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È la fine del clericalismo la svolta contro gli abusi, di Riccardo Cristiano

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 26/02/2019 09:22
In definitiva la strada che è emersa dal vertice appena concluso non si risolve in appelli alla “tolleranza zero”, certamente preziosi, ma che hanno bisogno di una cultura per diventare realtà. E individuare nel clericalismo il malanno, la malattia, è la strada giusta; e proprio perché giusta, impervia…

Le parole di monsignor Scicluna, che molti chiamano “il procuratore anti-abusi della Santa Sede”, sono chiare. A Vatican News ha detto: “Il Papa ha anche voluto sottolineare che sarà il Popolo di Dio a liberarci dalla piaga del clericalismo, terreno fertile di questi abomini. Anche perché questa lotta non è solo dei vescovi e dei sacerdoti ma appunto di tutto il Popolo di Dio”. Davvero? Se è così questa volta la Chiesa sembra aver imboccato una strada nuova e l’atto legislativo, il motu proprio, che papa Francesco si appresterebbe a divulgare in merito alla lotta agli abusi sessuali nella Chiesa lo potrebbe incarnare. Perché se questo motu proprio del pontefice contenesse una riforma del segreto pontificio e l’istituzione ovunque di quell’autorità indipendente, costituita da chierici e laici, alla quale le vittime, o presunte tali, si potrebbero rivolgere, allora cadrebbe un muro.

Una conferma lucidissima e importantissima di questa visione l’abbiamo già avuta nelle parole del papa. Lui, il papa che ci ha insegnato che l’identità di Dio si chiama misericordia, ieri ha evocato l’ira di Dio, che sin qui si è conosciuta per divorziati, fruitori della pillola anticoncezionale, partecipi del dramma di Piergiorgio Welby, i cui funerali vennero proibiti nonostante avesse rispettato la legge cattolica che proibisce l’interruzione dell’alimentazione e dell’idratazione ma non della ventilazione. Ora la conosciamo per qualcosa che la merita davvero, gli abusi di minori; ma come la conosciamo? La conosciamo attraverso l’ira del popolo di Dio, ha detto Francesco. Ma perché l’ingresso delle vittime e dei laici nel meccanismo decisionale e nella discussione canonica sarebbe così importante? E perché ci si potrebbe arrivare adesso? La risposta la troviamo in Sant’Ignazio di Loyola e nei suoi esercizi spirituali. Ma per arrivarci abbiamo bisogno di un gesuita. E gesuita certamente è padre Paolo Dall’Oglio. Nel suo libro “Collera e luce” il gesuita racconta dei suoi primi anni in Siria, dove presto si abitua a parlare sempre come se potesse essere spiato, ascoltato. E spiega: “Quando mi chiedono dove ho imparato questo, rispondo: forse nella chiesa cattolica! Essa infatti funziona da molto tempo, che lo si voglia o meno, come una struttura ideologica scarsamente pluralista, parecchio direttiva e profondamente dogmatica. Invece di pensare si pensa ciò che si deve pensare. Invece di esprimersi, ci si ricorda di ciò che si deve dire. D’altra parte l’espressione ‘dobbiamo dire’ è una formula di rito. Il rischio legato a questo genere nei diktat è l’interiorizzazione incosciente, e dunque molto pericolosa, della sottomissione a un’autorità incontestabile. Cercare di liberarsi di questo giogo è un ottimo esercizio di libertà: del resto sant’Ignazio ne è stato un raffinatissimo maestro nei suoi esercizi spirituali.”

Questo esercizio di libertà nella Chiesa ha avuto chiaramente un sussulto con il pontificato di Francesco. In un’intervista importantissima rilasciata a padre Antonio Spadaro, Francesco ha ricordato le opposizioni polari di Romano Guardini affermando che “l’opposizione apre un cammino, una strada da percorrere. Romano Guardini parlava di un’opposizione polare in cui i due opposti non si annullano. Non avviene neanche che un polo distrugga l’altro. Non c’è né contraddizione né identità. Per lui l’opposizione si risolve in un piano superiore. Le tensioni non vanno necessariamente risolte e omologate, non sono come le contraddizioni”.

Queste parole Francesco le ha messe in atto con i suoi comportamenti nella Chiesa; adesso sembra determinato a procedere su un altro fronte di libertà, quello che libera la struttura dalla percezione di dover difendere se stessa e la sua “incontestabile autorità”. E allora non può che tornare nelle nostre menti la parola “discernimento”, così ignaziana, così frequente in Bergoglio. E cosa c’entra con tutto questo “il discernimento”? C’entra con la libertà, come spiega benissimo un altro gesuita, padre Gaetano Piccolo: “Il discernimento (che letteralmente vuol dire fare una cernita) non significa semplicemente scegliere secondo il buon senso, ma mettersi in una situazione di libertà interiore per sentire verso dove Dio ci spinge”. L’opposto di quel pensare ciò che si vuole. Si pensi a ciò di cui si è parlato in precedenza.

In definitiva la strada che è emersa da questo vertice non si risolve in appelli alla “tolleranza zero”, certamente preziosi, ma che hanno bisogno di una cultura per diventare realtà. E individuare nel clericalismo il malanno, la malattia, è la strada giusta; e proprio perché giusta, impervia.

https://formiche.net/2019/02/chiesa-clericalismo-abusi/

Pedofilia, il cardinale Stella: più psicologi dentro i seminari, di Domeico Agasso

Intervista con il prefetto della Congregazione per il Clero: «Potranno essere utili tirocini in cui mettere i seminaristi a contatto con famiglie e donne», per «uno sguardo più ampio sulla realtà»…

Nel piano del Papa per la lotta contro gli abusi un punto cruciale è la prevenzione. E in questi giorni al summit anti-pedofilia in Vaticano si discute anche di regole sui seminaristi, «programmi di formazione per consolidare la loro maturità umana, spirituale e psicosessuale», come pure «le loro relazioni interpersonali».

Ne abbiamo parlato con il cardinale Beniamino Stella, prefetto della Congregazione per il Clero, dunque il responsabile dei seminari di tutto il mondo.

Eminenza, quali sono le sue aspettative e speranze sul summit?

«Dal punto di vista della Congregazione per il Clero, l’auspicio principale dopo i lavori di questi giorni è che ci sia un rinnovato interesse di tutta la comunità ecclesiale – pastori e fedeli laici – per la formazione iniziale in Seminario, in modo da garantire per il futuro una più efficace prevenzione contro il rischio di abusi tramite una migliore selezione dei candidati al sacerdozio.

Occorre comunque non farsi trascinare dai toni “apocalittici” di quanti pretenderebbero di “rivoluzionare” l’intero sistema della formazione in Seminario. A mio avviso, si tratta di farlo funzionare meglio, con la nomina da parte dei Vescovi di formatori preparati e pienamente dedicati a tale ministero, capaci, in un contesto di quotidiana vita comunitaria, di cogliere in un seminarista “stranezze” o “segni” che potrebbero indicare una affettività immatura, problematica o anche veri e propri “vizi”, o forme patologiche, così da poter intervenire tempestivamente con gli interventi stimati necessari per ogni caso (dimissione, percorsi alternativi, supporto specifico, etc.).

In tale senso, quindi, è essenziale che si eviti la formazione “fai-da-te”, in Seminari con numeri troppo esigui (si potrebbe dire “quattro amici al bar”, più che una vera comunità), o addirittura nelle parrocchie, dovendosi preferire i Seminari interdiocesani, per la possibilità di una vita comunitaria con numeri adeguati e con formatori all’altezza del loro compito».

Nella sfida della prevenzione, si avverte la necessità di norme «riguardanti i seminaristi e i candidati al sacerdozio», come ha scritto il Papa nei 21 spunti di riflessione, con «programmi di formazione per consolidare la loro maturità umana, spirituale e psicosessuale»: Lei che cosa ne pensa? Quali bisogni urgenti avverte nel mondo dei seminari?


«Le norme e le linee formative di riferimento sono quelle della Ratio fundamentalis del 2016, un testo base per orientare le Conferenze Episcopali nella redazione della loro Ratio Nationalis; altre materie – come, ad esempio, i nuovi accessi in Seminario dopo una precedente uscita, o dimissione da esso – sono affidate dal Codice di Diritto Canonico alla valutazione e alla produzione normativa delle stesse Conferenze Episcopali.

Circa i “programmi di formazione”, in una visione integrale di essa, la dimensione umana deve avere oggi una attenzione prioritaria, in considerazione dei contesti famigliari e sociali da cui in non pochi casi proviene il giovane candidato.

La cura in special modo della formazione umana nel corso degli anni di Seminario costituisce una “palestra” in cui il seminarista, accompagnato dai formatori, si cimenta con la propria persona, scoprendo punti di forza, ma anche trovandosi di fronte a debolezze e precarietà; ciascuno è chiamato a un dialogo con il proprio passato e il proprio presente, per aiutare il seme della vocazione a crescere e, in prospettiva futura, gettare solide fondamenta per il ministero sacerdotale. Infatti, in Seminario si vive una prova della personalità, che permette al seminarista di prepararsi a una missione che lo impegnerà per tutta la vita.

In modo particolare, nell’ambito affettivo, occorrerà presentare sempre più e meglio il celibato nel suo valore relazionale e nella sua positività, aiutando i seminaristi a comprenderlo, interiorizzarlo e viverlo già prima di giungere all’ordinazione.

Il tema del celibato, mi sembra, dovrebbe essere uno dei principali “capitoli” nell’ambito della direzione spirituale negli anni del Seminario; esso costituisce un vero “banco di prova” della tenuta spirituale di un giovane, in quanto un celibato serenamente vissuto produce stabilità emozionale, disciplina personale e un perseverante amore alla propria vocazione. Giova ricordare che, in passato, la stessa Congregazione dei Seminari richiedeva ai direttori spirituali un tempo comprovato di precisa osservanza della castità personale, indicandolo come un requisito indispensabile per quella “tenuta” successiva all’ordinazione che è imposta dalla promessa formale di celibato. Di fatto, invece, oggi in vari casi la direzione spirituale prescinde dal trattare queste tematiche affettive e di castità personale, rinunciando quindi a quell’esercizio di fedeltà alla continenza e, di fatto, alla propria vocazione, che conducono poi a sviluppare una vera paternità spirituale.

In sintesi, quindi, riterrei di poter considerare “bisogni urgenti” per i Seminari la presenza di vere comunità, accompagnate da formatori preparati e disponibili, in cui la vita comunitaria abitui alla relazione e al servizio reciproco, e la direzione spirituale sappia guidare i giovani verso la maturità umana e vocazionale della conformazione a Cristo».

Si parla anche di una «valutazione psicologica», che per molti potrebbe essere un elemento di svolta positiva: che cosa ne pensa?

«Come ricorda la Ratio fundamentalis institutionis sacerdotalis del 2016, per la formazione nei Seminari è importante il contributo di esperti in psicologia/psichiatria che, al bisogno, possano offrire ai formatori elementi tecnici per inquadrare la personalità di un seminarista “strano”, “difficile”, “rigido”, e magari dare un nome scientifico a tale situazione, nell’interesse del candidato stesso e per una più corretta valutazione circa la possibilità che prosegua nel cammino formativo. Ovviamente, non è un test psicologico che decide della vocazione, ma esso può rivelarsi un utile sussidio per una più accurata comprensione della situazione interiore del seminarista, in alcuni casi sino a far emergere le problematiche più profonde.

Più che una “svolta”, quindi, mi sembra che si tratti di uno strumento prezioso per i formatori, per contribuire al discernimento della vocazione e alla crescita umana del seminarista, con in più la possibilità di offrire a chi ne ha bisogno un accompagnamento specifico, un aiuto psicologico per situazioni pregresse non risolte, connesse magari con la famiglia di origine o con eventuali traumi della fanciullezza.

In ogni caso, un sussidio psicologico potrà essere utile al momento dell’ammissione in Seminario e, successivamente, durante gli anni della formazione, quando lo esiga una situazione particolare, soprattutto in prossimità dell’ordinazione».

Come risponde all’accusa di chi dice che i seminari oggi non preparano i futuri sacerdoti a «stare nel mondo reale»?

«Io direi che oggi i seminaristi conoscono il mondo reale anche troppo bene, avendo vissuto in esso prima di entrare in Seminario, dal momento che spesso si tratta di vocazioni adulte, persone con titoli universitari ed esperienze nel mondo del lavoro, che si preparano al sacerdozio a partire da una maturità e da una visione del mondo diverse rispetto al passato.

Posto in questi termini, quindi, mi sembra un problema non più attuale, fittizio, a meno che non si voglia pensare a giovani che fuggono il mondo e cercano un “porto sicuro” in Seminario, per non confrontarsi con la realtà e non assumere responsabilità. Tali giovani provengono spesso da fallimenti affettivi, o situazioni lavorative incompiute, e vedono nel Seminario un comodo “piano b”; si tratta ovviamente di persone non idonee a ricevere l’ordine sacro, che devono essere aiutate a maturare, per vivere da laici nel mondo la loro appartenenza ecclesiale.

D’altra parte, è essenziale non fare del Seminario un ambiente chiuso, con dinamiche autoreferenziali e sganciate dalla vita concreta del popolo di Dio. A tal fine, si può profittare, ad esempio, dei tirocini pastorali per mettere i seminaristi a contatto con famiglie e con donne, in modo che possano imparare a relazionarsi non solo in un ambiente tutto maschile, spesso di soli coetanei, o quasi. Le problematiche vissute dalle famiglie e l’esempio da loro offerto costituiranno un arricchimento e una crescita per i seminaristi, mentre la sensibilità femminile potrà aiutarli ad avere uno sguardo più ampio sulla realtà. Per altro, il contatto con persone che vivono al di fuori del Seminario servirà anche a far emergere e a correggere quei tratti di “clericalismo” che potrebbero svilupparsi in un giovane che vivesse la formazione solo con altri preti e seminaristi».

 

https://www.lastampa.it/2019/02/24/vaticaninsider/pedofilia-il-cardinale-stella-pipsicologidentro-ai-seminari-LcOxvA293lisfRMEH5FWqL/pagina.html

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