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Europa e migrazioni: a che punto siamo?, di Alessia De Luca

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 10/09/2020 16:21
La pandemia non ci ha reso migliori, e, rinchiusi nei loro egoismi, i paesi europei non riescono ad accordarsi per una politica comune sulle migrazioni. Intanto il campo profughi di Moria a Lesbo è stato ridotto in cenere da un incendio e migliaia di persone sono in fuga…

Il campo di Moria, sull’isola greca di Lesbo, che ospita circa 12.600 richiedenti asilo, è stato quasi completamente distrutto dalle fiamme. Numerosi incendi, nella notte, hanno ridotto gran parte del campo in cenere e sarebbero migliaia le persone in fuga. Si indaga sull’ipotesi di un incendio doloso appiccato contro le misure di lockdown, imposte dopo alcuni casi di contagio da coronavirus. Le metafore, sui giornali, si sprecano: “la ground zero dell’Europa”, “la vergogna europea in fumo”. 

Intanto, dopo una breve pausa registrata durante le settimane di picco europeo della pandemia, fragili imbarcazioni hanno ripreso il mare, principalmente dalla Libia, nel disperato tentativo di raggiungere le coste europee. La guardia costiera dell'Unione europea, Frontex, ha smesso da tempo di pattugliare ovunque nel Mediterraneo e lungo le rotte più ‘calde’ per l’attraversamento, le navi di soccorso gestite dai gruppi non governativi, così come i mercantili di passaggio, tentano di colmare la lacuna come possono. 

Per i ‘fortunati’ che ce la fanno, spesso feriti e malati, e i loro soccorritori, dopo il salvataggio in mare inizia un cinico braccio di ferro: possono trascorrere settimane senza che le persone, stipate su barche sovraffollate, riescano a mettere piede a terra mentre i governi europei litigano su chi ha la responsabilità e dove farli sbarcare. È il caso recente di Sea Watch 4, imbarcazione che a fine agosto ha dovuto attendere 10 giorni prima di poter trasferire i 353 migranti soccorsi su una seconda nave, dove stanno ancora oggi trascorrendo il periodo di quarantena. 

Intanto da anni l’UE cerca (invano) un accordo sulla riforma del sistema di Dublino, che carica sulle spalle dei paesi di primo approdo gli oneri connessi all’arrivo dei migranti e richiedenti asilo. Il fallimento nell’adozione di un criterio strutturale che consenta di condividere le responsabilità relative a migranti e rifugiati è alla base di politiche che violano i diritti umani, ‘appaltando’ ad altri, come la sedicente guardia costiera libica, il lavoro sporco.

Nuovo patto UE sui migranti?

Un anno fa, a La Valletta, i governi di Germania, Francia, Italia e Malta si erano impegnati per istituire un meccanismo automatico di ricollocamenti volontari. Dopo alcuni mesi in cui l’accordo ha retto, da gennaio scorso si è tornati allo status quo ante: Malta e Italia, i luoghi sicuri più vicini per chi fugge dalla Libia, continuano a rimbalzarsi responsabilità e soccorsi. Una svolta è necessaria e urgente. 

Invece di estenuanti trattative ad ogni attracco, i singoli paesi membri dovrebbero concordare in anticipo come condividere la responsabilità del ricollocamento. Con un accordo permanente, infatti, paesi di primo approdo come Malta e Italia non avrebbero motivo di opporsi allo sbarco immediato delle persone soccorse. Per questo la Commissione Europea sta pensando di rilanciare settimana prossima un nuovo ‘Patto sulla migrazione e l’asilo’, per cercare di superare lo stallo di Dublino.

Che effetto ha avuto la pandemia?

La comparsa del nuovo coronavirus in Europa, verso la fine di febbraio 2020, è coincisa con una corsa alla chiusura delle frontiere che non ha risparmiato i migranti. Dopo l’Austria, che ha chiuso le frontiere con l’Italia l’11 marzo, in totale ben 18 paesi Schengen su 26 hanno reintrodotto i controlli ai valichi di terra, con l’intento esplicito di tenere sotto controllo il flusso di cose e persone e limitare la diffusione del virus. 

Ma oltre a chiudersi le porte in faccia gli uni con gli altri, i paesi membri che fanno parte dello spazio di libera circolazione si sono dimostrati inflessibili con potenziali rifugiati oltrefrontiera. Con il collasso della solidarietà intraeuropea si è scelto di concentrarsi sull’unica risposta che è parsa funzionare, almeno nel breve periodo: chiedere ai paesi limitrofi e che si trovano lungo le rotte migratorie (Turchia e Libia in primis) di fare di tutto per impedire il passaggio in direzione del Vecchio continente. 

Una crisi che non c’è?

Tutto ciò accade mentre i numeri non sono certo quelli del 2015, quando la crisi spinse verso l’Europa circa un milione di persone. Secondo le elaborazioni ISPI su dati del ministero degli Interni, il periodo di alta stagione degli sbarchi in Italia è terminato ormai da oltre tre anni, esattamente da metà luglio 2017, in seguito all’azione diplomatica e di intelligence italiana ed europea in Libia che ha indotto le milizie e i trafficanti a trattenere i migranti più a lungo nei centri di detenzione e a ritardarne la partenza (menzione particolare merita il memorandum italo-libico del febbraio 2017). 

Inoltre, nel corso della “prima ondata” della pandemia in Italia (fine febbraio - inizio maggio 2020), gli sbarchi in Italia si sono considerevolmente ridotti anche rispetto al periodo precedente. A marzo, in particolare, complici condizioni atmosferiche avverse, gli arrivi irregolari sulle coste italiane sono diminuiti dell’80%. Malgrado questa estate gli sbarchi siano invece tornati ad aumentare, per fine 2020 si prevede che potrebbero sbarcare irregolarmente nel nostro paese un totale di circa 25.000 persone: una cifra dell’85% inferiore rispetto a quella registrata nel 2016.

Tempo di una svolta?

Il nuovo “Patto sulle migrazioni e l’asilo” che sarà presentato in occasione del discorso di Ursula von der Leyen sullo Stato dell’Unione, il prossimo 16 settembre, intende sancire “un nuovo inizio” per le politiche UE in questo campo. Ma soprattutto punta a coinvolgere i paesi dell’Europa centrale, storicamente i più restii ad assumersi la loro parte di responsabilità, unendo il tema dei migranti a quello della protezione delle frontiere esterne. La strategia è quella di un ‘approccio globale’, che consenta di superare stalli e resistenze in un momento favorevole, con numeri bassi e senz’altro gestibili in una regione di 500 milioni di abitanti. 

A ben guardare, infatti, a rimanere “in ostaggio” dei carcerieri, dello stallo normativo e dello scontro tra paesi membri dell’Unione non sono solo coloro che fuggono e i loro soccorritori: anche la democrazia europea appare sotto assedio da movimenti populisti e dell’estrema destra che un po’ ovunque in Europa hanno ripreso forza. Un approccio coordinato fermerebbe l'inutile crudeltà di costringere le persone in fuga a sopportare lunghe attese su navi anguste, restituirebbe ai diritti umani il loro ruolo di principi guida della politica dell'UE nel Mediterraneo e interromperebbe la spirale di una narrazione mediatica su cui prospera l'estrema destra.  

Il commento di Matteo Villa, ISPI Research Fellow

“Sono ormai trascorsi cinque anni dall’inizio dell’ultimo ciclo di riforme delle politiche migratorie in Europa. Da allora, purtroppo, di passi avanti non ne sono stati fatti molti. È inevitabile, visto che le visioni dei paesi del sud e dell’est Europa sembrano inconciliabili, con i primi che chiedono più solidarietà e i secondi che propongono solo nuove chiusure delle frontiere.

La pandemia di Covid-19 e l’ulteriore difficoltà a spostarsi a causa dell’emergenza sanitaria hanno messo in luce in tutta la loro paradossale crudezza le due facce delle migrazioni in Europa. Da un lato giudicate essenziali, almeno per alcuni settori economici che dalla primavera si sono trovati sprovvisti di decine di migliaia di lavoratori stagionali. 

Dall’altro facile preda di narrazioni populiste e xenofobe, ancor più oggi che l’emergenza sanitaria fornisce alle parti politiche un ulteriore argomento a favore di maggiori controlli e della massima riduzione degli ingressi dall’estero.

Staremo a vedere se da questo clima di incertezza uscirà, a sorpresa, qualcosa di buono. O se, come è più probabile, sarà necessario attendere tempi migliori perché finalmente l’Europa trovi il necessario equilibrio tra solidarietà, responsabilità e necessità di controllo”.

 https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/europa-e-migrazioni-che-punto-siamo-27333

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