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E i ragazzi del quartiere San Paolo cantano il rap della rapina violenta, di Giuliano Foschini

creato da Denj — ultima modifica 14/09/2015 13:03
"Non vedi, non senti, non parli oppure ti fanno del male" dice il Nano. I ragazzi che aspettano il pullman che li porta in piazza Garibaldi sono d'accordo: "Sono loro che sono stronzi. Dov'erano fino a ieri? E dove saranno domani? Noi parliamo. E loro scappano". Avendo chiaro chi sono loro ("la politica, lo Stato") la domanda è chi sono i "noi"?

Dicono che non si possa capire l'Italia, oggi, senza aver ascoltato un pezzo di Fabri Fibra. E allora probabilmente è impossibile capire questa Bari senza conoscere Il Nano, il rapper di Japigia. Perché mentre in Prefettura discutevano di sociologia della mafia, al quartiere San Paolo i ragazzi contavano i buchi sul muro e cantavano le sue canzoni.

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"Fa freddo stamattina, pistole nascoste sotto il comodino, sotto il letto il rosario per la preghiera, Cristo fammi tornare a casa, nonostante i casini". Comincia così, con il testo rigorosamente in barese, la hit del momento del Nano. Si chiama "La d d' la rapin", il giorno della rapina, e il rapper la canta con un ospite speciale: il neomelodico Tommy Parisi, che poi è il figlio di Savinuccio, il boss dei boss. Parisi ha una voce che fa impazzire le ragazzine, un cognome che fa impressione, "ma non è un cattivo ragazzo" giurano gli stessi che da anni fanno le indagini sul padre e sulla sua famiglia. Non è un mafioso. E' un cantante. E ha capacità, forza e retorica per raccontare le vite di questi ragazzi "abbandonati da Dio" come dice Parisi, che hanno un vocabolario fatto di ferri e di amori, mamme che piangono e ragazze che chiedono di vivere nell'oro.

Bisognava ascoltare il Nano per capire che la Capagira non è finita, che Bari è tornata a essere quella cosa lì, che la capitale della Cultura è lontanissima, che la dinamite non serve più a fare crollare i palazzi ma a fare saltare le saracinesche. Bisognava conoscere Il Nano per non sorprendersi domenica, quando si è scoperto che uno degli ammazzati è morto nonostante avesse un giubbotto antiproiettile, e che ce l'avevano anche tre degli ultimi sparati. "Noi lo chiamiamo il Moncler. Duecento euro: serve?". Il Moncler al San Paolo è il giubbotto antiproiettile. E lo ritengono in tanti quasi un accessorio necessario. Perché, canta il Nano, "quando spara qualcuno, non sai mai i proiettili dove arrivano". Hanno sparato all'una, di domenica. Con un kalashnikov. In mezzo alla gente. Ma non ha visto nessuno. Siete omertosi?


"Non vedi, non senti, non parli oppure ti fanno del male" dice il Nano. I ragazzi che aspettano il pullman che li porta in piazza Garibaldi sono d'accordo: "Sono loro che sono stronzi. Dov'erano fino a ieri? E dove saranno domani? Noi parliamo. E loro scappano". Avendo chiaro chi sono loro ("la politica, lo Stato") la domanda è chi sono i "noi?" Le centinaia di ragazzi che vanno a scuola di antimafia tutti i giorni per esempio al San Paolo Social Network o dalle altre cooperative che da anni lavorano sole e benissimo qui dentro? Oppure i duemila e 400 che ogni giorno da quando è uscito il pezzo (237.600 visualizzazioni in meno di otto mesi) vanno a sentire su Youtube il Nano e Tommy Parisi? I noi sono questi qui?: "Mi hanno messo in mezzo al giro. Voglio uscire ma da questa merda non esci in più. O vai in galera oppure da questa merda non esci vivo, o vai in galera oppure ti uccidono. Per questo carico la pistola e ti mando al creatore poi si pensa a domandare perdono. Ma la coscienza non si lava con il sapone, le mani restano imbrattate da una calibro nove"?

"Questa strage ha sconvolto tutti tranne chi qui ci vive, ci lavora" ammettevano ieri gli operatori sociali del San Paolo. "Non dico che ce l'aspettavamo, ma era nell'aria. Tutti, e a qualsiasi livello, in questi anni hanno promesso tanto e fatto vedere poco a questi ragazzi. Se non sei più credibile hai perso la battaglia in partenza. La malavita non fa mai questo errore: paga subito, in contanti. E ti avvisa sempre di quello che rischi". A sostegno di questa tesi il dato che la canzone criminale barese ha una sua specificità: a differenza dei napoletani, che sono i leader indiscussi del genere, non ha nei testi quella retorica che impone la cura verso il carcerato, lo schifo per il pentito, il rispetto per il boss. Se persino Parisi canta "questa vita la vorrei cambiare, ma resta con me", il Nano è molto più esplicito: "E' tutto un casino. Bari è bella ma rimane sporca, se non togli la sporcizia, chi paga è sempre chi non merita, o non parli, non vedi non senti oppure ti fanno del male. La storia non è inventata, fatevi un giro. Ridateci la vita e lavatevi il peccato".

fonte: bari.repubblica.it, 22.05.2013

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