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Dopo il Muro: le illusioni della globalizzazione, di Antonio Villafranca

creato da webmaster ultima modifica 17/09/2015 12:58
Con la caduta del Muro di Berlino tentazioni da “fine della storia” avevano attraversato non solo l’Europa ma il mondo intero. Giungeva al termine [...]non solo la contrapposizione politico-ideologica est-ovest, ma anche quella economica tra il capitalismo di stampo occidentale e l’economia pianificata dei regimi comunisti.

 

Con la caduta del Muro di Berlino tentazioni da “fine della storia” avevano attraversato non solo l’Europa ma il mondo intero. Giungeva al termine non solo la contrapposizione politico-ideologica est-ovest, ma anche quella economica tra il capitalismo di stampo occidentale e l’economia pianificata dei regimi comunisti. La perdurante inefficienza di quest’ultima aveva esacerbato e affrettato l’insostenibilità politica del modello comunista sovietico. Negli anni ’90, leitmotiv di qualsiasi descrizione del mondo e ingrediente immancabile nelle ricette per la crescita diventava la ‘globalizzazione’, epifenomeno di un mondo senza muri. Questa finalmente trionfava quale paradigma economico mondiale, rendendo quasi obsoleto e inadeguato il termine internazionalizzazione, troppo legato all’ormai angusto blocco occidentale. Con la sola esclusione dei Balcani, in cui le mai sopite questioni etniche prendevano drammaticamente il sopravvento, i paesi dell’Europa centro-orientale traducevano tale trionfo nell’ancoraggio delle loro giovani democrazie all’Unione europea. Dalla Polonia ai Paesi Baltici l’Ue rappresentava l’inevitabile interlocutore per garantire la sicurezza (nell’ambito della Nato) e il canale di accesso alla globalizzazione. Qualsiasi tipo di muro, anche ideologico, sembrava crollare. Persino la Cina comunista trovava un compromesso sui generis e nel 2001 entrava nel Wto. I dati economici erano in effetti incoraggianti. I paesi dell’Europa dell’Est che sarebbero entrati nell’Ue crescevano in media di oltre il 4% all’anno. E la Cina raggiungeva addirittura valori a doppia cifra.

La crisi finanziaria mondiale del 2007-2008 ha rappresentato un brusco risveglio per tutti. Le speranze nate dalla caduta del Muro di Berlino si sono tramutate in illusioni. Il mondo si è scoperto pieno di nuovi muri, forse meno ideologici di prima, ma non per questo meno possenti. Il Muro di Berlino semplificava la lettura politica ed economica del mondo, mentre i nuovi muri risaltano per la loro complessità. Questi infatti non tagliano nettamente in due il mondo ma attraversano regioni, come quella dell’Unione europea, che si credevano coese.

L’idea dell’euro nasce infatti quale lungimirante tentativo per evitare che questo pericolo si concretizzasse. Non è un caso che il Rapporto Delors - che ha avviato il processo di integrazione monetaria - sia datato 1989. Ma proprio mentre tentava di esorcizzare il pericolo della creazione di nuovi muri, l’euro ha commesso un ‘peccato originale’. Ha infatti sottostimato la forza di questi nuovi muri illudendosi che attraverso la creazione di una unica moneta si potesse generare convergenza economica laddove invece non c’era. Per qualche anno la convergenza dei tassi d'interesse e di inflazione tra i paesi dell’Eurozona aveva alimentato questa illusione, fino a quando la crisi economica mondiale l’ha resa manifesta. Anni di politiche economiche inadeguate si sono tradotte in potenziali di competitività, e quindi di crescita, completamente diversi.

Prima della crisi si pensava che il muro più alto all’interno dell’Unione europea fosse tra i paesi membri dell’Eurozona e quelli che non ne facevano parte. Ma questo era in realtà un muro per nulla invalicabile perché frutto di scelte consapevoli e ‘gestite’ (come nel caso della Svezia e della Gran Bretagna) o semplicemente temporaneo (con la prospettiva per i paesi dell’Est Europa di scavalcarlo nel momento in cui i criteri di Maastricht fossero stati rispettati).

Ma dopo la crisi il muro potenzialmente più pericoloso nell’Unione europea, anche perché eretto con una buona dose di inconsapevolezza, è paradossalmente risultato quello all’interno dell’Eurozona stessa. Si tratta della contrapposizione tra i paesi del nord e quelli del sud fondata su una divergenza economica che è aumentata, non diminuita, dopo la creazione dell’euro. Un muro contro muro che negli ultimi giorni ha colpito un’Istituzione come la Bce, e in particolare il suo presidente Mario Draghi, proprio nel momento in cui ci si apprestava a compiere un ulteriore passo verso l’integrazione economica l’avvio della supervisione bancaria comune.

Guardando anche fuori dall’Ue, la complessità dei nuovi muri risalta ancora di più. Questi tagliano trasversalmente i paesi lasciando da una parte e dall’altra interi strati della società. Basti osservare i dati dei paesi Ocse in termini di disuguaglianza del reddito, in costante crescita negli ultimi decenni.

Se si vuole poi guardare ancora più in là, fino a ricomprendere l’intero mondo, non può non colpire la crescente divaricazione tra la remunerazione del capitale e la remunerazione del lavoro. Se ci si sposta infine sul piano della sicurezza, i nuovi muri anche in questo caso non mancano: la contrapposizione tra la Russia e l’Occidente, le lotte nel Mediterraneo e Medio Oriente, fino addirittura alla percezione di una rinnovata conflittualità, vera o falsa che sia, tra diverse religioni.

Come è dunque possibile gestire un mondo in cui i muri sembrano moltiplicarsi e che rispetto a 25 anni fa risultano più fluidi, complessi e opachi?

Nella ricerca di una risposta, il caso dell’Eurozona può risultare particolarmente utile. Gli sforzi compiuti sul piano della governance economica sono stati davvero notevoli. Eppure sono chiaramente non sufficienti: utilissimo affidare nuovi poteri alla Bce, ma se poi i cicli economici dei paesi membri divergono, risulta difficile risolvere il dilemma del one-size-fits-all modelCome ricordato sopra, nelle ultime settimane nord e sud dell’Eurozona si sono scontrati in merito alla potenza di fuoco che la Bce dovrà avere nel nuovo programma di quantitative easing. Il problema sta evidentemente a monte, ovvero nella mancanza di una solida governance politica - alcuni arrivano a suggerire addirittura il termine ‘governo’ - capace di ridurre le divergenze attraverso politiche fortemente integrate o quanto meno di alleggerirne l’impatto sociale attraverso politiche redistributive.

Un compito tutt’altro che facile nell’Eurozona, ancora più arduo se ci sposta a livello mondiale. Eppure anche in questo caso la logica non è molto diversa: c’è una esigenza di governance politica cui bisogna dare risposta. L’ordine liberale occidentale potrà sembrare obsoleto e inadeguato soprattutto ai Brics, ma è nel loro stesso interesse rafforzarlo, integrarlo e renderlo più equo. La creazione di Istituzioni quali la New Development Bank va invece nella direzione opposta. Se proprio si vogliono creare, queste devono rappresentare utili complementi alle Istituzioni multilaterali e non un tentativo di loro sostituzione.

A 25 anni dalla caduta del Muro di Berlino, rafforzare la governance globale significa fare in modo che le speranze nate dall’abbattimento di un muro non si trasformino in illusioni destinate ad infrangersi contro i tanti muri che nel frattempo sono stati eretti.

Venerdì, 7 Novembre, 2014

Antonio Villafranca, ISPI Senior Research Fellow

Fonte: http://www.ispionline.it/articoli/articolo/europa/25-anni-dopo-le-eredita-del-muro-di-berlino-11562

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