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Dominio cibernetico, sicurezza nazionale e valori nell’era Covid-19, di Fabio Rugge

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 15/05/2020 09:36
Stiamo vivendo la prima pandemia dell’era digitale. Ha colpito le nostre “nuove” vulnerabilità esponendoci, accanto ai rischi sanitari, alle crescenti minacce cibernetiche del mondo di oggi…

La pandemia COVID-19 si sta rivelando un acceleratore di dinamiche e fenomeni latenti dinnanzi al quale gli attori pubblici (istituzioni, scuole, ospedali, case di riposo…), quelli privati (imprese, piccole medie e grandi) e i cittadini si son trovati in qualche misura impreparati. La prima pandemia dell’era digitale ha colpito le nostre “nuovevulnerabilità, esponendoci, accanto ai primari rischi di natura sanitaria, alla minaccia cibernetica e a quella derivante dalla manipolazione delle informazioni. Ciò è accaduto simultaneamente in molti Paesi, rivelando fragilità a livello globale quanto a livello nazionale.

In questo contesto, il dominio cibernetico (per la sua intrinseca vulnerabilità, per la sua pervasività, per l’impunità ch’esso concede) si è confermato un terreno d’elezione per attività criminali e a varo titolo ostili – con effetti che vanno ben oltre il dominio dal quale promanano e finiscono per avere un diretto impatto sulla sicurezza nazionale. Ciò è probabilmente riconducibile a tre fondamentali ragioni.

In primo luogo, il confino impostoci dal COVID ha accresciuto la superficie d’attacco che esponiamo ad attori ostili: per continuare a lavorare ci colleghiamo di più alla rete, scambiamo più dati, e siamo dunque più esposti ai crimini informatici e alla penetrazione dei nostri sistemi da parte di altri attori malevoli. Siamo stati molto meno negli uffici, per le strade e nei negozi, e proprio per questo siamo sempre connessi, ed è quindi su internet che ci vengono a colpire.

In secondo luogo, ci affidiamo sempre di più al dominio cibernetico per la nostra resilienza economica (lo smart working, l’e-commerce, eccetera) e sociale (social networks, insegnamento a distanza, eccetera). Eventuali interruzioni di servizio dunque “costano”, a noi personalmente ed alla nostra società complessivamente, più caro (come plasticamente dimostrano gli attacchi cibernetici ai danni degli ospedali) e, per converso, gli attacchi cibernetici divengono potenzialmente più vantaggiosi per chi li attua.

Infine, il dominio cibernetico ha ancora una volta dimostrato la sua intrinseca capacità di intervenire sui nostri processi cognitivi, di modellare la nostra comprensione del mondo, di consentire un’efficace manipolazione delle narrative e dunque di influenzare le nostre opinioni pubbliche. 

La cyber-enabled information warfare (ossia la guerra informativa fatta “su” e “grazie” al web) supporta la ricerca da parte di diversi attori di uno “statusinternazionale, e dunque essa diventa un efficacissimo “braccio armato” del soft power (col quale ci si riferisce all’intrinseca attrattività del modello politico, sociale ed economico, ma anche alla manipolazione delle percezioni del target per rendere questo modello più appetibile). Ciò, peraltro, è vero anche rispetto alla minaccia eversiva di matrice interna: se la crisi economica innalzerà - come pure è possibile - il livello dello scontro sociale, è possibile che la dimensione digitale rappresenterà, anche qui, un palcoscenico privilegiato dello scontro. La sicurezza del dominio cibernetico si confermerà critica per lo sviluppo economico e per la stabilità sociale, oltre che per l’indipendenza e la salute dei nostri processi democratici. L’Internet of Things (IoT), lo sviluppo della capacità di computo ed i progressi nel campo dell’Artificial Intelligence (AI) stanno arrivando: siamo e saremo preparati a gestire l’impatto di questi acceleratori tecnologici?

Almeno inItalia, non siamo all’anno zero: le nostre strutture sanitarie (ed il personale che vi opera) hanno dato prova di straordinaria capacità, devozione e tenuta; il Governo da tempo mette in guardia e lavora per rafforzare gli strumenti normativi (golden power) ed operativi (Consob, Cdp, Sace, Banca d’Italia, …) a protezione della minaccia che può derivare da investimenti predatori (ossia legali, ma inopportuni) da parte di attori stranieri intenzionati a sfruttare il momento. Anche nel campo della sicurezza cibernetica, da anni lavoriamo attorno ad un’eccellente ed ancora attualissima strategia nazionale (il Quadro Strategico Nazionale per la sicurezza dello spazio cibernetico, del dicembre 2013) e tutti gli stakeholders - a partire dalla Comunità Intelligence e dalla Polizia Postale, ma anche nel settore privato, tanto sul lato dei “(cyber)security provider” che su quello degli operatori che sono in prima linea nella difesa degli assetti nazionali più sensibili - sono da tempo impegnati per rafforzare la sicurezza e la resilienza nazionale, come peraltro dimostra il lavoro in corso per la messa in opera del c.d. “perimetro nazionale di sicurezza cibernetica”. Se dunque da una parte sappiamo che la minaccia cibernetica è sempre più sofisticata, pervasiva e potenzialmente dirompente, dall’altra ci conforta sapere di poter contare su di un’architettura e capacità nazionali che, alla prova dei fatti, si stanno dimostrando all’altezza del compito.

Così come questa crisi sta facendo crescere un po’ ovunque il tasso di digitalizzazione del Paese, matura inoltre – e questa è forse una delle poche cose buone che emergono dalla pandemia in corso – la comune consapevolezza di quanto la nostra prosperità, libertà e stabilità siano intimamente connesse alla sicurezza delle nostre reti. 

E siamo indotti forse a riconsiderare in chiave evolutiva (nell’era di Facebook, Twitter e Google) la sempre più anacronistica antinomia “privacy contro sicurezza”. Ad ogni emergenza nazionale (sia essa idro-geologica, sanitaria o cibernetica) vediamo chiaramente come la sicurezza sia il bene propedeutico al godimento di ogni libertà. Se questa crisi ridefinirà almeno in parte il ruolo dello Stato (magari, per certi versi, invertendo l’ubriacatura iper-liberista ed il progressivo depauperamento dello Stato centrale), forse si dovrà ripartire proprio dal concetto di sicurezza, e specie di “sicurezza partecipata” o (nella definizione offerta con straordinaria lungimiranza dal nostro legislatore con la legge di rifondazione della nostra comunità d’intelligence, la legge n. 124/2007) di “cultura della sicurezza”. Questa più matura e diffusa consapevolezza è condizione necessaria per poter in futuro meglio mitigare e rispondere agli shock sistemici, ai “cigni neri” quale indubbiamente è questo COVID. Ne va della tutela e alla promozione dell’interesse nazionale – e in definitiva anche della nostra privacy individuale, quantomeno rispetto alle potenziali ingerenze di soggetti non nazionali.

Infine, vale forse la pena soffermarsi sul contesto internazionale in cui questa pandemia interviene: la crisi COVID è un acceleratore anche della Great Power Competition in corso. L’ambiente securitario diviene più volatile ed il confronto – anche nelle narrative nazionali – è sempre più aspro. Lo vediamo anche nel dibattito internazionale di queste settimane, troppo spesso “sopra le righe”, e nei fenomeni globali che stanno emergendo e che in alcuni casi mai avremmo potuto nemmeno ipotizzate (il petrolio a costo negativo?). E ciò proprio mentre crescono le interdipendenze complesse (il c.d. entanglement, la compenetrazione, ad esempio, tra dimensione cibernetica, convenzionale e nucleare), e mentre il nostro orizzonte strategico diviene più imprevedibile, anche per via della progressiva erosione dei tradizionali strumenti multilaterali, tra cui quelli per il controllo degli armamenti. Great Power Competition significa che sempre più si profila a livello globale una competizione tra modelli alternativi ed una battaglia per vincere hearts and minds”, per imporre la propria narrativa. 

Ma attenzione, perché se Great Power Competition significa politiche nazionali egoistiche, “my country first”, occorre considerare che esse trovano un limite intrinseco nella misura in cui esse polarizzano lo scontro, proprio nel momento in cui più urgente è la necessità di coesione a livello nazionale e di forgiare e avvantaggiarsi di approcci condivisi a livello internazionale. La cybersecurity è questione primariamente culturale, ed è uno “sport di squadra”. Credo sia dunque necessario ritrovare le ragioni valoriali di questi progetti comuni (anche infrastrutturali, si pensi al 5G), partendo dalle comunità di valori e dall’Alleanza a cui apparteniamo. Occorre, in altre parole, sviluppare approcci realmente condivisi, e rifuggire, anche in seno alle nostre alleanze più solide, visioni meramente transattive della nostra sicurezza. La radice valoriale è in ultima analisi il fondamento di ogni politica di sicurezza, inclusa quella per lo spazio cibernetico.

https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/dominio-cibernetico-sicurezza-nazionale-e-valori-nellera-covid-19-26131

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