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Fede e politica: una proposta di itinerario formativo, di Sergio Visconti

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 10/06/2020 09:30
Il rapporto tra fede e politica significa porre una attenzione critica, frutto di una solida formazione politica, filosofica e teologica…

Il tema “fede e politica” sembra aver attirato l’attenzione di molti, soprattutto in questo tempo in cui alcuni ambienti cattolici, abitati da ecclesiastici e laici, si propongono come luogo di elaborazione culturale con finalità neanche troppo velatamente orientate a sostenere, accompagnare e, se la situazione lo richiedesse, guidare l’impegno politico di quanti in maniera più o meno consapevole agitano simboli della fede professata per farne “testimonial” del loro impegno politico, della loro appartenenza ad una specifica parte politica o, se si vuole esprimere questa divagazione, teologica ed ecclesiologica. Talmente rilevante sembra essere il tema in questione agli occhi di tutti quegli ecclesiastici e quei leader politici, di tutti quegli intellettuali che hanno abbracciato con convinzione il cosiddetto “Sovranismo”, riedizione contemporanea del “Nazionalismo” dello scorso Secolo, che così rilevanti e drammatiche conseguenze ha prodotto nella vita dei Popoli non soltanto dell’intera Europa, ma anche di tutto il mondo, che provare a spendere qualche riflessione su di esso è operazione civica e culturale doverosa. Molteplici gli approcci da cui partire o da poter seguire per argomentare. Uno di questi è certamente rappresentato dal Magistero di Papa Francesco, soprattutto da quello che, giorno dopo giorno, ha preso forma, quasi fosse una “catechesi continua”, nel tempo della costrizione a casa e si è esplicitato nell’azione omiletica svolta nella Messa celebrata presso la cappella “S. Marta”. Nell’ultimo appuntamento mattutino, tenuto presso la Basilica di S. Pietro, il Papa ha ricordato la figura di san Giovanni Paolo II indicando tre caratteristiche nodali del suo ministero episcopale: preghiera, vicinanza, giustizia. 

Papa Francesco ha raggiunto l’apice del suo dire quando ha detto che in Papa Giovanni Paolo II Dio si è fatto vicino al suo popolo: ha pensato quella persona, se ne è preso cura e l’ha accompagnata nel suo libero percorso esistenziale fatto di scelte di vita che l’hanno condotta al sacerdozio e poi all’episcopato. Un ministero, quello dell’episcopato, vissuto nella preghiera, nella vicinanza al popolo, nella ricerca della giustizia, che non poteva non essere innanzi tutto “giustizia sociale”. Sappiamo bene quanto molti dei gesti e molte delle parole di Giovanni Paolo II avessero una riverberazione “politica”. Sappiamo bene quanto e come sia la preghiera che la vicinanza e la giustizia siano state linee continue dell’orizzonte wojtyliano di continuo arricchimento della Dottrina Sociale della Chiesa. Ora, se al tema “fede e politica” applichiamo le caratteristiche utilizzate da Papa Francesco per raccontare la figura di Karol Wojtyla comprendiamo come la questione diventi complessa quando guardiamo al contemporaneo impegno politico dei cattolici. 

Non si è certamente persone di preghiera perché si agitano pubblicamente corone del rosario; non si è persone vicine al popolo sol perché si è capaci di oratoria che sa fare breccia nel sentimento per sprofondare nelle viscere dell’ascoltatore parole d’ordine spesso prove di solide fondamenta argomentative; non si è persone di giustizia sol perché si additano singoli cittadini o gruppi sociali da rappresentare come nemici da colpire, innanzitutto con l’invettiva che infetta i social, quale sottoprodotto popolare della più organizzata macchina propagandistica delle fake news. A questo punto il passaggio è breve: dal tema “fede e politica” a quello del fedele laico impegnato in politica. 

Così sembra del tutto legittimo poter applicare al “politico” che dichiara di essere credente, magari cattolico, quelle tre caratteristiche individuate da Papa Francesco: preghiera, vicinanza, giustizia. È però mai possibile pensare all’uomo politico come ad un uomo di preghiera? Non “consumatore di Messe”, ma uomo di preghiera, costantemente orientano a Dio perché con Dio in continuo rapporto dialogico: capacità di parola e silenzio per cogliere la presenza di Dio e della sua Parola in ogni evento, in ogni fatto, in ogni vicenda, in ogni persona. Uomo di preghiera e di discernimento. Uomo d’ascolto e di meditazione. È legittimo pensare all’uomo politico come ad un uomo di “prossimità”, di “vicinanza”? Di quella prossimità che ha nelle sue corde più intime l’interesse per l’altro quale cifra orientativa di un operare ed agire che diventano stile politico, modus operandi così ricco di un “oltre” da sapersi mostrare come naturale trasparenza luminosa della carità; di un “oltre” che non lascia spazio alcuno ad una accusa di inadattabilità al “realismodel fare politica perché la “politica”, viene comunemente detto, “è altra cosa rispetto ai buoni sentimenti”. Di quella vicinanza che richiama la capacità di “compassione”, di “patire con”, di “sentire con” il popolo, soprattutto quando questo soffre, è in difficoltà, necessita d’essere ascoltato, d’essere risollevato e accompagnato. Uomo, dunque, di carità: di quella carità politica che si estrinseca specialmente sia nella scelta della vicinanza, sia nell’impegno a mantenersi vicino al popolo, sentendosi e sapendosi parte di esso. È, infine, possibile ritenere che la giustizia sia l’orizzonte del quotidiano agire dell’uomo politico? All’uomo politico, cioè, interessa veramente spendersi in favore della giustizia da declinare e abitare sia sul versante sociale che economico e giuridico, avendo come stella polare il noto quanto inascoltato pensiero di don Lorenzo Milani: “Non c’è ingiustizia più grande che fare parti uguali tra disuguali.”? 

Le parole che hanno scandito l’omelia di Papa Francesco trovavano sintesi efficace nella considerazione che Dio ha visitato il suo popolo con Giovanni Paolo II, cioè si è reso vicino al suo popolo, alla Chiesa. Ora, partendo dal ragionamento di Papa Bergoglio, quale sintesi di ragionamento è possibile applicare alla figura del fedele laico impegnato in politica? Innanzitutto che esiste, per così dire,  un interesse di Dio nei confronti del suo popolo, dell’umanità intera: un’attenzione che raccoglie ogni sospiro, ogni grido di dolore che sale da quanti, per continuare con il linguaggio di Papa Bergoglio, sono “scartati” e privati persino della speranza. Dio, però, si piega sul grido di dolore che sale verso di Lui anche dal creato ferito e depredato dall’uomo. È in questa attenzione che Papa Francesco coglie un atteggiamento di Dio che traduce in strumento di discernimento “politico”: “tutto è connesso”, “tutto è in relazione” (Laudato si’, n. 70). Così, alla luce di questa intuizione “profetica” e “sapienziale”, è possibile ricercare e trovare una saldatura interessante tra il tema della fede e quello della politica. Se “tutto è connesso” lo sono, pur nel rispetto delle differenze loro proprie, anche la fede e la politica. È proprio per questa ragione che per coloro che, da credenti, scelgono di impegnarsi sul terreno della politica, offrendo le competenze di cui sono portatori, e, insieme a queste, l’onestà di vita e la probità delle loro persone, “preghiera, vicinanza e giustizia” sono da una parte l’orizzonte di riferimento qualificante una scelta di vita e dall’altra la cartina al Tornasole per la verifica di un operato che altro interesse non deve avere se non che il bene comune: quel bene che raccoglie in forma di sintesi alta l’impegno al superamento di ogni “scarto” sociale e di ogni ferita ambientale e il perseguimento di una reale “vicinanza” al popolo. D’altra parte la “connessione” tra fede e politica mai deve permettere di acquisire alla seconda significati e rimandi di ordine teologico che la prima esprime e porta in sé. Così non è mai possibile pensare che, per analogia con quanto espresso da Papa Francesco a proposito del Papa santo polacco, la categoria della vicinanza, intesa quale “predilezione divina”, possa mai essere applicata a qualsiasi uomo politico. Il senso di tutto questo è evidentemente chiaro: nessun uomo politico può mai pensare di essere “uomo della Provvidenza” che racchiude in sé e nel suo operare tutto il bene necessario per il popolo. Tuttavia il politico cattolico non può non sentire l’importanza della pregnanza etica, morale che contiene il concetto di “vicinanza” applicato ad un impegno - quello politico - che ha pure risvolti “vocazionali” ai quali rispondere con serietà di discernimento e onestà di comportamento. Non certamente si penserà “unto del Signore”, ma non potrà non avere nelle corde del suo agire, del suo pensare un continuo riferimento a ciò che significa “vicinanza al popolo” a partire da un rimando alla Storia della Salvezza. Da questo punto di vista “vicinanza” significa capacità di “prossimità” per “sentire” con il popolo, per avvertire i bisogni più veri e autentici del popolo e, quando occorra, suggerire al popolo vie, percorsi, proposte che abbiano la forza di orientare su orizzonti altri che non siano solo quelli dei pur decisivi bisogni materiali. Per essere veramente “prossimi”, però, è necessaria l’acquisizione di una caratteristica del cuore: l’umiltà. Una umiltà che, per essere veramente tale e non riverberazione ipocrita di vuoto egocentrismo, deve trovare casa e origine nella scelta libera e per molti versi sorprendente operata da Dio in quell’abbassamento, quella kenosi che gli permette di stare veramente accanto agli uomini, soprattutto gli ultimi, per essere da questi percepito come un Dio possibile, autenticamente vicino. Abbassarsi non significa certo umiliare le Istituzioni che si rappresenta e per le quali e attraverso le quali si svolge il servizio politico di governo o di amministrazione della cosa pubblica. Significa, invece, pensarsi sempre e comunque a servizio di queste e, molto più, del popolo concepito e pensato non come massa informa di persone, ma come realtà personale sociale, espressione di una aggregazione di persone che liberamente scelgono di cedere parte delle libertà di cui sono “naturalmente” portatrici in favore della costruzione di una struttura sociale e statale che possa garantire sicurezza, pace, giustizia e benessere. 

Modello di umiltà forse ineguagliabile per i tempi presenti è certamente Alcide De Gasperi: recatosi alla Conferenza di pace di Parigi, ai rappresentanti degli Stati vincitori della Guerra mostra per intero e senza infingimenti la sua umiltà di cuore e mente, mentre da grande statista qual era tiene alto l’onore del Popolo Italiano e delle Istituzioni della neonata Repubblica. A ben altre cose e ad altri atteggiamenti è stato abituato il Popolo italiano da una classe politica e dai suoi leader nei tempi recenti: altro che umiltà!  “Fede e politica” hanno evidenti assonanze  che riverberano continuamente l’una verso l’altra  in un rimando di suggestioni, valori, comportamenti che, se accolti con apertura di cuore e di mente, modellano l’etica e la morale, facendo divenire non neutra ogni scelta di parte  quando questa esprima valori contrari a quanto la fede, ad esempio, esige di credere in termini di solidarietà, accoglienza, rispetto e riconoscimento della dignità di ogni persona umana e dei diritti di cui questa è portatrice. Una vicinanza autentica, poi, non può che essere frutto di costante preghiera e non può non avere come più genuina conseguenza la giustizia, soprattutto quella sociale, come ha avuto modo di dire Papa Francesco. Esperienze come quella di Giorgio La Pira dicono che senza la preghiera non sarebbero mai state possibili vicende come quelle sul versate amministrativo dell’“Isolotto” o del “Pignone” e su quello di politica internazionale del dialogo con l’Unione Sovietica o con il Vietnam. Solo la preghiera racconta e mostra orizzonti che immediatamente non sono visibili alla tecnica politica e riesce a spalancare spazi di dialogo che hanno come fine quello della pace: sociale se vengono raggiunti traguardi di redistribuzione economica e di opportunità; politica se viene perseguito l’obiettivo del bene comune; internazionale se la solidarietà tra i popoli diviene lo strumento per disinnescare processi e progetti di supremazia economico-politica, informatica e militare. Oggi, lo sappiamo bene, sono in crisi tutte quelle realtà politiche sovrannazionali nate dopo la Seconda Guerra mondiale che avrebbero dovuto garantire la pace tra i popoli e un continuo approssimarsi a quella giustizia sociale che nel processo di decolonizzazione ha avuto una mirabile quanto alla fine sfortunata avanguardia. La preghiera come “visione” ha certamente guidato e accompagnato gli sforzi politici e diplomatici dei Padri fondatori dell’Unione Europea, esempi di personalità politiche veramente vicine al popolo, tese alla giustizia, sostenute dalla preghiera anche quando, come accadde a qualcuno di queste, mostrarono la forza d’animo di saper prendere decisioni politiche “altre” rispetto al desiderio di certi ambienti clericali di alto vertice. Come non ricordare a tal proposito Alcide De Gasperi e la sua ferma presa di posizione contro le ingerenze vaticane in quella vicenda passata alla storia come “Operazione Sturzo”? 

Dunque, non soltanto calcolo e discernimento politico, ma anche preghiera a sostegno di scelte decisive. Dire oggi che è urgente ripensare il rapporto tra fede e politica significa porre una attenzione critica, frutto di una solida formazione politica, filosofica e teologica, a tutti quei tentativi di inquinamento della fede e immiserimento della politica da parte di quanti, atei devoti o, peggio ancora, opportunisti dell’ultima ora impegnati a cavalcare l’onda di uno sguaiato Nazionalismo che sembra far presa su larghi strati di popolazione in tutti i Continenti abitati, si prefiggono di scrivere nuovi scenari geopolitici con l’inchiostro rosso dell’egoismo e della parola d’ordine, suggestiva quanto pericolosa, del “prima noi”. In questo tempo così drammatico e forse anche decisivo, saper guardare alla fede e alla politica con occhi limpidi e intelligenza viva significa saper passare “dall’io al noi”, saper ancora una volta dire parole profetiche sia a livello personale e che sociale, parole che sappiano esprimere sintesi credibile tra fede e politica: parole che con tono laico sappiano dire il rimando solidale della fede: “A me interessa”, “I Care”; a me interessa il tuo bene, la tua persona. 

*[docente, consigliere diocesano di AC, Giardini Naxos, Messina]

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