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Donatella Di Cesare: il virus ha fermato l’asfissia capitalistica; è un’occasione per ripensare la ‘democrazia immunitaria’, di Gea Scancarello

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 16/07/2020 09:59
riflessione sulla “asfissia capitalistica: l’accelerazione continua di un mondo lanciato verso l’extraprofitto”...

C’è un’angosciante affinità tra il modo in cui il coronavirus attacca le vie respiratorie, consegnando i malati a una disperata ricerca di aria, e la fatica dell’umanità contemporanea, stremata dai ritmi imposti da un sistema sociale ed economico votato alla crescita inarrestabile, “all’ossessione della produttività”, all’affanno costante del sentirsi indietro. E potrebbe quindi esserci un’opportunità, in questo sconvolgimento mondiale, per recuperare consapevolezza delle nostre stesse vite: ammesso però di riuscire a sconfiggere la fobocrazia, la democrazia immunitaria, l’assunzione de-responsabilizzata dello status quo.
Lo racconta Donatella Di Cesare, filosofa e docente di Filosofia teoretica alla Sapienza di Roma, in Virus Sovrano?, un recentissimo saggio denso di concetti che inserisce gli ultimi mesi, segnati dalla convivenza col virus, e le scelte politico-economico imposte dalla pandemia, in una riflessione più ampia su quella che chiama “asfissia capitalistica: l’accelerazione continua di un mondo lanciato verso l’extraprofitto

Ne abbiamo parlato con lei. 

L’11 settembre, la crisi economica del 2008 e la pandemia globale sono i tre grandi avvenimenti di questo secolo.  Guardando indietro, i primi due non hanno portato miglioramenti. C’è ragione di essere più ottimisti sul futuro dell’asfissia capitalistica?

Francamente penso che sia sbagliato l’interrogativo. Non solo siamo ancora dentro questa catastrofe ed è difficile fare previsioni, ma sono le categorie stesse di “meglio o peggio” a essere prive di senso. Certo, sarà un mondo diverso: la pandemia è un avvenimento dirompente, anche più degli altri due, e ridisegna questo secolo. Imporrà cambiamenti esistenziali, perché è cambiata la vita di ognuno di noi. E i cambiamenti sono difficili da giudicare.

C’è però una forte tendenza alla rimozione di  questi stessi cambiamenti: le mascherine, la socialità, le vacanze…

Viviamo tutti quasi quotidianamente una situazione schizofrenica: in alcuni momenti della giornata facciamo come se il virus non ci fosse, in altri siamo continuamente rinviati al virus, allo sconvolgimento, all’emergenza…

A proposito, il primo ministro Giuseppe Conte è stato sostanzialmente costretto dalle polemiche a rivolgersi al Parlamento per prolungare lo stato di emergenza.

L’emergenza è un grande problema politico-filosofico. In Italia, e non solo, la promulgazione di decreti sta di fatto esautorando il Parlamento e svuotando la democrazia. Va anche detto che quella richiesta da Conte è una “emergenza preventiva”: la situazione non è certo quella di fine marzo. Il premier governa prevedendo che ci sarà bisogno fra qualche tempo di misure eccezionali. Questo è non solo grave dal punto di vista costituzionale, ma proprio in senso politico.

Nel suo libro parla anche di “democrazia immunitaria”.

Le democrazie occidentali prevedono dei confini: chi è dentro ha una serie di tutele, di diritti, di protezioni, e chi è fuori può essere esposto a ogni evento, dalle pandemie alle guerre. Cos’è che ognuno di noi dunque desidera?  Non solo essere tutelato, ma essere proprio immunizzato: non correre il rischio di essere contaminato da chi è fuori dai confini.

Non solo una metafora…
Infatti c’è continuità tra la situazione attuale, determinata dal virus, e la politica italiana ed europea del passato: la brutalizzazione della società, il rifiuto dei migranti, del “diverso”. Non ci si rende conto che questi confini sono labili ovviamente, come si vede in questi giorni persino all’interno dell’Italia: i calabresi non vogliono i milanesi. La democrazia immunitaria, l’idea di considerare l’altro come un untore, è molto pericolosa. Bisogna porsi il problema delle conseguenze che crea.

La paura è diventata, da parecchio, una categoria politica. Ma il virus l’ha legittimata, anche agli occhi di quelli che si sono sempre lamentati degli allarmismi eccessivi. Siamo entrati in quella che lei chiama fobocrazia?

Incutere paura per governare fa parte della tradizione. Tuttavia quello che abbiamo visto nell’ultimo decennio è il continuo fare leva sulle paure dei cittadini, pur assolutamente motivate, per sviluppare una richiesta di sicurezza. Da qui nasce quello che molti chiamano “lo Stato di sicurezza”, come se lo Stato contribuisse ad alimentare queste fobie per poter governare più facilmente. La comunità in cui viviamo è molto frammentata e il legame che funziona di più è proprio quello della paura: siccome tutti siamo spaventati, costituiamo una comunità.

Le paure, a partire dal rischio di un aumento dei contagi, sono ragionevoli: l’idea che si possa ricorrere a misure speciali può sembrare ugualmente ragionevole a molti. 

Le paure non sono affatto sbagliate o immotivate. Tutti ne proviamo tante, specie in questo periodo: ammalarsi, morire, perdere il lavoro o quello che si ha, essere condannati alla precarietà. Tuttavia, lo Stato non sa come gestirle: fa dunque leva proprio sulla paura per promettere una sicurezza che non può mantenere.

Lei sostiene che decidere di resistere, in questa situazione, sottopone a rischi. Quali sono?

Il virus ha fermato l’asfissia capitalistica, il continuo muoversi verso un obiettivo, la folle accelerazione delle nostre vite: il 2 aprile due miliardi di persone erano confinate in casa, una situazione senza precedenti. Rispetto a questo mondo lanciato verso un extraprofitto continuo, le reazioni singole, individuali, sono votate a non avere nessun effetto, nessun risultato. È difficile dare alternative perché in fondo sembrano non essercene: non riusciamo a immaginarle, e anche questo dovrebbe far riflettere. Viviamo in un momento storico in cui l’alternativa è stigmatizzata prima ancora di manifestarsi.

Anche dire che non esistono alternative è far leva sulla paura.

Esatto. Dovremmo chiederci intanto se l’accelerazione continua è davvero la vita che avremmo voluto vivere. E fermarci a riflettere su quello che è avvenuto: se è vero che la pandemia non è colpa di nessuno e non è certo una punizione divina, è altrettanto vero che è esplosa in parti del mondo a più alto sviluppo industriale, segnate da condizioni ecologiche-produttive particolari. È chiaro che ci sono dei nessi con una sistema economico: bisogna leggere questo momento utilizzando anche la chiave ecologica.

*Donatella Di Cesare, filosofa e docente di Filosofia teoretica alla Sapienza di Roma

https://it.businessinsider.com/donatella-di-cesare-virus-sovrano-capitalismo/

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