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Draghi: orgoglioso di essere italiano. Con l’euro la politica monetaria è condivisa, prima decisa in Germania, di Marco Gasperetti

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 17/12/2018 10:06
Il presidente della Bce agli studenti della Scuola superiore di Sant’Anna di Pisa: «Non è ovvio che un paese tragga vantaggi in termini di sovranità monetaria dal non essere parte dell’euro»…

Riforme strutturali per far crescere salari, produttività, occupazione, sostegno al welfare decise dai paesi nazionali, naturalmente, ma anche facilitate a livello europeo. E soprattutto coesione dell’unione monetaria con la consapevolezza che l’euro, nonostante i problemi, è e resta centrale per la vita dell’Europa e degli stati membri perché dal varo dello Sme «la lira fu svalutata sette volte, eppure la crescita della produttività fu inferiore a quella dell’euro a 12, la crescita del prodotto pressappoco la stessa, il tasso di occupazione ristagno». E’ una lectio magistralis che guarda al futuro dell’Europa nell’Europa e con una moneta unica sempre più stabile e a misura di cittadino quella di Mario Draghi alla Scuola Superiore Sant’Anna che ha conferito al presidente della Bce la laurea honoris causa in Economia. Draghi, dopo aver ascoltato gli interventi del rettore Pier Domenico Perata che ha sottolineato il sempre più accentuati tagli al sistema universitario italiano (mezzo miliardo quest’anno) e del rappresentante degli studenti, ha detto loro di guardare al futuro con coraggio perché tutti noi «lavoriamo per far cambiare la situazione» e, anche dopo gli interventi ascoltati, ha sottolineato di «sentirsi ancora più orgoglioso di essere italiano». Durante la cerimonia è stato anche ricordato Antonio Megalizzi, il giornalista ucciso a Strasburgo. La sorella di Antonio, Federica, è stata studentessa alla San’Anna.

L’euro

Nella lectio magistralis Draghi, ricordando il ventesimo anniversario della nascita dell’euro che sarà celebrato tra un mese, non ha nascosto le difficoltà che la moneta unica ha dovuto attraversare. «Sono stati due decenni molto particolari ha detto -. Nel primo si e esaurito un ciclo finanziario espansivo globale durato trent’anni; il secondo e stato segnato dalla peggiore crisi economica e finanziaria dagli anni Trenta». Secondo Draghi l’unione monetaria e stata un successo sotto molti punti di vista ma «dobbiamo allo stesso tempo riconoscere che non sono stati ottenuti tutti i risultati che ci si attendeva, in parte a causa di politiche nazionali incoerenti con la scelta di una moneta unica, in parte per l’incompletezza dell’unione monetaria che non ha consentito un’adeguata azione di stabilizzazione ciclica durante la crisi». Dunque secondo il presidente Bce è necessario realizzare i cambiamenti necessari perché l’unione monetaria funzioni a beneficio di tutti i paesi e realizzarli il prima possibile, ma spiegandone l’importanza a tutti i cittadini europei.

Le regole dei mercati

«Il mercato unico – ha proseguito Draghi - e visto non di rado come una semplice trasposizione del processo di globalizzazione a cui nel tempo è stata tolta persino la flessibilità dei cambi. Non è così. La globalizzazione ha accresciuto complessivamente il benessere in tutte le economie, soprattutto in quelle emergenti, ma è oggi chiaro che le regole che ne hanno accompagnato la diffusione non sono state sufficienti a impedirne profonde distorsioni». Draghi ha riconosciuto che l’apertura dei mercati, senza regole, «ha accresciuto la percezione di insicurezza delle persone particolarmente esposte alla più forte concorrenza, ha accentuato in esse il senso di essere state lasciate indietro in un mondo in cui colossali ricchezze si concentravano ancor più che in passato in poche mani». E ha anche sottolineato che «il mercato interno, invece, sin dall’inizio è stato concepito come un progetto in cui l’obiettivo di cogliere i frutti dell’apertura delle economie era strettamente legato a quello di attutirne i costi per i più deboli, di promuovere la crescita, ma proteggendo i cittadini europei dalle ingiustizie del libero mercato».

L’excursus storico

I dati sono eloquenti. «Il tasso di crescita dei dodici Paesi che in seguito avrebbero formato l’area dell’euro – ricorda Draghi – dopo essersi attestato al 5,3% annuo dal 1960 al 1973, si abbassa al 2,2% all’anno dal 1973 al 1985; similmente, il prodotto potenziale aveva rallentato dal 5% annuo negli anni Settanta a circa il 2 nel decennio successivo». E la risposta dei governi alla bassa crescita è stata di aumentare i deficit di bilancio. Dal 1973 al 1985 i disavanzi pubblici sono stati in media il 4% del Pil nella Cee a 12, il 9% in Italia. La disoccupazione è cresciuta in media dal 2,6 al 9,2% in Italia e dal 5,9 all’8,2%. «Dal varo dello SME nel 1979 alla crisi del 1992 – ha detto Draghi - la Lira venne svalutata sette volte di più rispetto al marco tedesco perdendo cumulativamente circa la metà del suo valore rispetto moneta tedesca. Eppure, la crescita media annua della produttività in Italia fu appena superiore a quella registrata in Germania, il tasso di occupazione ristagnò rispetto al suo valore iniziale, l’inflazione al consumo tocco cumulativamente il 240% contro il 49% in Germania». Draghi si è poi chiesto se con il senno di poi può dirsi felice la scelta di completare il mercato unico con la moneta unica, rispondendo in modo affermativo perché anche se i benefici attesi del processo di integrazione non si sono distribuiti uniformemente.

La crescita

«Al riparo dello scudo dell’euro – ha spiegato il presidente della Bce - il commercio intra-UE ha accelerato, salendo dal 13% in rapporto al PIL nel 1992 al 20% oggi». E ancora: «Gli scambi totali dell’area dell’euro si sono accresciuti sia in termini assoluti sia come quota del Pil di tutte le economie avanzate, anche con l’ingresso delle economie emergenti sul mercato globale. Anche nell’area dell’euro questa quota è aumentata, nonostante l’allargamento dell’Unione e il peso sempre più rilevante delle economie emergenti nei flussi commerciali globali dell’euro». Insomma, la moneta unica per Draghi ha consentito diversi paesi di recuperare sovranità monetaria rispetto al regime di parità fisse vigenti nello Sme. Le decisioni rilevanti di politica monetaria erano allora prese in Germania, oggi sono condivise da tutti i paesi partecipanti». Draghi ha anche sottolineato che, come mostra bene la storia italiana, il finanziamento monetario del debito pubblico non ha prodotto benefici nel lungo periodo. «Nel periodo in cui esso fu estensivamente praticato, come negli anni Settanta, - ha detto – L’Italia dovette ricorrere ripetutamente alla svalutazione per mantenere un ritmo di crescita simile a quelli degli altri partner europei. I tassi di crescita dei prezzi e dei salari divennero alla lunga insostenibili». Il presidente della Bce ha poi sottolineato che dal 2008 al 2017, il tasso di crescita dell’Italia è stato superiore solo a quello della Grecia. E la crescita degli anni ‘80 è stata presa a prestito dal futuro, cioè grazie debito lasciato sulle spalle delle future generazioni. «La bassa crescita italiana è dunque un fenomeno che ha inizio molti, molti anni prima della nascita dell’euro – ha detto Draghi -. Si tratta chiaramente di un problema di offerta, evidente del resto anche guardando alla crescita nelle varie regioni del paese».

Le sfide possono essere vinte, non da soli

Dunque secondo Draghi sono proprio i Paesi «strutturalmente più deboli ad avere più bisogno che l’unione monetaria europea disponga di strumenti che diversifichino il rischio della crisi e ne contrastino l’effetto nell’economia». Infine Draghi ricordando la razionalità storica che ha caratterizzato la nascita dell’Ue ha ribadito che l’unione monetaria, conseguenza necessaria del mercato interno, è divenuta parte integrante e caratterizzante, con i suoi simboli e i suoi vincoli, del progetto politico che vuole un’ Europa unita, nella libertà, nella pace, nella democrazia, nella prosperità. «Fu una risposta eccezionale, - ha detto il presidente - oggi diremmo antistorica, a un secolo di dittature, di guerre, di miseria, ma che in questo non era dissimile dai secoli precedenti. Fu parte di quell’ordine mondiale, frutto di eccezionali circostanze, che seguiva alla seconda guerra mondiale. Il tempo passato da allora avrebbe giustificato la razionalità di queste scelte in Europa e nel mondo: le sfide che da allora si sono presentate hanno sempre più carattere globale: possono essere vinte solo insieme non da soli. E ciò è ancora più vero per gli europei nella loro individualità di Stati e nel loro insieme di continente: ricchi ma relativamente piccoli, esposti strategicamente, deboli militarmente». Eppure, come ha sottolineato Draghi, per tanti, i ricordi che ispirarono queste scelte appaiono lontani e irrilevanti, la loro razionalità sembra pregiudicata dalla miseria creata dalla grande crisi finanziaria. «Non importa che se ne stia uscendo nel resto del mondo – ha spiegato -, il fascino di ricette e regimi illiberali si diffonde: a piccoli passi si rientra nella storia. È per questo che il nostro progetto europeo è oggi ancora più importante. Ma è solo continuandone il progresso, liberando le energie individuali ma anche privilegiando l’equità sociale, che lo salveremo attraverso le nostre democrazie, ma nell’unità di intenti».

 

https://www.corriere.it/economia/18_dicembre_15/draghi-orgoglioso-essere-italiano-globalizzazione-regole-insufficienti-b3231f42-0050-11e9-be42-287b485de32f.shtml

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