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Europa blindata, di Ispionline

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 18/03/2020 09:50
L’Europa si blinda e chiude i suoi confini esterni. Per 30 giorni nessuno potrà entrare nei paesi dell’area Schengen eccezione fatta per cittadini europei di ritorno dall’estero, diplomatici, militari e ricercatori impegnati a contenere la pandemia da Covid-19...

A partire dalle 12 oggi l’Europa è chiusa al mondo. La decisione di chiudere le frontiere esterne è stata annunciata dalla presidente della Commissione, Ursula von der Leyen e convalidata dai capi di Stato e di governo dei 27. “La restrizione temporanea – ha spiegato la presidente – mira a evitare di appesantire i nostri sistemi sanitari” con potenziali contagiati provenienti da paesi terzi. Il divieto non vale per determinate categorie: i cittadini Ue e i loro familiari, i cittadini extra-Ue che però risiedono stabilmente nel territorio dell’Unione, medici, infermieri e ricercatori del settore sanitario. 

Via libera anche ai lavoratori transfrontalieri e chi trasporta merci. Ma è evidente che siamo davanti a una decisione senza precedenti e che i suoi significati politici vanno ben oltre le motivazioni addotte. Stiamo forse assistendo a una rappresaglia nei confronti dell’alleato americano Donald Trump, che la scorsa settimana senza giri di parole ha sospeso tutti i collegamenti tra Stati Uniti ed Europa? Anche, forse. Ma non sembra essere quello il nocciolo della questione. A preoccupare Bruxelles sono soprattutto le serrate in ordine sparso tra i paesi dell’area Schengen cui si è assistito man mano che il virus faceva la sua comparsa nei paesi membri. 

Come osserva il Presidente di ISPI Giampiero Massolo, oggi sulle colonne de La Stampa, “Sarebbe un errore dimenticare che si confrontano pur sempre in questa drammatica situazione interessi nazionali forti. Che manca, quindi, un’azione concertata tra Stati membri, Commissione e Bce. La sospensione di Schengen ne è la prova”. L’Europa, chiosa, “si trova davanti a una sfida epocale”. Ma è una sfida soprattutto interna, quella che mette alla prova i 27: salvare il mercato unico e garantire i flussi commerciali di merci e materiale sanitario.

Salvare il mercato unico?

“Abbiamo notizie di chilometri e chilometri di file ad alcuni posti di confine. Vogliamo prevenire eventuali blocchi della produzione. Non vogliamo aspettare che le imprese si lamentino di eventuali carenze. Vogliamo agire in anticipo”: il portavoce della Commissione europea Eric Mamer lo dice chiaro e tondo. È a rischio uno dei pilastri di maggior successo dell’Unione, e che è difeso all’unanimità dagli stati membri: il mercato unico. Nei giorni scorsi avevano già ripristinato controlli alle frontiere Austria, Ungheria, Repubblica Ceca, Danimarca, Polonia, Lituania e Germania. Ieri anche Francia, Spagna e Portogallo hanno annunciato la totale chiusura dei confini a partire dalla mezzanotte.

Cos’è Schengen e cosa prevede?

Il trattato, che prende il nome dalla città lussemburghese in cui fu firmato, è entrato in vigore nel 1995. Prevede la libera circolazione delle persone e delle merci all'interno dei paesi firmatari, ma ogni stato membro può, per motivi eccezionali, ripristinare temporaneamente i controlli alle frontiere. Dal 2006 a oggi, secondo dati della Commissione europea, è stato sospeso per 116 volte. Negli ultimi anni, la maggior parte delle sospensioni sono legate alla lotta al terrorismo e al contenimento delle migrazioni. È successo in Norvegia e Svezia nel luglio 2011, dopo la strage di Utoya e in Francia dopo gli attacchi a Parigi del novembre 2015. Tra il 2015 e il 2016, hanno fatto lo stesso – in funzione anti-migranti - anche Ungheria, Slovenia, Germania, Austria, Norvegia, Svezia, Danimarca. L'Italia ha reintrodotto i controlli alla frontiera nel 2001 in occasione del G8 di Genova, per quello de L'Aquila, nel 2009, e per il G7 di Taormina, nel 2017.

Chi aderisce?

In un primo momento la convenzione fu firmata da Belgio, Francia, Germania, Lussemburgo e Paesi Bassi, ma nel corso degli anni hanno aderito altri 17 paesi: Spagna, Portogallo, Italia, Austria, Grecia, Danimarca, Finlandia, Svezia, Slovenia, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria e Malta. Inoltre quattro paesi non-Ue (Islanda, Liechtenstein, Norvegia e Svizzera) si sono associati, aderendo alla libera circolazione delle persone. Bulgaria, Cipro, Croazia e Romania non sono ancora membri a pieno titolo, mentre Regno Unito e Irlanda partecipano solo per alcuni aspetti del trattato.

Il ritorno delle frontiere?

Nelle nuove linee-guida in 25 punti pubblicate ieri, la commissione Ue evidenzia la possibilità di reintrodurre controlli alle frontiere interne alla zona Schengen. Ma chiede ai paesi membri di applicare le nuove regole sui controlli alle frontiere in modo “proporzionato e coordinato”. Il ripristino unilaterale e disordinato delle frontiere minaccia infatti di minare le quattro libertà fondamentali dell'Ue – la circolazione di merci, servizi, capitali e persone – rendendo insignificante la zona Schengen. E le istituzioni cercano come possono di ‘governare’ gli istinti isolazionisti dei singoli paesi, salvaguardando la libertà di movimento delle merci nel mercato unico. Resta il fatto che in un’Europa spaventata e divisa, è bastato un virus per ripristinare muri e confini che riportano ad altri tempi storici. Quando tutto sarà passato, riusciremo a tornare indietro nel presente? 

Commento

di Antonio Villafranca, coordinatore della Ricerca e co-head osservatorio Europa e Governance Globale, ISPI

“Far di tutto per salvare Schengen è giusto, ma non sono certo che la chiusura delle frontiere esterne dell'Ue possa essere d'aiuto. Se c'è una lezione che abbiamo imparato dall'emergenza coronavirus è che chiudere le frontiere serve a poco quando il virus si è già diffuso all'interno (in effetti è ormai presente in tutti i paesi membri).

Si dice anche che non bisogna, giustamente, gravare troppo sui sistemi sanitari nazionali accettando potenziali malati extra-comunitari. Ma è anche vero che al momento non ci sono particolari pressioni alle frontiere per l'ingresso nell'Ue.  Infine non va dimenticato che pochi giorni fa noi europei abbiamo duramente criticato Trump per aver interrotto i voli con l'Ue. Quello che ora ci accingiamo a fare è praticamente lo stesso”.

https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/europa-blindata-25410

Una sfida epocale per l’Unione Europea

di Giampiero Massolo, presidente Ispi 

Riflettendo sulla pandemia. Tuttora più domande che risposte. Ma almeno mettere in fila i problemi aiuta. La travolgente forza dei numeri, innanzitutto. I numeri dell’emergenza sanitaria, di quella economica. Mettono alla prova le incertezze delle leadership, le fragilità di governance. Certo, le misure “whatever it takes” fatte proprie dalla presidente von der Leyen, la precipitosa marcia indietro di Christine Lagarde e i provvedimenti mirati poi presi dalla Bce, le decisioni dell’Eurogruppo di ieri sembrano andare nella giusta direzione. In quella, auspicata dal Governo italiano, della condivisione dei provvedimenti di sostegno al reddito, flusso di liquidità, supporto agli investimenti, attenuazione di vincoli e scadenze regolamentari. 

Va registrato un progresso del coordinamento europeo. Perfino nella decisione di chiudere i confini esterni dell’Unione. Sarebbe un errore, tuttavia, dimenticare che si confrontano pur sempre in questa drammatica situazione interessi nazionali forti. Che manca, quindi, un’azione concertata tra Stati membri, Commissione e Bce. La sospensione di Schengen ne è la prova.

L’interesse nazionale è sempre frutto di un contemperamento di istanze tra di loro assai diverse. Ai governi l’onere di bilanciarle. La pandemia, vista come emergenza sanitaria, mette a dura prova proprio la capacità di sintesi degli esecutivi. Le risposte, anche tra partner europei, sono diversificate. Solo la dinamica dei numeri potrà dirci, alla fine, chi avrà avuto meno torto, chi avrà pagato i prezzi più alti. Perché anche l’emergenza economica e finanziaria, incide e condiziona, inutile tacerlo, le modalità degli Stati di affrontare la crisi. La pandemia ha un impatto devastante nell’immediato. Ancor più inciderà a medio termine sugli equilibri di bilancio e sulla crescita delle Nazioni. Tutti i governi lo sanno bene.

Il punto, di per sé, è abbastanza banale: dove e come reperire le risorse? Non illudiamoci che, malgrado ogni buona volontà, l’Unione europea, in mancanza di un accordo ad aumentare il tetto del bilancio comunitario e dunque di denaro aggiuntivo, possa fare molto più che riorientare fondi già diversamente destinati. Anche il supplemento di flessibilità nelle regole europee - occorre esserne consapevoli - pur benvenuto, non rappresenta lo scioglimento da ogni vincolo. Fare più deficit comporta, com’è ovvio, un maggiore indebitamento. Il finanziamento di quest’ultimo dipende, in ultima analisi e al di la di ogni vincolo europeo, dalla reputazione dei singoli Paesi sui mercati internazionali. E naturalmente dalla disponibilità della Bce ad acquisti illimitati a tassi bassi dei bond dei Paesi più indebitati. Insomma, una congerie di meccanismi in cui le determinazioni degli Stati restano cruciali, proprio mentre la convergenza dei loro interessi è più problematica.

È dunque sempre, in primis a livello nazionale che occorre reagire. Per questo il Governo italiano ha adottato ieri un pacchetto di iniziative articolato e di rilevante ammontare. Sarà esaminato con attenzione dai partner e dai mercati, che - come dimostra l’aumento dello spread - già scommettono sulla scarsa sostenibilità dei conti italiani.

Potrebbe essere un motivo per riflettere ad altre possibili fonti endogene di finanziamento dell’emergenza e poi della ripresa. La Germania, forte del suo basso indebitamento, ha già promesso alle sue imprese un ombrello pubblico pressoché illimitato, senza danni sui mercati. Per noi sarebbe diverso. Il problema di autofinanziarsi senza gravare ulteriormente sul debito è reale. È stata, ad esempio, autorevolmente riproposta, anche di recente, l’ipotesi di emettere titoli tesi a mobilitare ai fini dell’emergenza fondi privati. Occorre, per farlo, affidabilità e autorevolezza. Ma sarebbe un fatto d’interesse nazionale e di prestigio. Potrebbe aiutarci a stimolare credibilmente l’Unione europea ad adottare, su scala continentale, un piano di rilancio più ampio, che coinvolga, eventualmente, sulla via che avremmo tracciato, risorse sia pubbliche sia private. Gioverebbe anche agli italiani. Potrebbe perfino tradursi nei tanto giustamente auspicati Eurobond.

Insomma, tante domande in termini di minacce che incombono, emergenza sanitaria, rischi per la crescita. In definitiva, una sfida epocale per la stabilità sociale delle Nazioni. Mai come oggi, tuttavia, conta la capacità di assumersi le responsabilità, avere le carte in regola, senza troppo sperare in sostegni esterni, che comunque incondizionati non potrebbero mai essere.

https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/una-sfida-epocale-lunione-europea-25400

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