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Ecco perché servono altre Mani sulla città, di Fulvia Caprara

creato da D. — ultima modifica 15/09/2015 10:52
Il capolavoro "Le mani sulla città", restaurato, torna a Venezia. Il regista Francesco Rosi racconta la sua esperienza e dice: “Il cinema deve affrontare fatti che toccano la società..."

Il vigore polemico è quello di sempre. Intatto, come la memoria delle cose, e soprattutto come la forza d’animo che gli fa dire una frase semplice, ma preziosa per quanto è raro ascoltarla oggi: «Io la speranza non la perdo mai. Facendo conoscere i problemi, si può continuare a sperare che la gente si occupi della società in cui vive. È questa la chiave per capire la necessità di certi film».

 

Un bisogno che il cinema ha trascurato a tratti, nelle fasi storiche del disimpegno programmatico e dell’edonismo vuoto, e che un’opera come Le mani sulla città ricorda con tutto il fascino dei capolavori insuperabili, capaci di resistere allo scorrere del tempo. Restaurato dalla Cineteca Nazionale e dal Centro Sperimentale, in programma il 27 a Venezia, in Campo San Polo (per la sezione Classici) il film, datato 1963, descrive il meccanismo alla base del degrado, non solo della città di Napoli, stuprata, negli Anni 60, dalla speculazione edilizia, ma di tutto il Mezzogiorno d’Italia. Un intreccio fatale tra politica e corruzione, incarichi pubblici e interessi privati, familismo amorale e assenza di senso civico: «Il cinema - dice Francesco Rosi - deve affrontare in modo chiaro ed esplicito i fatti che riguardano la cultura e la collettività. Decisi di fare Le mani sulla città perchè pensavo bisognasse stimolare il dibattito sulla situazione edilizia di una città importante e vasta come Napoli, non era una materia trascurabile. Attraverso il film la gente poteva essere messa al corrente di cose che altri mezzi non erano riusciti a comunicare».

 

La storia s’ispirava alla stretta attualità. Non a caso lei scelse, per la parte del consigliere d’opposizione De Vita, il deputato del Pci Carlo Fermariello e, nei ruoli dei cronisti che assistevano alle udienze del Consiglio Comunale, dei veri giornalisti.

«Era estremamente importante far vedere quello che realmente avveniva durante quelle sedute. Avevo conosciuto il consigliere Fermariello, mi era parso che continuasse a esprimere con passione e tenacia l’impegno e le preoccupazioni che, prima di lui, erano appartenuti all’ingegnere e architetto Luigi Cosenza. Mostrare quei personaggi serviva a innescare la discussione concreta, fattiva, su quei conflitti».

 

Per il personaggio di Edoardo Nottola, il costruttore senza scrupoli che progetta lo scempio della città, ha voluto Rod Steiger, attore in opere del calibro di Fronte del portoAl Capone. Con lui come andò?

«L’avevo visto appunto al cinema, mi aveva colpito per il modo in cui recitava tipi molto tosti, figure di una certa durezza. Ho pensato fosse l’interprete ideale, mi feci dare il suo numero, ma poi, invece di telefonargli, gli ho scritto dicendo che volevo proporgli un ruolo. Stava lavorando in Canada, mi rispose chiedendomi di inviargli il copione, dopo averlo letto mi avrebbe risposto. Replicai spiegando che il copione non ce l’avevo, ma che se fosse venuto a Napoli, glielo avrei raccontato. Lui accettò, gli spiegai tutto, stette ad ascoltare, e, alla fine, ci stringemmo la mano. Era fatta».

 

A Venezia Le mani sulla città vinse il Leone d’oro. Ma ci furono anche reazioni negative.

«Certo. Il Leone fu attribuito all’unanimità, ma c’era tanta gente che non fu d’accordo, alcuni erano francamente contro. Molti signori e anche signore della buona società veneziana vennero alla proiezione portandosi dietro le chiavi dei loro palazzi affacciati sulla laguna. Erano chiavi fatte a tubo, con un foro, perfette per fischiare. E per quello furono usate».

 

In Italia il filone del cinema di denuncia a un certo punto si è esaurito, e si può dire che lei non abbia eredi. Come mai?

«L’influenza più forte è venuta dalla stagione del neo-realismo, quel cinema sensibilizzò molti giovani autori, avvicinandoli alla verità e spingendoli a raccontarla. Capirono che era importante fare film sulla realtà e infatti quel periodo influenzò la cinematografia di tutto il mondo. Non posso parlare per gli altri. Quanto a me, ho individuato quasi subito la potenza del cinema nella sua funzione politica e sociale. Prima delle Mani sulla città avevo fatto La sfida che parlava del modo con cui la criminalità organizzata dominava le attività commerciali pubbliche. Bisognava comunicare gli eventi in tutta la loro evidente drammaticità».

 

A Napoli è tornato a girare, nel ’92, il documentario Diario napoletano. Come vede oggi la città in cui è nato?

«Ho nutrito grandi speranze nell’epoca di Maurizio Valenzi e poi di Antonio Bassolino. Oggi quelle aspettative sono notevolmente diminuite, anche se io la speranza non la perdo mai».

 

Non ha voglia di tornare dietro la macchina da presa?

«Ho 91 anni, un’età molto rispettabile. Le cose bisogna farle quando si è sicuri di poterle affrontare e portare avanti».

 

Che impressione le ha fatto vedere la copia restaurata delle Mani sulla città?

«Il lavoro ha riguardato soprattutto la fotografia, bellissima, in bianco e nero. L’impressione è che il film sia ancora vivo e utile. Il linguaggio cinematografico, l’uso delle immagini, serve a far capire che i contenuti non sono locali, ma universali, riguardano tutti».

 

fonte: www.lastampa.it, 25.08.2013

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