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Due opposte concezioni della vita, di Giuseppe Buffon

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 28/10/2019 08:10
La sostenibilità del sistema occidentale al vaglio dell’Amazzonia...

Perché, come dice Papa Francesco, l’Amazzonia rappresenta un banco di prova per l’intera umanità? Perché costituisce la frontiera lungo la quale si gioca il futuro del pianeta? Perché metterebbe al vaglio la sostenibilità del sistema occidentale? L’Amazzonia è la scena di un confronto tra due mentalità, due concezioni della vita, due visioni dell’uomo, della società, della politica, un confronto tra due civiltà e due antropologie e due cosmovisioni.

Da una parte si crede che la felicità sia il soddisfacimento dei bisogni individuali; dall’altra si è convinti che la medesima felicità consista nella condivisione, tanto che si giudica inammissibile ogni azione che non sia orientata alla solidarietà. Quando, ad esempio, si va a pescare, non è consentito tornare al villaggio senza aver riportato del pesce da condividere con gli altri membri della comunità. Da una parte si stima il consumo quale sinonimo di ricchezza, tanto da ritenerlo parametrato per valutare lo standard sociale; dall’altra si considera ricchezza la vita, il “buon vivere”, che è spazio e soprattutto tempo per l’incontro e lo scambio, per la contemplazione della natura, maestra di relazioni nel suo intreccio tra foresta e fiumi. 

Da una parte la proprietà privata, legittimata da un contratto legale e perciò ritenuta non negoziabile nemmeno di fronte alle impellenze del bene comune, cui eventualmente si sovviene tramite elemosina; dall’altra semplicemente la proprietà collettiva.

Da una parte una relazione empatica con la terra, l’acqua, l’intero mondo della foresta, ritenuta casa comune; dall’altra un rapporto conflittuale con la natura, ritenuta maligna e comunque da dominare, mediante lo sfruttamento di risorse, che trasformate in beni di consumo per la soddisfazione dei bisogni, diventano una mole tale di rifiuti che il pianeta non riesce più a contenere

Da una parte un modello di sviluppo sostenuto dal progresso tecnologico, che sfrutta le risorse locali per farne manufatti da collocare sul mercato globale; dall’altra un’economia esito delle tradizioni ancestrali, orientata a soddisfare il solo fabbisogno delle comunità locali. Da una parte mega progetti di agricoltura estensiva, orientata a soddisfare i fabbisogni dei mercati internazionali, come a esempio quello cinese, disposto ad acquistare grandi quantità di carne provenienti dal Brasile; dall’altra invece la valorizzazione della sapienza tradizionale, che ha saputo riconoscere una ricca biodiversità agroalimentare e una grande varietà di piante medicinali, indispensabili per la salute delle popolazioni indigene. Da una parte l’introduzione di semi transgenici per ottenere una produzione agricola atta a soddisfare il commercio internazionale; dall’altra l’impiego di semi autoctoni prodotto di una conoscenza e saggezza ancestrale, fonte dell’autonomia e dell’identità propria dei popoli indigeni.

Da una parte grandi imprese multinazionali che con il supporto dei governi nazionali investono in progetti di sfruttamento minerario e petrolifero, avvelenando i fiumi e disboscando le foreste; dall’altra la cura della foresta e della terra da parte delle popolazioni indigene, considerate criminali perché si oppongono al progresso economico e all’incremento della ricchezza che però allarga sempre di più il divario sociale tra ricchi e poveri. 

Da una parte la depredazione del territorio che produce omicidi, spargimento di sangue innocente, impunità e criminalizzazione dei difensori dell’Amazzonia; dall’altra l’impotenza di popolazioni, cui non si riconosce alcun diritto, nemmeno quello della salvaguardia della dignità della persona umana. Da una parte il degrado prodotto dall’avvelenamento dei fiumi, dal disboscamento indiscriminato, dalla vendita o privatizzazione di territori ancestrali non ufficialmente riconosciuti, dall’uso intensivo di prodotti agrochimici per l’agricoltura e di metalli pesanti per l’estrazione, dalla forte presenza del traffico di droga; dall’altra, l’agonia di una popolazione che per secoli ha protetto un bioma indispensabile per la sopravvivenza del pianeta sia sul piano della biodiversità, sia su quello dell’abbattimento del tasso di Co2, responsabile del riscaldamento climatico.

La frontiera amazzonica pone un drammatico interrogativo al sistema di sfruttamento occidentale, che valuta utopica la concezione di vita dei popoli indigeni, ritenendosi così assolutamente legittimato a perpetuare il proprio modello di sviluppo. Può il ricco e fragile serbatoio di risorse dell’Amazzonia sopportare l’assalto predatorio dell’Occidente industriale? Per quanto tempo ancora l’occidentale potrà avvalersi dei minerali, del petrolio e della produzione agroalimentare dell’Amazzonia? Il modello economico occidentale, che per sopravvivere attinge dal patrimonio energetico e minerario dell’Amazzonia, può considerarsi sostenibile? Questo sistema di sviluppo occidentale è sostenibile?

L’equilibrio fragilissimo dell’ambiente amazzonico evidenzia in misura superiore rispetto ad altri contesti ambientali la non sostenibilità dell’intero sistema tecnico-economico-culturale occidentale. L’estrazione mineraria, per esempio, è un’attività per definizione destinata all’esaurimento: non concede repliche, condannando il territorio, inteso nel senso bio-socio-culturale, a una distruzione irreversibile. Essa inoltre ingessa la diversificazione economica e genera “minero-dipendenza”. Produce profitti immediati a vantaggio delle multinazionali minerarie, ma rovina le economie nazionali e locali. Anche le infrastrutture necessarie alla realizzazione dei megaprogetti minerari (ferrovie, trasporto fluviale, strade, porti) bloccano lo sviluppo locale, oltre a danneggiare l’ambiente. L’estrazione legale e illegale dell’oro (garimpos), provoca poi gravi fenomeni di inquinamento della terra e dell’acqua, generando corruzione, conflitti e violenza nel territorio. La stessa esportazione dei prodotti poco lavorati crea dipendenza dal sistema economico mondiale, che abbatte i prezzi dei prodotti, aggravando ulteriormente le condizione di miseria delle popolazioni locali.

Al deserto economico si aggiunge poi quello ambientale, provocato dalla deforestazione. Il suolo che ricopre l’Amazzonia, detto scudo guaianese, essendo povero di nutrienti acidi e con bassa capacità di scambio cationico, una volta eliminata la foresta che lo alimenta con i residui depositati sulla superficie, si insterilisce irreversibilmente, diventando un deserto permeante. L’Amazzonia dunque registra un grado elevato di distruttività dovuto all’incursione estrattiva, perché il suo ecosistema è assai fragile, in quanto essenzialmente basato sulla simbiosi tra foresta e i fiumi che la attraversano: la foresta si prende cura dell’acqua e l’acqua della foresta. Sottrarre l’acqua alla foresta, come accade con i grandi progetti di centrali idroelettriche, finalizzati a produrre energia per l’attività estrattiva, equivale a condannare a morte la foresta e viceversa. Sottrarre la foresta alle popolazioni locali che vivono lungo il fiume e in simbiosi con esso, significa condannare a morte quelle popolazioni, perché esse vivono un particolare rapporto con la terra. Negare loro la terra, l’ambiente della foresta con i suoi fiumi significa negare loro il diritto all’esistenza. 

Significa obbligare le giovani generazioni a emigrare verso i centri urbani, dove smarriscono la propria identità originaria, subendo una marginalizzazione sociale ed esistenziale, fino a diventare preda della delinquenza, del narcotraffico e delle dipendenze di varia natura. Significa condannare all’estinzione il grande popolo dei protettori della foresta, dei suoi fiumi e della sua biodiversità, i guardiani dell’Amazzonia, serbatoio idrico del pianeta. Significa dare l’ostracismo ai custodi dei segreti della natura, che l’Occidente non riesce più a riconoscere, perché carnefice del proprio stesso corpo.

http://www.osservatoreromano.va/it/news/due-opposte-concezioni-della-vita

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