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Elitismo e populismo, di Michele Di Schiena

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 25/08/2018 14:01
Un sistema tanto “mortale” per le sorti dell’umanità da indurre l’attuale Pontefice ad affermare che “dobbiamo dire no a un’economia dell’esclusione e dell’iniquità” perché “questa economia uccide”...

Prosegue la pubblicazione da parte del quotidiano “la Repubblica” di contributi favorevoli all’appello di Massimo Cacciari e di altri intellettuali rivolto ad aprire una “discussione pubblica” con l’intenzione di mettere in cantiere, in vista delle prossime elezioni europee, “una nuova strategia per l’Europa” che sia in grado di contrastare un possibile “vasto schieramento di destra”. Un appello che appare, come tutti gli interventi di adesione pubblicati dal citato giornale, privo di appropriate analisi, generico negli indirizzi da elaborare, vago negli obiettivi da perseguire e sorprendente per il fatto che i suoi autori, dopo aver definito “un pericolo mortale” la cosiddetta “deriva sovranista” non spendono una parola per stigmatizzare quel pericolo costituito dal sistema economico dominante. Un sistema tanto “mortale” per le sorti dell’umanità da indurre l’attuale Pontefice ad affermare che “dobbiamo dire no a un’economia dell’esclusione e dell’iniquità” perché “questa economia uccide”.

Un messaggio, quello di Papa Francesco, che sarà certamente ripreso dalla marcia per la pace Perugia-Assisi in programma per il 7 ottobre prossimo per richiamare l’attenzione di tutti sull’esigenza di far “crescere l’economia della fraternità ... cercando nuove strade per combattere la povertà e la disuguaglianza costruendo nuovi rapporti sociali, economici e personali centrati sulla cura reciproca”. Un’esigenza anni addietro rappresentata dalla stessa “marcia” nel corso della quale veniva affermato che la “madre” di tutte le giuste battaglie è quella motivata dall’esigenza di disinnescare la “bomba E”, la più micidiale delle bombe, quella di un’economia ingiusta e insostenibile.  Un messaggio che va oggi riproposto per aiutare la politica a prendere le distanze dalle logiche iperliberiste che rischiano di far regredire la civiltà e che sono all’origine dei drammi del nostro tempo.

Riesce invero difficile immaginare che si possa disegnare una “nuova strategia per l’Europa” se l’aggettivo “nuova” non viene tradotto in politiche economico-sociali alternative a quelle dominanti nell’Unione Europea che risultano sostanzialmente in linea con i dettami del “pensiero unico” neoliberista. Quel “pensiero” che mette al bando la solidarietà, abbatte le protezioni per i più deboli, assolutizza il mercato, rende servile il lavoro e mercifica la vita. Una dottrina che costruisce l’economia a misura degli interessi delle multinazionali spostando a proprio piacimento i capitali, manovrando tatticamente i tassi, provocando strumentali oscillazioni di borsa nonché servendosi delle valutazioni delle Agenzie di rating e dell’andamento dello spread per imporre le proprie direttive e i propri vincoli. Tempo addietro il cantautore Francesco Guccini con una canzone su Che Guevara cercava così di scuotere le  coscienze chiuse e addormentate: “Da qualche parte un giorno/ dove non si saprà/ dove non l’aspettate/ il Che ritornerà”. E oggi più che mai occorre che il Che ritorni ma che non sia più il capo di una rivolta armata, non faccia la guerriglia e non pretenda di cambiare dall’oggi al domani il mondo. Occorre un Che che abbia lo stesso cuore che aveva sessanta anni fa e la stessa voglia di lottare contro gli sfruttamenti e le oppressioni. Un Che che abbia fatto esperienza e sappia che i tempi sono cambiati come egli stesso è mutato tanto da poter diventare l’anima di un soggetto collettivo capace di farsi ovunque presente per analizzare i disumani processi produttivi, argomentare le ragioni della protesta e combattere le disuguaglianze. Un soggetto capace di costruire logiche e progetti alternativi a quelli della cultura dominante con gli strumenti della democrazia e il metodo della non violenza.

Sarebbe bello vedere gli intellettuali di orientamento progressista scendere in campo per fare argine a una cultura capace, per la prima volta nella storia dell’umanità, di indurre, con l’abile uso dei mezzi di informazione allestiti dalle nuove tecnologie, larga parte del popolo degli “umiliati ed offesi” a stare dalla parte dei potenti e ad aiutarli nel condurre vittoriosamente quella che giustamente è stata definita la lotta di classe dei ricchi contro i poveri. Assistiamo invece a larghe aree di silenzio nel mondo della cultura e anche a iniziative rivolte ad assolutizzare conflitti che si rivelano fuorvianti o perché sono chiaramente funzionali agli obiettivi di manovre politiche propagandistiche o perché sono in sostanza il corollario del primario e fondamentale conflitto fra l’ideologia neoliberista e la cultura politica che affonda le sue radici nel socialismo, nel solidarismo cristiano e nelle più avanzate espressioni del pensiero liberal- democratico.

Dando uno sguardo più da vicino ai problemi del nostro Paese, c’è allora da chiedersi come sia possibile pensare di costruire una forza progressista nuova senza una precisa ed esplicita scelta di campo in favore del modello di economia solidale e partecipativo disegnato dalla nostra Costituzione in alternativa a quello dominante e come si possa pensare di affrontare il problema della temuta egemonia sovranista dando vita, non si sa con quali forze e con quali obiettivi, a uno schieramento in grado di contrastare la maggioranza oggi al governo del Paese. Occorrerebbe ben altro e cioè rifondare una sinistra che si contrapponga alla cultura liberista compresa quella annidata nel cosiddetto riformismo di centrosinistra. Una nuova sinistra attenta a quanto di positivo c’è e si muove in direzione progressista all’interno del Movimento pentastellato in vista di possibili collaborazioni future. Il resto è “l’eterno ritorno” di una politica prigioniera del “politicamente corretto” ed esposta al rischio di consumarsi in un distaccato elitismo lontano dai problemi e dalle domande dei ceti sociali più deboli e perciò destinato a essere esso stesso l’origine del vituperato populismo.

Michele Di Schiena, magistrato

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