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Elezioni, che faranno i cattolici?, di Raniero La Valle

creato da webmaster ultima modifica 21/07/2016 19:06
Ora, dopo la delusione provocata da Monti, che per un anno ha avuto in mano l’Italia e avrebbe potuto porre le basi per una nuova società veramente equa, giusta e solidale...

 

Che faranno i cattolici? Alle elezioni, s’intende. La domanda è malissimo posta. I cattolici hanno cessato da tempo di essere una categoria politica ed elettorale. Nemmeno Luigi Sturzo, che fondò un partito apposta per loro, li chiamò in causa in quanto tali. Un partito è una parte in lotta con altre parti, disse, la Chiesa invece è di tutti. Nel dar vita al Partito popolare egli non volle pertanto creare la categoria dell’elettorato cattolico, bensì, per il bene del Paese, rimediare a una esclusione dei cattolici dall’elettorato che era stata decretata dal papa in persona per protesta contro l’Italia che si era presa lo Stato pontificio.

Il concetto di elettorato cattolico fu invece introdotto dalla gerarchia ecclesiastica dopo il fascismo, a supporto della Democrazia Cristiana, in base al principio allora ritenuto non negoziabile dell’unità politica dei cattolici. Ciononostante la DC operò con una certa autonomia, appellandosi alla Costituzione e alla pretesa “aconfessionalità” del partito confessionale. Però quando Fanfani tentò di essere eletto presidente della Repubblica al posto di Leone, la Chiesa lo richiamò alla disciplina di partito, pretese che all’unità degli elettori cattolici corrispondesse l’unità degli eletti, e così grazie alla Santa Sede fu eletto Saragat, il primo presidente della Repubblica di nome socialista.

L’unità politica dei cattolici si dissolse poi in base a due fattori. Il primo fu che il Concilio aveva inteso chiudere la stagione del temporalismo ecclesiastico e aveva proclamato la libertà religiosa di credenti e non credenti; e se dalla Chiesa era riconosciuta la libertà religiosa, tanto più doveva essere riconosciuta la libertà
politica. Va notato in proposito che nel nuovo Concordato stipulato tra la Santa Sede e l’Italia nel 1984, la Chiesa fonda la revisione dei Trattati del 1929 sugli “sviluppi” che in essa sono stati suscitati dal Concilio Vaticano II e su un esplicito richiamo alle dichiarazioni del Concilio circa la libertà religiosa e i rapporti tra la Chiesa e la comunità politica, sicché se per disgrazia la Chiesa non si dovesse più presentare come la Chiesa del Concilio, non solo verrebbe meno alla sua dichiarata identità ma cadrebbe anche il Concordato.

Il secondo fattore per cui si dissolse l’unità politica dei cattolici fu che si dissolse la stessa Democrazia Cristiana. Dopo di allora i cattolici, che nessuno aveva educato a una vera responsabilità politica come cristiani, sono caduti nell’insignificanza: sparsi, i più politicizzati, in diversi partiti senza badare al cristianesimo, la maggior parte ha trovato nell’azione caritativa e sociale, se non nell’arroccamento privato, l’alternativa a un vero impegno politico nella società della Costituzione e dei partiti.

Ora, dopo la delusione provocata da Monti, che per un anno ha avuto in mano l’Italia e avrebbe potuto porre le basi per una nuova società veramente equa, giusta e solidale ed è finito invece come guardiano dell’ortodossia finanziaria europea, alla testa di un governo spesso spietato e sprezzante verso la “povera gente” tanto amata da La Pira, si riapre la questione.

Il presidente del Consiglio, giudicando tutti i partiti incapaci di governare l’Italia e di fare i compiti a casa dati “dall’Europa”, si è fatto promotore di un nuovo schieramento conservatore, e alcuni cattolici rinomati si sono messi al seguito del nuovo leader, gratificato per l’occasione dal plauso dell’Osservatore Romano e delle sacre gerarchie. È difficile vedere in questo approdo alla politica di dirigenti delle ACLI senza le ACLI, di dirigenti della CISL senza la CISL, e di laici autorevoli senza alcuna rappresentanza laicale quell’ingresso in politica di una nuova generazione di cattolici che era stata a più riprese auspicata dalle autorità ecclesiastiche e dagli organizzatori di Todi uno e due.

Quello che resta irrisolto è il problema di un pensiero politico nuovo che partendo dalle radicali istanze poste dal Vangelo, si confronti con il duro mondo che si sta costruendo in Europa e fuori di essa. Un mondo che si gloria di essere uscito dalle ideologie, ma è caduto in idolatrie suicide, un mondo modellato sul danaro dove i tagli alle spese sociali e l’aumento delle tasse ai poveri scattano per meccanismi automatici senza nemmeno intervento di mani d’uomo; un mondo dove la politica è licenziata, le leggi del mercato sono promosse a leggi di natura, il divario tra ricchi e poveri aumenta e la disperazione prende alla gola milioni di persone.

Una nuova generazione di cristiani è veramente attesa a misurarsi con queste ingiustizie che gridano al nostro Dio non da ora, ma dal tempo dei profeti e del discorso della Montagna. Può essere una risposta la salvezza che viene dal pareggio, la negazione delle ragioni per cui nei Parlamenti, dalla rivoluzione francese in poi, siedono una destra e una sinistra, e la corsa degli zelanti ad affollare la casa già gremita dei “moderati”?

Fonte: "MicroMega", 8 gennaio 2012

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