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Economia, scienza (a)sociale?, di Vittorio Pelligra

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 20/09/2022 08:06
State prendendo parte ad un esperimento: siete stati abbinati in modo anonimo ad un'altra persona che ha appena ricevuto dieci euro dallo sperimentatore…

State prendendo parte ad un esperimento: siete stati abbinati in modo anonimo ad un'altra persona che ha appena ricevuto dieci euro dallo sperimentatore. Il vostro partner deve decidere se e quanti euro darvi e voi, da parte vostra, dovrete decidere se accettare o rifiutare. Se accetterete il denaro verrà diviso così come deciso dal primo giocatore ma se rifiuterete, allora, nessuno vincerà nulla. Il vostro partner decide di darvi due euro e di tenersene otto. Voi potete accettare l'offerta oppure rifiutarla. Cosa decidete? I risultati di questi esperimenti mostrano che alcuni accettano e altri rifiutano e che questa scelta certo dipende da molti fattori, ma principalmente dalle alternative che il vostro partner aveva a disposizione. 

Se si offrono due euro ma se ne sarebbero potuti offrire anche cinque allora la maggioranza rifiuterà l'offerta. Ma se l'alternativa era tenersi tutti e dieci gli auro e non offrire nulla, allora il cento percento dei giocatori accetterà i due euro. Gli stessi due euro in un caso si rifiutano e nell'altro caso vengono accettati. Perché? In fondo sono sempre due euro se si accetta l'offerta e l'alternativa è sempre zero nel caso di rifiuto. Perché alcune volte preferiamo due a zero e altre volte invece pensiamo sia meglio niente che due euro? La ragione sta nel fatto che quando noi valutiamo una certa azione non valutiamo solamente le sue conseguenze (i due euro) ma anche le intenzioni che vengono veicolate da quella determinata azione. Nell'offerta di due euro invece che cinque le intenzioni sono indubitabilmente negative, mentre nel caso di due euro invece che niente le intenzioni sono positive. 

Il nostro comportamento sociale è fortemente guidato dalle reazioni alle intenzioni che attribuiamo alle scelte degli altri. Come affermano Thomas Metzinger e Vittorio Gallese, operiamo costantemente nei nostri ambienti sociali come “rilevatori di intenzionalità”. Eppure, la teoria della scelta che sta al cuore dell'economia moderna, sembra ignorare totalmente questa dimensione dell'intenzionalità e continua a costruire modelli dove si assume che le azioni umane siano mosse esclusivamente dalle conseguenze che queste producono. Paradossalmente ciò vale anche per quella parte della teoria della scelta che si occupa proprio di scelte strategiche interdipendenti e cioè la cosiddetta teoria dei giochi.

All'inizio degli anni ‘40 la teoria dei giochi venne sviluppata proprio per dare una risposta all'insoddisfazione che derivava dal modo in cui l'economia neoclassica descriveva e considerava l'interdipendenza sociale. John von Neumann e Oscar Morgenstern, i padri fondatori della teoria, partivano dalla constatazione che, così come in tutti i giochi di strategia, dal poker al Monopoli, così anche in ambito economico l'abilità più importante è quella di riuscire a prevedere con precisione il comportamento degli altri giocatori, anticipandolo, per poter adattare in modo ottimale le nostre scelte alle loro. Tuttavia, ancora dopo 60 anni di sviluppi, è sorprendente notare che la teoria dei giochi invece di spiegare come gli agenti sono in grado di prevedere il comportamento degli altri, lo da per scontato, un dato di fatto.

Il punto di partenza di questa storia ha a che fare con l'idea stessa di razionalità che Von Neumann e Morgenstern posero al centro della loro teoria. Sebbene il concetto di interdipendenza dovesse essere fondamentale, il modo in cui questa venne descritta derivava direttamente dalla loro idea del comportamento razionale individuale, indipendente, cioè, dal comportamento degli altri attori. Uno dei concetti più importanti della teoria sviluppata dai due è quello di “minimax”: un criterio decisionale secondo cui ogni giocatore cerca di minimizzare le sue perdite derivanti dalle scelte che l'altro giocatore fa per massimizzare il suo guadagno. Una determinata linea di condotta, infatti, è vista come razionale, se massimizza il guadagno minimo ottenibile qualunque cosa facciano gli altri giocatori. Questa indipendenza dalle decisioni altrui che, paradossalmente sta al centro di una teoria nata per dar conto dell'interdipendenza, ha origine nel desiderio di Von Neumann e Morgenstern di cancellare ogni riferimento alla dimensione psicologica degli agenti, di liberarli dalla necessità di formarsi un'aspettativa sulle azioni e sui desideri, sulle credenze e sulle intenzioni degli altri giocatori.

Thomas Schelling, altro teorico dei giochi e futuro premio Nobel per l'economia, già negli anni '60 individuava le principali debolezze della teoria di von Neumann e Morgenstern, proprio in questi due aspetti: l'interdipendenza ridotta a indipendenza e la de-psicologizzazione dell'intersoggettività. Il primo aspetto implica che un giocatore “non abbia bisogno di comunicare con il suo avversario, non ha nemmeno bisogno di sapere chi è l'avversario o se ce n'è uno – afferma Schelling - Con un criterio minimax, un gioco a somma zero si riduce a un affare del tutto unilaterale”. La de-psicologizzazione, dal canto suo, procede attraverso espedienti teorici come, per esempio, le strategie miste che, sempre secondo Schelling, altro non sono che “un mezzo deliberato per distruggere ogni possibilità di comunicazione, in particolare la comunicazione di intenzioni”. 

Negli anni '50, dopo questa prima fase pionieristica, lo sviluppo della teoria subisce una forte accelerazione soprattutto a seguito del lavoro di John Nash, anche lui futuro premio Nobel. Nash sviluppa una tecnica di soluzione, un modo per determinare la combinazione di strategie ottimali per ogni giocatore, che incarna una considerazione piuttosto diversa del ruolo dell'“altro”. Un insieme di strategie porta a un “equilibrio di Nash”, la soluzione di quel determinato gioco, quando queste rappresentano risposte ottimali a ciò che ogni giocatore presume faranno tutti gli altri giocatori. Pertanto, quando sceglie una determinata azione, ogni giocatore deve tenere conto di quali combinazioni di azioni sceglieranno gli altri giocatori. Ogni giocatore formula congetture sul comportamento degli altri giocatori sapendo che anche gli altri giocatori stanno facendo la stessa cosa. 

Si noti, tuttavia, che queste congetture si immaginano ispirate dal fatto che tutti i giocatori agiranno per massimizzare il loro guadagno. Pertanto, nella teoria di Nash si presume che le intenzioni degli agenti siano limitate all'obiettivo della massimizzazione dei guadagni. Per capire quale tipo di limitazioni derivano da questa impostazione è interessante notare, ad esempio, che la teoria implica l'“allineamento delle aspettative”, cioè che le convinzioni di due giocatori su come un terzo giocatore giocherà un certo gioco devono necessariamente essere uguali. Non ci si può mettere d'accordo di non essere d'accordo. 

Un successivo sviluppo della teoria, la cosiddetta “teoria dei giochi bayesiani” prova ad offrire una visione un po' più realistica dell'intersoggettività che caratterizza le situazioni di interdipendenza ma offre una soluzione solo parziale al problema. Questa teoria si concentra su quelle situazioni caratterizzate da mancanza di informazioni e incertezza, per esempio, riguardo agli obiettivi che gli altri giocatori stanno cercando di perseguire. Secondo John Harsanyi, padre di questa teoria e vincitore del premio Nobel assieme a Nash, questo sviluppo produce un modello “molto naturale - ma (...) piuttosto impraticabile - un modello irrimediabilmente ingombrante”. Esiste un secondo modo per analizzare i giochi ad informazione incompleta ed è quello di immaginare che un nuovo giocatore, convenzionalmente chiamato la “Natura” determini con una qualche probabilità il tipo di giocatori, tra tutti i possibili, che stanno effettivamente interagendo in un determinato gioco. Pertanto, nella teoria dei giochi bayesiana, un gioco ad informazione incompleta che può essere utilizzato per descrivere l'eterogeneità dei giocatori rispetto all'insieme di intenzioni concepibili alla base di ciascuna mossa, ma a costo di introdurre una procedura innaturale e assolutamente irrealistica. 

Questo costituisce un grave limite soprattutto ogniqualvolta si debbano considerare tutte quelle situazioni sociali nelle quali le motivazioni possono essere influenzate da emozioni come, tra le altre, “rabbia, colpa, vergogna, orgoglio, ammirazione, rimpianto, gioia, delusione, euforia, paura, speranza, gioia, invidia, malizia, indignazione, gelosia, sorpresa, noia, desiderio sessuale, godimento, preoccupazione e frustrazione”. Questo elenco stilato dagli economisti Pierpaolo Battigalli e Martin Dufwemberg, fa ben capire le limitazioni che anche questo approccio presenta dato che praticamente ogni nostra interazione sociale è, in un modo o nell'altro, influenzata da emozioni di questo tipo. Quando accetto i due euro dell'esperimento iniziale, per esempio, non lo faccio solo per guadagnare due euro ma anche perché lo faccio perché sono grato del fatto che l'altro giocatore non mi abbia dato zero. Mentre quanto rifiuto i due euro lo faccio perché mosso dalla rabbia generata dal suo non aver voluto dividere i dieci euro equamente.

In conclusione, abbiamo visto che il resoconto dell'“alterità” che viene fornito dalla teoria dei giochi classica si basa su tre assunzioni non prive di difficoltà: razionalità individuale, comportamento autointeressato e consequenzialismo. Le implicazioni di queste assunzioni ci danno un'immagine troppo riduttiva dell'“altro”. Ciò è vero, in particolare per quanto riguarda l'aspetto dell'intenzionalità, e questo, a sua volta, determina molti dei problemi che la teoria dei giochi e l'economia, più in generale, incontra nella spiegazione e nella previsione del comportamento reale delle persone. 

Ecco perché, sempre, più abbiamo bisogno di intessere un dialogo profondo e proficuo con le altre scienze comportamentali. “Come possono esserci – si chiede Herbert Gintis - tre campi separati, sociologia, antropologia e psicologia sociale, per esempio, che studiano il comportamento sociale e delle organizzazioni? Come possono i quadri concettuali di base di queste tre discipline non avete quasi niente in comune? In nome della scienza, queste arbitrarietà devono essere abolite”. Esse continuano a persistere a causa “dell'organizzazione feudale delle discipline nel sistema universitario contemporaneo, della struttura delle agenzie che finanziano la ricerca e di un atteggiamento interdisciplinare che valorizza il comfort e la tradizione rispetto alla lotta per la verità”.

https://www.ilsole24ore.com/art/economia-scienza-asociale-AEfC1B1B

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