'è un gruppo di impiegati e partner che operano direttamente con i nostri "gruppi bersaglio", e quelli che prendono parte ai nostri progetti dipendono da loro. Attraverso un processo di gestione e valutazione, mi tengo al corrente di ciò che succede, ma non sono direttamente coinvolto nei progetti.

 

La seconda dimensione dell'apostolato sociale, così come lo intendo io, è quella dell'essere leader. Si tratta di gestire gli impiegati e i formatori che lavorano direttamente con i nostri beneficiari. L'ispirazione più grande nel portare avanti questo lavoro mi viene dalle parole del Vangelo "Perché là dov'è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore" (Matteo 6,21). Credo che non dovrebbe esserci separazione tra cosa c'è nel cuore e cosa si fa. Il mio compito principale non è solo quello di essere fedele alla missione e alla strategia della mia organizzazione, bensì anche di fissare degli obiettivi e gestirla in modo competente. Aspetti che sono, come ha detto uno dei nostri politici, "un'ovvia ovvietà". Il mio compito principale è di occuparmi degli impiegati di cui sono responsabile. A prescindere da quanto si identifichino con la Chiesa, cerco di dimostrare che questo tipo di lavoro necessita di qualcosa di più delle capacità intellettuali; è necessario che si conosca il mondo dei sentimenti. Per lavorare nell'apostolato sociale, c'è bisogno di empatia. La sola persona che può essere esentata da questo requisito è il contabile, cui spetta solo di tenere documenti e finanze in ordine!

 

Quando si lavora sul "cambiamento sociale", ci si dovrebbe accertare che il cambiamento che sta avvenendo divenga un'esperienza di valore. Ciò può avvenire solo se si ama profondamente il proprio lavoro, non se lo si porta avanti in maniera meccanica. Credo che costruire un gruppo di lavoro composto di persone diverse sia una grande sfida per un direttore, ma mettere insieme un gruppo di persone di poco valore sarebbe una sconfitta in partenza.

 

Infine, la terza dimensione è quella dello sviluppo della capacità di leggere e vedere, attraverso la logica evangelica del cuore, al di là di ciò che gli altri vedono nei media. Mi rendo conto di quanto fasulli siano a volte i sistemi politico, educativo e sociale in Polonia. Chi detiene il potere spesso non ha la percezione di essere un agente del cambiamento. Ecco perché una dimensione importante del nostro apostolato sociale include le attività di lobbismo e advocacy. Come direttore di un'organizzazione che esiste da vent'anni, ho l'opportunità di prendere parte a svariati incontri, soprattutto forum di autorità statali, per svolgere opera di lobbismo e advocacy, insieme ad altre ONG, e trovare risposte valide, durature e globali ai problemi che riguardando i diritti sociali e civili. In questo modo, il nostro impegno può poggiare su basi solide e stabili.

 

Dedico inoltre molto tempo alla preghiera, per meglio comprendere queste tre dimensioni. Mi ricordo delle parole rivolte da p. Pedro Arrupe SJ a chi era impegnato nel Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati nelle Filippine: "(...) per favore, non dimenticate ... pregate. Pregate molto. Problemi come questi non si risolvono con il solo impegno degli uomini". Per me queste parole sono molto importanti e pertinenti per tutti coloro che sono impegnati nell'apostolato sociale.

fonte: http://www.sjweb.info/sjs/Blog.cfm?Tab=1&publang=1, novembre 2013

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Si chiama "Il seggio": è il gruppo territoriale di Cercasi un fine, nato a Minervino, a fine anno 2021.

Esso nasce dall'iniziativa dei soci fondatori e ordinari di Cuf, residenti a Minervino. Il gruppo (attraverso un apposito Regolamento) è un'emanazione territoriale della nostra Associazione, di cui condivide statuo, finalità, contenuti e strategie associative.

Auguriamo al gruppo di essere attivo e proficuo nella ricerca de nostro Fine come don Milani insegna: "Bisogna che il fine sia onesto. Grande. Il fine giusto è dedicarsi al prossimo. E in questo secolo come lei vuole amare se non con la politica o col sindacato o con la scuola? Siamo sovrani. Non è più il tempo delle elemosine, ma delle scelte".

 

indirizzo: Vico II Spineto, 2
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