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E se sostituissimo al metro del merito quello della dignità?, di Vittorio Pelligra

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 05/10/2020 17:35
Regna la retorica della meritocrazia. Eppure, nella valutazione delle persone, sarebbe ora di introdurre nuovi strumenti, più equi...

La retorica della meritocrazia che ha pervaso la cultura e l’organizzazione sociale ed economica delle nostre società avanzate è stata definita, nei titoli dei loro recenti libri, una «trappola», dal giurista di Yale Daniel Markovitz e una «tirannia», dal filosofo di Harvard, Michael Sandel. In casa nostra il dibattito è aperto anche se, probabilmente, non ancora sviluppato quanto meriterebbe. Ce ne stiamo occupando da qualche settimana su Mind the Economy, in particolare, perché una delle più inquietanti conseguenze culturali della retorica meritocratica ha un legame diretto con la riflessione sul lavoro e il suo significato che ha caratterizzato la nostra riflessione negli ultimi mesi.

Il rischio della simmetria delle valutazioni

La «simmetria delle valutazioni» è una delle conseguenze, se non logiche, certamente psicologiche, che la retorica meritocratica si porta dietro e che ci induce a pensare che se, da una parte, il successo, la fama e la ricchezza, premiano l’impegno e il merito, dall’altra, l’insuccesso, l’irrilevanza e la povertà, sono le giuste ricompense della mancanza di impegno. In entrambi i casi l’esito, positivo o negativo, in quanto direttamente determinato dal merito o dal demerito, è giusto. 

Le conseguenze di questa «simmetria delle valutazioni» sono devastanti per la stabilità di ogni società ben ordinata. La prima ragione riguarda il fatto che l'ascrizione dell'insuccesso ad un demerito e ad una mancanza di impegno porta allo sviluppo di un atteggiamento di supponenza e di colpevolizzazione da parte di chi ce l’ha fatta nei confronti di chi non ce l’ha fatta.

Il premio non (sempre) significa merito

Il risentimento e la perdita di fiducia sono le reazioni che, comprensibilmente, si osservano sempre più frequentemente da parte di chi rimane indietro nei confronti delle élites tecnocratiche che li governano e li sovrastano politicamente ed economicamente. L’effetto di questo risentimento, accentuato dallo smantellamento dello stato sociale, anch’esso facilmente inquadrabile come una conseguenza della diffusione della retorica meritocratica, è una maggiore polarizzazione, conflittualità e instabilità delle nostre comunità. 

L’aumentare dell’instabilità è anche una delle ragioni per cui, secondo alcuni, la retorica meritocratica dovrebbe essere combattuta anche e soprattutto da quei liberali che comprendono come il buon funzionamento del mercato in una società libera possa essere messo in crisi da un’associazione, tanto apparentemente scontata quanto filosoficamente illogica, tra liberalismo e logica della meritocrazia. Il mercato non premia il merito e il «premio», maggiori salari, maggiori profitti, una maggiore ricchezza, non dovrebbero mai essere considerati un indicatore di un maggiore merito. 

Dall’anti-meritocrazia all’a-meritocrazia

Questa considerazione può essere la chiave di volta per una proposta che superi la «trappola» della meritocrazia e spinga verso un’organizzazione sociale ed economica di mercato che sia non tanto «anti-meritocratica», ma piuttosto «a-meritocratica»; ciò ad indicare che una democrazia liberale non ha necessità di combattere la logica del merito, quanto piuttosto di superarla con una logica progressiva, basata, io credo, sull’idea di lavoro, ma di un lavoro dignificato e capace di generare senso per ognuno di noi. In fondo, all’origine del risentimento che alimenta il masochistico consenso verso i movimenti populisti, sta il tema del «riconoscimento», o meglio del mancato riconoscimento. «Il disprezzo per i meno istruiti è, oggi, l’ultimo pregiudizio ancora accettabile». Così titolava un recente articolo di Sandel sul New York Times. Perché se non sei istruito la colpa è tua, perché anche la sinistra progressista offre, come risposta alle necessità di chi parte da molto indietro, la possibilità di studiare; non importa se, magari, in scuole di serie B, con insegnanti di serie C, in contesti sociali di serie Z. 

Ma se il mantra anche della sinistra è diventato l’obamiano «se ci provi ce la fai», allora alla base dell’insuccesso scolastico ci può essere solo il non averci voluto provare. Basterebbe dare un’occhiata alla distribuzione geografica dei punteggi dei test Invalsi per capire che, se tale logica fosse stringente, dovremmo ammettere che metà Italia, la metà che sta più a Sud, è caratterizzata da un insuccesso di cui dovrebbe incolpare solo sé stessa. La responsabilità, in particolare, sarebbe di quegli studenti dai sei anni in su che, per demerito, mancanza di impegno e atavica pigrizia, non riescono a star dietro ai risultati dei loro coetanei veneti, trentini o piemontesi, operosi e amanti del sacrificio. Ho il sospetto che il numero di chi sposa una simile diagnosi apertamente, ma molto più frequentemente in maniera sotterranea se non inconscia, sia notevolmente cresciuto in questi anni.

Cosa ci insegna il gioco d’azzardo

Chi non vuole cedere ad una rappresentazione così banale e manifestamente ingiusta della realtà, non può non chiedersi che ruolo abbia la diffusione della retorica meritocratica in tutto questo, e pensare ad una via d’uscita che non può che essere prima culturale e poi politica. Il primo passo necessario verso la sterilizzazione degli effetti nefasti della retorica meritocratica è la riaffermazione della differenza tra valore sociale e valore di mercato. Soprattutto nel mondo del lavoro è necessario sottolineare sempre con maggior forza che ciò che il mercato premia non è sempre ciò che la società apprezza di più. 

Le enormi ricchezze associate a rendite e speculazioni finanziarie non possono certo essere considerate un indicatore del valore sociale di queste attività. Gli enormi profitti legati al settore dell’azzardo non possono certo essere presi come misura del contributo che il settore dà al bene comune, né gli stipendi di super manager che guadagnano 2500 volte lo stipendio mediano dei loro dipendenti, è il caso di Jonas Prising, ceo di Manpower, e valori simili li ritroviamo nel caso della Disney o di Starbucks. Cosa può voler dire? Forse che Prising è 2500 volte più meritevole dei suoi dipendenti?

L’equivoco della remunerazione

È chiaramente un concetto senza senso, che nasconde una logica senza senso perché basata su un equivoco di fondo: il valore delle remunerazioni emergente nella logica di mercato è contingente a una miriade di condizioni esterne che influenzano domanda e offerta modificando i prezzi e i salari di equilibrio, ma che nulla hanno a che fare con il valore dell’opera generatrice di un lavoratore, con il senso di ciò che egli fa e con la dimensione del suo contributo all'avanzamento del bene comune. Spezzare questo legame equivoco tra valore di mercato e valore sociale è poi necessario per aiutarci in una seconda operazione che è quella che prevede di cambiare la prospettiva da cui il discorso pubblico e la politica economica tendono a osservazione l’azione primaria dei cittadini in ambito economico: prima consumatori, poi tutto il resto. Porre l’accento sul cittadino-consumatore determina una impostazione nella quale, per esempio, avere il lavoro o non averlo, non fa differenza fintanto che a ciascuno è garantito un reddito minimo che consenta un dato livello di consumo. 

Spostare la prospettiva da cittadino-consumatore a cittadino-produttore sovvertirebbe tale logica, consentendo di mettere il lavoro, con la sua dignità e la sua capacità di generare valore condiviso, al centro della politica economica. «D’altra parte, se a fondare il potere pervasivo della forma di vita capitalistica non è la produzione di merci in quanto tale, ma la produzione dell'incessante bisogno di consumarle, anche il lavoro risulta ridotto al suo valore d'uso strumentale. Si può riconoscere in questa situazione la base per un’analisi del lavoro che attende di essere condotta approfonditamente al fine di trarne le conseguenze necessarie, riguardo alla sua definizione, alla sua organizzazione e alla sua rappresentanza», ha scritto in un recente saggio lo psicologo Ugo Morelli. 

Essere produttori significa contribuire in modo creativo al soddisfacimento dei bisogni altrui, significa sentirsi parte di una comunità, sentirsi utili al raggiungimento dei fini di questa comunità. E il valore di questo contributo non può essere dato esclusivamente dal valore delle remunerazioni connesse al lavoro. Significa andare al fondo di quegli elementi che consentono alla nostra attività lavorativa di diventare generatrice di senso per noi e per chi ci circonda; elementi che hanno a che fare con la dimensione dell'autonomia, della relazionalità e della pro-socialità: essere nelle condizioni di fiorire come persone, lavorando con gli altri e per gli altri. 

La «rivelazione» della pandemia

Lo shock pandemico costituisce, da questo punto di vista, un'esperienza rivelatrice che, alterando l'abituale ordine delle cose, ci ha messo nelle condizioni di vedere chiaramente l'assenza di legame tra remunerazione di mercato e valore sociale. In questo modo a molti è apparso chiaro il valore vero di molte attività lavorative, certo non remunerate economicamente e socialmente in base alla loro capacità di contribuire al benessere comune: le commesse e gli infermieri, i lavoratori della logistica e i trasportatori, i tecnici delle telecomunicazioni, i ricercatori, magari anche precari, e gli spazzini, solo per fare qualche esempio. 

“Verrà un giorno nel quale la nostra società dovrà imparare a rispettare gli spazzini se vorrà sopravvivere, perché la persona che raccoglie la nostra spazzatura è, in ultima analisi, altrettanto importante del medico, perché se lo spazzino non facesse bene il suo lavoro le malattie sarebbero ovunque. 

Ogni lavoro ha la sua dignità”. Così diceva Martin Luther King, in un famoso discorso a Memphis nel 1968, poco prima di essere assassinato, proprio a proposito del legame tra valore del lavoro e la sua remunerazione monetaria e ciò vale oggi ancora di più allora, a proposito del suo riconoscimento sociale. Quel giorno, chiaramente, ancora non è giunto, ma l'esperienza della pandemia, forse, ci sta aiutando a cambiare sguardo anche rispetto a questo tema. Dissipare l'illusione di un legame tra valore di mercato e merito, spostare l'enfasi dal cittadino-consumatore al cittadino-produttore e, infine, riproporre con convinzione il tema del lavoro dignitoso, della dignità del lavoro come misura del benessere individuale e sociale.

La lezione di Giovanni Paolo II

Se, da una parte, attraverso il lavoro umanizziamo il mondo, è anche vero che con il lavoro contribuiamo ad umanizzare noi stessi, secondo la bella intuizione che Giovanni Paolo II esplicita nella Laborem Exercens: «Il lavoro è un bene dell'uomo […] Ed è non solo un bene “utile” o “da fruire”, ma un bene “degno”, cioè corrispondente alla dignità dell’uomo, un bene che esprime questa dignità e la accresce […] Il lavoro è un bene dell'uomo - è un bene della sua umanità -, perché mediante il lavoro l'uomo non solo trasforma la natura adattandola alle proprie necessità, ma anche realizza se stesso come uomo ed anzi, in un certo senso, “diventa più uomo”». 

L’affermazione di questi tre passaggi fondamentali avrebbe conseguenze rilevanti per l'organizzazione sociale e per la prospettiva dalla quale affrontiamo alcuni dei temi cruciali delle nostre convivenze. Come impostare la tutela dei lavoratori in questo momento di crisi? Gli Stati Uniti, per esempio, hanno optato per la libertà di licenziamento e il ricorso ai sussidi di disoccupazione; altri stati europei, tra cui anche l’Italia, hanno agito diversamente tutelando non solo il potere d’acquisto ma il lavoro in sé, perché questo si porta dietro riconoscimento sociale, autostima e senso di appartenenza ad una comunità al cui benessere possiamo contribuire.

Il tema dell’integrazione

Non è un dato irrilevante né trascurabile. Un altro tema caldo è, naturalmente, quello dell’immigrazione e dell’integrazione che se osservato con le lenti del cittadino-consumatore fa emergere un drenaggio di risorse e un aggravio dei costi, mentre se osservato dalla prospettiva del cittadino-produttore, apre spiragli di benefici comuni, di un mutuo vantaggio fatto di lavori degni, lotta all'illegalità e allo sfruttamento, condizioni umane e umanizzanti, per tutti, non solo per i migranti. E allora il lavoro sarebbe anche strumento di crescita e integrazione, rispetto ad un fenomeno che altrimenti, come dimostrano i fatti, sarebbe impossibile da governare. Un terzo tema, tra i molti rilevanti, poi, è quello della progettazione del sistema fiscale. 

Quando ancora il processo di finanziarizzazione dell'economia era agli inizi, l’economista premio Nobel, James Tobin, scrisse, con preoccupazione, di quanto stessimo «sprecando risorse, compresi i nostre migliori giovani, in attività finanziarie lontanissime dalla produzione di beni e servizi, attività che altissime ricompense private del tutto sproporzionate rispetto alla loro produttività sociale». 

Come ripensare il sistema fiscale per attribuire dignità a lavori produttivi e disincentivare rendite finanziarie e lavori socialmente inutili se non dannosi? Spostando il peso della tassazione, progressivamente, dal lavoro al consumo e soprattutto sulle transazioni finanziarie. Negli ultimi decenni il sistema finanziario, che dovrebbe facilitare l'allocazione di risorse verso le attività più produttive e capaci di generare valore condiviso, creando gli incentivi per la ricerca e l'innovazione e la diffusione di prodotti e servizi in grado di risolvere sempre meglio i nostri problemi e di soddisfare sempre più i nostri bisogni vecchi e nuovi, si è progressivamente trasformato un una macchina, parafrasando Piero Sraffa, di produzione di soldi a mezzo di soldi. 

Cos’è «adeguato» per Warren Buffett

Se la prima funzione ha una qualche utilità sociale che giustifica le richieste di detassazione e deregolamentazione, la seconda produce disutilità sociale e andrebbe, quindi, fortemente regolamentata e scoraggiata attraverso un’imposizione fiscale adeguata. Ma cosa vuol dire adeguata? Bisognerebbe chiederlo a Warren Buffett che si è accorto di essere soggetto ad un’aliquota inferiore a quella che paga la sua segretaria sui guadagni del suo lavoro. 

Gli enormi guadagni che il settore finanziario genera non sono legati a nessun merito, a nessun valore sociale condiviso, al contrario accrescono le disuguaglianze e favoriscono l’instabilità economica rendendo le nostre economie fragili e vulnerabili. 

Sarebbe ora di avviare una riflessione su questo tema a partire dal confronto con il mondo del lavoro, perché il sistema fiscale non ha solo una funzione strumentale legata all'ottenimento di risorse per il funzionamento del sistema pubblico, ma esercita anche una forte funzione espressiva. Ci dice cosa ha valore e cosa non ne ha. Una elevata imposizione sui tabacchi segnala implicitamente che la comunità non apprezza il consumo di sigarette perché produce esternalità negative, costi sanitari e sociali e va scoraggiato rendendolo più costoso. Cosa stiamo segnalando, qual è il valore espressivo di una tassazione più elevata sul lavoro di quella che abbiamo sulle rendite finanziarie? Qual è il messaggio e quali sono gli effetti? Non sarebbe meglio favorire le assunzioni da parte delle imprese, gli investimenti in ricerca e sviluppo, la crescita della produttività invece che incentivare l'utilizzo di quelle risorse alla ricerca di rendite finanziarie? 

La riforma del sistema fiscale dovrebbe porsi esplicitamente una simile domanda e dare risposte soddisfacenti e chiare all’opinione pubblica.

Spostare l’enfasi verso la dignità

Spostare l’enfasi dal consumo alla produzione ci aiuterebbe a capire che il valore del lavoro è soggettivo ancora più che oggettivo. Il lavoro-merce, scambiabile, quantificabile, sostituibile è solo un lato, e non quello più prezioso, di una medaglia che ha sull’altra faccia il valore soggettivo del lavoro, ciò che esso rappresenta per le donne e gli uomini che in esso riversano la loro fatica, le loro capacità e virtù, la loro creatività, il loro desiderio di socialità, di fiorire come persone, di scoprire di essere utili e perfino indispensabili, di poter fare, grande o piccola che sia, la differenza. 

È in queste dimensioni soggettive che il lavoro trova la sua dignità, non nel successo che il mercato gli riconosce in termini puramente monetari. Una delle grandi contraddizioni del nostro tempo sta proprio nella divergenza tra queste due dimensioni soggettiva e oggettiva del valore. Abbiamo smesso di dare importanza a ciò che conta e valore a ciò che serve e abbiamo consentito all’accaparramento, da parte di coloro che non fanno, di parte del significato della vita di coloro che vorrebbero fare ma non riescono. Una forma inedita di espropriazione di un surplus esistenziale e non solo materiale. Ecco perché appare sempre più urgente che il metro di valutazione delle persone, del loro lavoro, dei loro risultati sia sempre meno il malinteso e distopico «merito» e diventi sempre più quello del senso e della dignità.

https://www.ilsole24ore.com/art/e-se-sostituissimo-metro-merito-quello-dignita-ADipWTq

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