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Gerusalemme: la città della discordia, di Alberto Stabile

creato da D. — ultima modifica 17/09/2015 16:37
Sarà forse a causa della sua storia eternamente contrastata, oppure dell’intreccio indissolubile tra mito e realtà, che ancora oggi impregna la percezione che ne hanno molti, fatto sta che non esiste altra città al mondo capace di eccitare passioni così travolgenti, ivi inclusi l’odio irrimediabile, l’amore spinto fino al sacrificio e il calcolo più cinico, come Gerusalemme ...


BEIRUT – Sarà forse a causa della sua storia eternamente contrastata, oppure dell’intreccio indissolubile tra mito e realtà, che ancora oggi impregna la percezione che ne hanno molti, fatto sta che non esiste altra città al mondo capace di eccitare passioni così travolgenti, ivi inclusi l’odio irrimediabile, l’amore spinto fino al sacrificio e il calcolo più cinico, come Gerusalemme. Avendoci vissuto per più di 12 anni, sempre nell’attesa del miracolo della pacificazione tra israeliani e palestinesi, tra ebrei e musulmani, i cristiani, ahimé, fanno parte soltanto del marginale coro dei comprimari, alla fine ho trovato sempre più fondato l’assunto che la vera, immutabile essenza della città (santa), il genius loci che la abita, consista nella sua divisione, effetto a sua volta dell’inesauribile competizione per possederla.
In questi giorni stiamo assistendo ad un’esplosione di discordia che tracima nella violenza più efferata e che, tuttavia, non possiamo definire “senza precedenti”. La storia del conflitto tra israeliani e palestinesi, e in precedenza tra sionisti e arabi, ha visto proprio a Gerusalemme le prime manifestazioni di reciproca intolleranza, quasi un secolo fa. La conquista manu militari e la successiva annessione di Gerusalemme Est, da parte di Israele (ancorché non riconosciuta dalla comunità internazionale) ha imposto ai suoi abitanti arabi una strana condizione che non è piena cittadinanza e non è neanche totale sottomissione, comunque è fonte di infinite frustrazioni. Non c’è niente di più infondato, in questa lunga, tragica vicenda, della presunta coesistenza pacifica tra gli uni e gli altri. Una favola.
Tuttavia, le immagini del massacro di ebrei in preghiera nella sinagoga del quartiere ultra-ortodosso di Har Nof, delitto tanto gratuito quanto imperdonabile, suggeriscono un’ulteriore involuzione dello scontro, che rischia di trasformarsi da conflitto politico, innescato dalle ambizioni colonialiste degli uni e alimentato dalle rivendicazioni nazionaliste degli altri, a guerra di religione.
Quello che ha funzionato da detonatore di questo nuovo ciclo di violenze è la Spianata delle Moschee (per gli ebrei, il Monte del Tempio) dove nel raggio di qualche chilometro quadrato le tre grandi religioni monoteiste vantano alcuni luoghi-simbolo di primaria importanza, i quali, nel caso degli ebrei e dei musulmani, addirittura si sovrappongono. Laddove oggi sorgono la moschea Al Aqsa, terzo luogo sacro dell’Islam, e il Duomo della Roccia, la tradizione ebraica sostiene vi fosse il Tempio di re Salomone, le cui fondamenta, o per meglio dire una sezione di esse, costituiscono il Muro del Pianto. (In questo luogo della stratificazione religiosa ha un suo ruolo anche la cristianità, sorgendo la moschea Al Aqsa sulle rovine di una basilica crociata).
Ora, che nel contenzioso aperto tra israeliani e palestinesi Gerusalemme rappresenti forse il capitolo più complesso e insolvibile, non vale la pena ripeterlo. Ma all’interno della più ampia questione-Gerusalemme, che i palestinesi rivendicano come capitale del loro futuro stato, il vero pomo della discordia è rappresentato dai luoghi santi, dalla loro accessibilità e dal tipo di giurisdizione che debba governarli. Luoghi santi sui quali vige una sorta di Status quo (ribadito dal trattato di pace del 1994 tra Israele e Giordania) che impegna le parti a non alterarne la fisionomia, né la gestione, né le norme che ne regolano l’accessibilità. In base a queste norme gli ebrei religiosi possono entrare sulla spianata nei giorni della settimana in cui sono ammesse le visite turistiche, ma devono astenersi dal pregare o eseguire i loro riti. Un tempio ebraico, d’altro canto, non c’è. E non sono pochi i rabbini che, per ragioni strettamente dottrinarie, sconsigliano ai fedeli di recarsi sulla Spianata.
Il luogo, tuttavia, ha assunto anche un valore simbolico per così dire secolare, da cui dovrebbe promanare una sorta di conferma della sovranità ebraica sull’intera città, soprattutto agli occhi dei seguaci del sionismo religioso, la corrente teorica e politica che ha fornito il retroterra ideologico alla colonizzazione dei Territori occupati, inclusa Gerusalemme est. E per questi guerrieri di Erez Israel (la biblica Terra d’Israele) la presenza delle moschee sul Monte del Tempio, è un insulto.
Non è un caso che l’obbiettivo principale del cosiddetto Jewish Underground, un’organizzazione terroristica segreta, filiazione del movimento dei coloni, Gush Emunim, che operò tra la fine degli anni 70 e gli inizi degli 80, fosse la distruzione del Duomo della Roccia. Né è un caso che un ultra-nazionalista come Ariel Sharon abbia deciso, nel settembre del 2000, lanciare un segnale di intransigente affermazione di sovranità facendo la famosa passeggiata super blindata sulla Spianata, un’iniziativa che avrebbe accesso la miccia della II Intifada.
Insomma, la Spianata/Monte del Tempio ha sempre rappresentato una sorta di oggetto del desiderio, fonte di una frustrazione insopportabile, un conto aperto per una certa area dell’estrema destra nazional-religiosa , la quale non ha mai avuto tanto spazio di manovra e potere d’influenza come in questi ultimi anni con e nel governo guidato da Benyamin Netanyahu.
Da quell’area sono venute delle proposte di legge per cambiare lo status dei luoghi santi che, tra l’altro, hanno provocato una crisi con la Giordania, dopo che uno dei principali fautori di una maggiore apertura della Spianata agli ebrei, il rabbino di origini americane, Yehuda Glick, era stato ferito a colpi di pistola da un palestinese (poi ucciso dalla politica).
Non è certo vietato sognare che un giorno possa risorgere il III Tempio di Gerusalemme, ma agire per cambiare lo status quo sui luoghi santi come se non ci fosse un conflitto in corso che dura da 47 anni e di cui non si riesce a trovare soluzione, è da irresponsabili. Tanto più che parliamo di simboli contesi che significano molto non soltanto per i palestinesi, ma per il mondo islamico intero. A questo arrogante esercizio di unilateralismo il presidente palestinese, Mahmud Abbas, si è opposto, schierandosi accanto all’opinione pubblica palestinese nella retorica difesa di Al Aqsa. In cambio, s’è visto lanciare contro da Netanyahu l’accusa di aver incitato “direttamente” i due terroristi di Gerusalemme Est ad attaccare la sinagoga di Har Nof.
E’ stato lo stesso capo dello Shin Beit, il Servizio di Sicurezza Generale, Yoram Cohen, a smentire il premier. Ma è evidente che lo scopo di Netanyahu era di delegittimare Abu Mazen agli occhi della comunità internazionale, proprio mentre il leader palestinese imputa la responsabilità della paralisi nel processo di pace alla controparte israeliana. Un processo di pace di cui, a leggere i giornali israeliani, soprattutto oggi si avverte la mancanza, quando, cioè, dopo il massacro alla sinagoga sarebbe imperativo cercare di abbassare la tensione ma si scopre che i fili tra Gerusalemme e Ramallah sono spezzati.
Invece, Netanyahu, nella sua auto-esaltazione ideologica ha persino avanzato un ardito parallelismo, per la verità non così ardito per i suoi alleati dell’estrema destra, tra Hamas e lo Stato Islamico, contro il quale “combatte una coalizione di 38 paesi, mentre Israele ha fronteggiato Hamas da solo e abbiamo vinto”.
Così, tra una nuova intifada che minaccia di travolgere la città santa e una guerra contro Hamas che non potrà che provocare un’altra guerra, l’occupazione può continuare per altre decine di anni.

fonte: http://stabile.blogautore.repubblica.it/2014/11/19/gerusalemme-la-citta-della-discordia/?ref=HROBA-1, 19.11.2014

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