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Dopo Charlie Hebdo, la minaccia jihadista in Europa

creato da D. — ultima modifica 17/09/2015 17:46
L’attentato terroristico che ha sconvolto la Francia ha sollevato anche importanti interrogativi sull’evoluzione del fenomeno jihadista in Europa. La dinamica e la scelta dell’obiettivo indicano un elemento di novità e discontinuità rispetto a molti episodi simili già avvenuti nei paesi europei.

L’attentato terroristico che ha sconvolto la Francia ha sollevato anche importanti interrogativi sull’evoluzione del fenomeno jihadista in Europa. La dinamica e la scelta dell’obiettivo indicano un elemento di novità e discontinuità rispetto a molti episodi simili già avvenuti nei paesi europei. Inoltre, ci si interroga sulle motivazioni che hanno portato all’attacco e la possibile affiliazione dei responsabili. Quanto è avvenuto ieri alla redazione del settimanale satirico Charlie Hebdo ha inoltre riportato al centro dell’attenzione mediatica e politica il problema del terrorismo fondamentalista che, tornando a colpire al cuore dell’Europa, ha messo in luce la necessità di una revisione delle azioni di contrasto finora attuate.


Jihadismo made in Europe?

I due presunti responsabili dell’attentato sarebbero Said e Cherif Kouachi, franco-algerini, che secondo alcune fonti sarebbero tornati in Francia quest’estate dalla Siria. Ma i fratelli Kouachi non sono gli unici francesi in Medio Oriente per combattere il jihad; anzi, secondo fonti non ufficiali, un terzo degli stranieri arruolati nelle file dell’ISIS proverrebbero dalla Francia. Di questo fenomeno, e in particolare dei jihadisti di origine italiana, si è occupato a lungo Lorenzo Vidino, ISPI Visiting Fellow e autore dell’e-book “Il jihadismo autoctono in Italia: nascita, sviluppo e dinamiche di radicalizzazione”. Secondo Vidino non è più valida la motivazione della mancanza di integrazione ma, come sostiene anche nell’intervista pubblicata oggi da Avvenire, la spiegazione più solida è quella della “catena umana”: chi parte, attratto dalla guerra in Iraq o in Siria, recluta anche fratelli, amici e colleghi. Ma non tutti decidono di partire, per molti il jihad si combatte dentro i confini europei.

 

Lupi solitari o commando organizzato?

La dinamica dell’attentato, il suo livello di organizzazione e le informazioni che stanno rivelando le indagini della polizia sembrano indicare che, contrariamente a quanto avvenuto in passato, l’attentato parigino non sia opera di un “lupo solitario” ma di un piccolo commando relativamente indipendente, esperto nell’uso delle armi, attivabile da una regia e capace di agire e pianificare. Questa è l’opinione di Marco Lombardi, ISPI Scientific Advisor e responsabile di ITSTIME, condivisa anche da Eugenio Dacrema, PhD Candidate dell’Università di Trento e ISPI, che nel suo post sul The Times of Israel vede un parallelismo con le modalità dell’attentato a Monaco del 1972.

 

Isis o al-Qaeda?

Posto che non si tratti di lupi solitari resta la questione di quale organizzazione terroristica abbia fornito l’addestramento necessario ai responsabili dell’attentato di Parigi. Secondo Sam Jones, Financial Times, sarebbe facile pensare all’ISIS, ma molti indizi portano in un’altra direzione e precisamente ad al-Qaeda o a qualche sua cellula, come al-Qaeda in Yemen o Jabhat al-Nusra in Siria. L’attentato di mercoledì, scrivono su The New York Times Rukmini Callimachi e Alison Smale, ha mostrato per esempio un grado di premeditazione e di sofisticatezza che manca nelle azioni rivendicate dai simpatizzanti dell’ISIS. Lo scontro tra queste due formazioni, che dopo aver travolto il Medio Oriente interessa ora anche l’Europa, è stato approfondito da diversi esperti nel recente e-book ISPI curato da Andrea Plebani “New (and old) patterns of jihadism: al-Qa’ida, the Islamic State and beyond”.

 

Qual è il rischio di attentati simili in Italia e in Europa?

A seguito dell’attentato di Parigi, tutti i principali paesi europei hanno innalzato il proprio livello di allarme. Nel suo intervento a Zapping, Arturo Varvelli, ISPI, ha sottolineato che per l’Italia la situazione è molto diversa, sebbene nulla possa essere escluso con certezza. Ciò è dovuto in particolare alla minor presenza di foreign fighters e alla diversa proiezione esterna del nostro paese, meno impegnato della Francia nei conflitti mediorientali. Secondo Laura Smith-Spark di CNN la Gran Bretagna è il paese europeo più a rischio anche a causa della presenza in Siria e Iraq di circa 500 combattenti provenienti dal Regno Unito. Infine, Norvegia e Danimarca potrebbero rivelarsi obiettivi sensibili per via delle vignette giudicate blasfeme pubblicate nel 2005.

 

fonte: www.ispionline.it, 08.01.2015

 


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