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Fede con caratteristiche cinesi, di Gerda Wielander

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 09/05/2019 11:15
Nel contesto di una "sinificazione" pianificata delle religioni, il Partito-Stato e i suoi simboli hanno fatto ingresso nei luoghi di culto.…

“La fede, la fiducia, la sicurezza di sé e il duro lavoro sono la garanzia del successo delle nostre imprese”: una delle prime dichiarazioni politiche formulate dalla Scuola centrale del Partito comunista cinese (Pcc) dopo l’ascesa al potere di Xi Jinping presentava nel suo incipit la parola “fede” (xìnyǎng, 信仰). Negli ultimi anni il motto “se il popolo ha fede, la nazione ha speranza, e il Paese ha forza” è diventato uno slogan d’importanza tale da apparire su manifesti e striscioni sparsi per le maggiori città della Cina, e da essere inserito nel titolo di una canzone composta in occasione del 19° Congresso nazionale del Partito nell’ottobre 2017. L’amministrazione di Xi Jinping, dunque, individua nel valore della “fede” un ingrediente fondamentale per il successo di ciò che la Cina si appresta a realizzare – a partire dal “sogno cinese” (Zhōngguó mèng, 中国梦) – e negli ultimi anni non ha mancato di sottolinearne il significato e la portata, soprattutto agli occhi dei membri più giovani del Pcc. Richiami più o meno frequenti alla nozione di “fede” nel discorso ufficiale del Partito sono indice di un fenomeno sorprendente.  

La diffusione della religione in Cina durante l’era delle riforme è ben documentata. Inizialmente fu interpretata come la manifestazione di un “bisogno di religione” e di “conforto spirituale”, ricercati dalla popolazione per far fronte a un percepito “vuoto morale” della società cinese contemporanea. In realtà, il fervere dell’attività religiosa nella Cina degli ultimi quarant’anni non è che il palesamento di una dinamica che si era sviluppata in sordina già nel corso della Rivoluzione culturale. Quando la presa delle religioni sulla società cinese contemporanea si fece più evidente nei primi anni Ottanta, le circolarono, in occasione del 12° Congresso nazionale del Pcc, un testo intitolato “Punto di vista di base e politica sulle questioni religiose durante il periodo socialista del nostro Paese”, meglio noto come “Documento 19”, che fornì un quadro per la disciplina della vita e delle pratiche religiose nella Repubblica popolare cinese (Rpc) tramite l’istituzione di organi amministrativi per il controllo delle cinque religioni ufficialmente riconosciute: Buddhismo, Daoismo, Islam, Protestantesimo e Cattolicesimo. Ad oggi, queste cinque religioni ufficiali sono controllate da enti statali “patriottici” (àiguó de, 爱过的) che regolano le attività dei luoghi di culto, la redazione di testi religiosi, la produzione di articoli religiosi, e che disciplinano gli ordinamenti monastici. Questi enti sono inoltre incaricati di determinare l’intensità con cui si possono svolgere attività di proselitismo, oltre a fornire direttive in materia teologica. Attività religiose alternative o aventi luogo al di fuori del controllo delle organizzazioni statali patriottiche sono considerate illegali. Le religioni della Cina e in Cina sono però varie, eclettiche e dinamiche, e la diffusione di molte di queste ha avuto luogo proprio ai margini dell’attività di quegli enti statali incaricati di regolarne lo sviluppo. 

La repentina diffusione del Protestantesimo, in particolare, ha attirato l’interesse di diversi commentatori stranieri, primo tra tutti David Aikman, ex corrispondente senior di TIME Magazine a Pechino. Nella sua monografia Jesus in Beijing l’autore sostiene che una popolazione cristiana in relativa crescita rispetto al passato potrebbe gettare le basi di un potenziale cambiamento politico della Cina contemporanea. Da Aikman in poi il nesso tra l’attivismo per la tutela dei diritti umani in Cina e la fede cristiana è stato un tema al centro di numerosi dibattiti, anche perché un numero considerevole di avvocati un tempo attivi nel campo della tutela dei diritti umani in Cina (e oggi irreperibili) sono cristiani. Alcune delle più note chiese clandestine devono la loro fama specialmente al modo in cui hanno sondato e dilatato gli spazi di manovra della società civile e i margini della libertà religiosa nel contesto fissato dall’ateismo del Partito-Stato cinese. Ma davvero saranno i cristiani cinesi a fungere da motore per il cambiamento sociale e politico della Cina di domani? Non bisogna dimenticare che i cristiani, come ogni altro gruppo religioso in Cina (e nessuno più duramente dei musulmani), hanno visto restringersi negli ultimi anni la propria autonomia, mentre si acuisce la pressione per la “sinificazione” (Zhōngguóhuà, 中国化).  

Il Cristianesimo in Cina porta con sé lo stigma dell’essere considerato una “religione straniera”, nonostante la sua presenza plurisecolare in Asia. In tempi più remoti rispetto alla recente chiamata alla “sinificazione”, alcuni gruppi di fede cristiana hanno cercato di ottenere il riconoscimento ufficiale di una teologia sino-cristiana, che si oppone al voler “rendere autoctono” il Cristianesimo e alla necessità di “tradurne il pensiero” in cinese a tutti i costi. Secondo i suoi fautori, la teologia sino-cristiana avrebbe dovuto svilupparsi dall’interno di pre-esistenti sistemi di pensiero, discorsi, concetti, espressioni linguistiche ed esperienze proprie della cultura cinese: in altre parole, forgiando un sincretismo di sistemi di pensiero confuciani, daoisti e buddhisti, senza dimenticare le risorse intellettuali provenienti dalla prosa e dalla poesia cinese classiche

Quando si parla di “sinificazione”, tuttavia, si fa riferimento a un fenomeno che poco ha a che vedere con tale ipotesi di teologia sino-cristiana. “Sinificazione” è il lemma maggiormente utilizzato per la traduzione dell’originale “Zhōngguóhuà”, termine al quale fece ricorso uno studioso del Confucianesimo per la prima volta nel 2012, e che da quel momento è stato non solo utilizzato dalle autorità in maniera sistematica, ma anche inserito nel discorso ufficiale, in particolare in quello dedicato al Protestantesimo in Cina. I primi due caratteri del termine, 中国 (Zhōngguó), significano la Cina come Stato. Nonostante “Zhōngguó” non sia il nome ufficiale della Repubblica popolare cinese, per coloro che risiedono a Taiwan, Hong Kong, o che fanno parte della diaspora cinese all’estero il termine rimanda inequivocabilmente a quest’ultima. L’ultimo carattere del termine, (Huà), qui usato come suffisso, indica invece un “cambiamento irreversibile”. Considerati nel loro insieme, questi tre caratteri indicano quindi l’irrevocabile trasformazione di qualcosa (una cultura, un sistema di valori o, in questo caso, una religione) in qualcos’altro che appartiene alla Rpc. Quando si parla di “sinificazione” si fa dunque riferimento alla “Rpc-zzazione” (termine più appropriato, benché stilisticamente meno efficace) di qualcosa che proviene dall’esterno della Cina intesa come Stato. Tuttavia, il significato profondo del termine va ricercato in una dimensione storico-culturale che trascende il periodo compreso tra la fondazione della Rpc e oggi, e possiede piuttosto un forte carattere nazionalista, la cui potenza non è veicolata appieno dal lemma “sinificazione”. 

Nel 2015, il vice-direttore del Dipartimento nazionale per gli affari religiosi Jiang Jianyong ha formulato una lista di richieste rivolte ai fedeli protestanti della Cina chiamandoli a contribuire alla realizzazione del “sogno cinese”. Ai protestanti Jiang chiese di anteporre il bene della nazione al proprio, garantire la stabilità sociale, rafforzare l’unità etnica, e promuovere l’unità non solo della patria, ma anche della fede religiosa alla quale appartengono. Una direttiva politica, dunque, ma anche nitidamente teologica, che intese riaffermare il carattere unitario e non denominazionale della fede protestante in Cina – da sempre un’aspirazione, più che una realtà.

Nell’aprile 2016, presiedendo la Conferenza nazionale sulle attività religiose, Xi Jinping ha sottolineato invece l’importanza della necessità di “costruire una teoria socialista della religione con caratteristiche cinesi”, e ha insistito sul fatto che le religioni debbano “aderire alla direzione indicata dalla sinificazione”, e “interpretare valori e dogmi in modo che siano in linea con i bisogni della Cina”. Nel discorso di Xi la necessità di sottoporre una religione al processo di “sinificazione”, tuttavia, non sembra riguardare soltanto le religioni tradizionalmente considerate “straniere”, come il Cristianesimo e l’Islam. L’aspettativa attuale, infatti, è che anche le religioni tradizionalmente legate alla cultura cinese in senso lato debbano essere ulteriormente “sinificate”: questo perché stiano al passo con la Cina nella nuova era di Xi Jinping, e perché i fedeli possano identificare e dare risalto a quegli aspetti del loro credo che sono maggiormente in linea con i valori cardine del socialismo. 

A tal proposito, l’Istituto Centrale per il Socialismo – diretto da Ye Xiaowen, già direttore dell’Amministrazione nazionale per gli affari religiosi (SARA) dal 1995 al 2009 – offre corsi sulla significazione religiosa e pubblica “piani quinquennali” per lo sviluppo pianificato delle religioni ufficiali. La “pianificazione centrale” dell’Islam, ad esempio, prevede che tra il 2018 e il 2022 trovi piena implementazione la politica dei “quattro ingressi”, espressione che si riferisce all’ingresso nelle moschee della bandiera della Rpc, della sua Costituzione, dell’amore per i valori socialisti, e dell’insegnamento della letteratura cinese classica. La pianificazione centrale del Cristianesimo prevede, invece, la promozione di un “Cristianesimo cinese”, nonché l’introduzione di iniziative per la traduzione e l’annotazione della Bibbia volte all’individuazione di una “corretta comprensione” del testo e di passaggi che si accostino ai principi cardine del socialismo. Dalla pubblicazione del Documento 19 le disposizioni in materia religiosa sono state frequentemente aggiornate. La ricerca di un compromesso tra una maggiore presa di coscienza della diffusione delle religioni in Cina e il controllo delle loro attività ha però stretto il Pcc e i fedeli della Cina contemporanea in un abbraccio che, se nel 1982 apparve caldo e accogliente, nella realtà politica e sociale odierna sembra essersi tramutato in una morsa letale. 

In alcuni articoli dedicati alle disposizioni attualmente vigenti in Cina in materia religiosa si può tuttavia notare come le azioni del governo della Rpc non siano sempre dirette alla marginalizzazione dei gruppi religiosi o al ridimensionamento delle loro attività. Alcune disposizioni presentano linee guida su come gestire le procedure delle domande per il riconoscimento di nuovi siti religiosi, e talvolta svolgono la funzione di “documenti quadro” che guidano gli enti amministrativi locali nella gestione dei gruppi religiosi e delle loro attività. Ancora, il voler preservare determinati siti religiosi da processi di estrema commercializzazione è indice del riguardo che le autorità nutrono nei confronti della natura spirituale di luoghi considerati sacri. Disposizioni di questo tipo consentono ai gruppi religiosi di portare avanti attività di beneficienza, e già questo in sé rappresenta una rottura con le pratiche precedenti, in base alle quali, ad esempio, le azioni di carità avrebbero dovuto essere svolte solo in contesti di matrice laica. Oggi invece, stando all’ultimo “piano quiniquennale”, lo svolgimento di attività di beneficenza rientrerebbe nel novero degli obblighi della comunità cristiana in Cina

Le disposizioni in materia religiosa recentemente emendate sono un esempio di come la “controllocraziacinese abbia stretto la sua presa su ogni versante di sviluppo della società a partire dell’ascesa al potere di Xi Jinping. All’indomani di un’ondata di demolizioni di chiese e di rimozioni di campanili e croci dagli edifici di culto, sono state introdotte misure restrittive anche contro gli avvocati per la tutela dei diritti umani, molti dei quali, come già accennato, sono dichiaratamente di fede cristiana. La reale efficacia degli emendamenti alle disposizioni regolamentari, tuttavia, dipende dalla loro concreta implementazione. Per il momento, gli avvenimenti degli ultimi mesi hanno dimostrato la determinazione delle autorità a far sì che ogni aspetto dell’attività religiosa in Cina rientri nei confini di quanto stabilito dagli organi competenti, e che ogni espressione di fede possa essere plasmata in modo da rispettare i parametri di volta in volta stabiliti dall’ideologia del Partito-Stato. I tentativi sistematici del governo di “controllare e rieducare” la popolazione uigura di fede musulmana è l’esempio più eclatante dell’estremo a cui tale controllo può arrivare. La distruzione di statue religiose di tutte le fedi e la detenzione di uomini di fede molto conosciuti, come Wang Yi della Chiesa della Prima Pioggia di Chengdu, sono ulteriori segnali della severità della repressione dell’attività religiosa al di fuori di quanto stabilito dallo Stato.

Nel pensare all’impatto che i cristiani cinesi potrebbero avere sulle trasformazioni politiche e sociali della Cina contemporanea – come suggerito da David Aikman – è importante considerare alcuni punti dei quali si discute solo raramente. Ad esempio, il fatto che le più articolate voci della cristianità in Cina (quelle che vantano maggior seguito, possiedono i migliori contatti, o presentano un profilo pubblico di maggior spicco) sono spesso anche le più conservatrici, promotrici di una visione del mondo che si fonda sull’assunzione di ruoli di genere complementari, e che considera l’omosessualità un peccato. Costoro mostrano inoltre poca tolleranza nei confronti di altri cristiani che giudicano depositari di una fede “incorretta”, e sono assai poco interessati all’apertura e al dialogo verso i credenti di altre fedi. Ciò che è ancora più sorprendente è che alcune delle chiese contemporanee che godono di maggior visibilità replicano e rafforzano le dinamiche, le aspettative, e i ruoli di genere propri del patriarcato tradizionale: quando si trattano questioni riguardanti la leadership, la direzione teologica, o la missione delle chiese le voci maggiormente interpellate sono prevalentemente maschili. I tradizionali ruoli di genere e le nozioni sulla “natura maschile dell’intelletto” sembrano trovare ampio spazio in una realtà dominata da uomini di mezza età altamente istruiti, la cui leadershipè passivamente accettata, soprattutto dalle donne. 

In generale, i cristiani cinesi mantengono comunque un basso profilo politico. La gente comune tende ad avvicinarsi alla fede cristiana quando è alla ricerca di qualcosa, che può essere la risposta a una domanda esistenziale (“qual è il senso della vita?”), o la soluzione di un problema (“come possiamo risolvere i problemi della Cina?”). Sembra tuttavia che nella maggior parte dei casi la gente si avvicini al Cristianesimo per lenire i piccoli dolori di natura psicologica della vita di tutti i giorni. Il fatto che le chiese cinesi siano maggiormente popolate da donne è indice del fatto che sono proprio queste ultime a cercare maggior conforto dalla tensione quotidiana provocata da problemi di vita coniugale, casalinga, o lavorativa. Anche in coppie formate da individui con un pari livello di istruzione, infatti, molto spesso sono gli uomini ad ottenere le carriere migliori, e magari a condurre uno stile di vita che entra in diretto contrasto con il loro ruolo di coniugi, si presume, fedeli. Non è raro imbattersi in uomini che, nel condurre i propri affari, hanno seconde o terze “mogli” in città diverse: situazioni, queste, che le mogli trovano estremamente difficili da accettare, ma che spesso subiscono nella convinzione che il loro matrimonio possa risentire anche di una loro eventuale condanna dei comportamenti dei mariti. Spesso sono dilemmi psicologici di questo tipo, dunque, ad avvicinare le donne alle chiese protestanti, dove trovano conforto nell’ascoltare prediche sul “dover amare il prossimo”, nonostante questi non ami a sua volta. 

Il fatto che molti cristiani cinesi organizzino di incontrarsi in piccoli gruppi di studio è un altro fenomeno da tenere in considerazione, e che non si spiega con il semplice fatto che i cristiani sentono il bisogno di “nascondersi” da uno Stato onnipresente. I gruppi di studio marxiani sono un esempio di questa tendenza – e fanno parte di una categoria contro la quale il Partito-Stato ha preso provvedimenti negli ultimi mesi. Gli incontri di questo tipo si organizzano per scopi quali l’approfondimento intellettuale, spirituale, o psicologico, ma non necessariamente religioso. Al di fuori delle abituali occasioni d’incontro, i partecipanti ai gruppi di studio portano avanti le discussioni su piattaforme di messaggistica online, ed è perfino possibile che il testo o il sistema morale nel nome del quale organizzano seminari sia secondario rispetto alla loro abitudine d’incontrarsi a cadenza regolare. In generale, sembra però che l’incontro in piccoli gruppi sia di grande conforto psicologico per tutti i partecipanti. Trascorrere qualche ora in compagnia di individui con i quali condividere il proprio pensiero è visto infatti come una pratica di “coltivazione del sé” che porta grandi benefici al benessere psico-fisico. Questi gruppi creano piccole “isole morali di significato” in un ambiente sociale impegnativo e all’interno del quale la fiducia nell’altro pare aver raggiunto livelli minimi. Occorre dunque condurre ulteriori studi che possano aiutare a comprendere quali fattori spieghino la rapida diffusione di questi gruppi di studio e a quali bisogni di carattere psicologico essi rispondano. La premessa di studi di questo genere, tuttavia, dev’essere che gli incontri dei piccoli gruppi non hanno luogo solo tra credenti, e che la loro formazione non è necessariamente dettata da un bisogno di “eludere” pratiche di controllo governativo. Si tratta, semplicemente, di “incontri tra menti affini”.

Nell’occuparsi di Cristianesimo in Cina, i media occidentali tendono a focalizzarsi unicamente su storie di repressione; ma la relazione esistente tra lo Stato e la religione non è una storia lineare di repressione e resistenza. Stando a Stein Ringen, circa la metà della popolazione adulta della Rpc è più o meno direttamente inserita nel Pcc o in organizzazioni ad esso legate. Questo lascia presumere che metà della popolazione cristiana (o di qualsiasi altro credo) della Cina di oggi in qualche modo rientri nelle strutture organizzative del Pcc. Non bisogna dimenticare come gli individui spesso possiedano identità multiple: i quadri del Pcc possono essere al contempo i principali esecutori della politica dello Stato, membri della classe lavorativa insoddisfatti delle rispettive carriere, e individui alla ricerca di conforto spirituale in qualche chiesa. Gran parte del discorso del Pcc sulla fede, quindi, è riproposto all’interno delle chiese cinesi con l’obiettivo di richiamare l’attenzione dei cristiani dalle identità multiple, esposti a una propaganda costante e ai meccanismi di controllo di un Partito che, come ragionevolmente ci si può attendere, trova sempre il modo di insinuarsi all’interno delle chiese. Molti cristiani cinesi, tuttavia, vedono i propri interessi preservati dal Partito-Stato, e ne accettano per questo l’egemonia. A differenza dei buddhisti tibetani e degli Uiguri musulmani, i cristiani cinesi hanno in gran parte tratto beneficio dalla modernizzazione e dalle riforme economiche – la maggior parte di loro, inoltre, è cinese Han. Oggi si assiste quindi all’appropriazione (un po’ inconscia, un po’ strategica) da parte dei cristiani cinesi e di altri fedeli del discorso del Pcc. Con le richieste recenti di “sinificare” il Cristianesimo, l’adozione del discorso del Pcc è però diventata obbligatoria. 

Qui si torna a porre enfasi sulla “fede” di cui parla Xi Jinping. Come accade per gran parte del contributo ideologico di Xi, l’uso di questo termine non proviene dal nulla. L’importanza della fede per il successo delle imprese della Cina è stata discussa sin dall’inizio dell’era Repubblicana. Diversi filosofi, religiosi e ideologi del Partito hanno parlato dell’importanza della “fede” nel garantire il successo della Cina. Uno degli avvocati per i diritti umani maggiormente conosciuto, Xu Zhiyong, fa riferimento esplicito all’importanza della fede per il suo lavoro, così come Liu Xiaobo, che ne parlò nei suoi scritti politici dei secondi anni Novanta. In generale si riconosce che la fede è una buona cosa, ma che, per un motivo o per l’altro, essa è carente nella società cinese contemporanea. A riappropriarsi del discorso sulla fede, dopo gli attivisti sopracitati, è ora il governo centrale. Tutti si trovano d’accordo sul fatto che la fede sia costruita su valori comuni, e che costituisca una forza motivazionale forte che può portare a importanti trasformazioni politiche e sociali. La fede può fungere da collante spirituale e morale di piccoli gruppi, o dell’intera nazione. Si è inoltre d’accordo sul fatto che, per realizzare queste funzioni trasformative, la fede abbia bisogno di gesti e ritualità. Probabilmente ciò che è di maggiore interesse è che tutti i discorsi sulla fede, incluso quello che ne fa il Pcc, enfatizzano l’importanza di ciò che è “spirituale”. La scienza (e una mente scientifica) e la fede non sono più viste come in diretta contrapposizione l’una con l’altra.

Importanti differenze riguardano anche la comprensione stessa del termine “fede”, o i valori religiosi che si ritiene ne debbano costituire l’essenza. Sono pochi i punti di contatto tra i valori fondanti del socialismo e quelli promossi dalle menti più liberali delle quali si è fatto accenno sopra, e spesso non ci si trova d’accordo sul “perché” la fede debba essere considerata benefica in sé e per sé. Alcuni ritengono che la bontà della fede risieda nel suo essere “strumento di rafforzamento del sé”, mentre altri ritengono che costituisca un valore in quanto tale. Quesiti di questo tipo conducono a domande essenziali sulla trascendenza, o sull’importanza della metafisica – domande che, nell’uso che il Partito fa del concetto di “fede”, restano senza risposta, ma che sono centrali per chi si avvicina alla fede o a temi che riguardano la trasformazione del paese

La comparsa della nozione di “fede” tra i termini chiave del discorso politico del Pcc non è, dunque, una coincidenza. Il termine “fede” è diventato un importante “significatore galleggiante”: uno di quei termini il cui significato il Pcc è disposto a modellare purché resti all’interno di una predefinita rete di significato e di senso. Tuttavia, gli sforzi del Pcc vanno ben oltre il livello discorsivo e oltre la definizione di fede dettata da parametri politici e laici. Stando a quanto affermato da Benoît Vermander, mentre tra il 1980 e il 2012 il Partito-Stato ha agito come “regolatore” anziché come “approvvigionatore” di sacralità, il nuovo regime del sacro è volto a ridirigere risorse sociali e simboliche verso canali di sacralità sponsorizzati unicamente dallo Stato. Il Partito si trova così ad ispirare “amore e paura, funge da chiesa, e unisce sotto la medesima ideologia”. Nel contesto di una sinificazione pianificata delle religioni, il Partito-Stato e i suoi simboli hanno fatto ingresso nei luoghi di culto. Alle misure restrittive recentemente implementate a danno della religione si è unito l’attivo posizionamento del Partito e della sua ideologia a “credo alternativo” al quale le altre fedi devono sottomettersi, quasi fossero tutte componenti diverse della “Chiesa madre” del Socialismo. Pertanto, quando Xi Jinping parla di fede, non parla più solo di fiducia nell’operato politico del Pcc. Alla fede nel Partito e nei suoi progetti, ora, occorre affiancare riti, pratiche, e devozione.

https://www.twai.it/articles/fede-con-caratteristiche-cinesi/

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