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Discorso ai giovani nel nome di don Tonino Bello, di Francesco Lenoci

creato da D. — ultima modifica 14/09/2015 17:02
“La gioventù si vive una volta sola, ma potete rimanere con il cuore giovane per tutta la vita. Ragazzi, se voi volete, c’è sempre la gioventù, perché si è giovani non sulla base del numero degli anni che si è vissuto, ma sulla base del saper coltivare degli ideali per i quali valga la spesa battersi. Ragazzi, fate in modo che quando questa favola della vita, la più lunga, finirà, voi possiate sentirvi sempre col cuore giovane”

DIALOGO TRA DUE PROSSIMI SANTI

“Molfetta è sul mare?

Si, Pietro, è sul mare. Un mare più grande di quello di Galilea . . . .

E qual è l’attività principale degli abitanti?

Pescatori, Pietro. Pescatori come te. E viaggiatori infaticabili su tutte le strade del mondo. Come te, come Paolo, come Filippo, come Tommaso. . .

Amano il Signore Gesù?

Come te, Pietro. Lo amano da morire. Ma lo tradiscono, anche. Come te . .  . .  anzi, più di te.

La mano del Pescatore cercava Molfetta su una carta geografica, e quando il dito si è finalmente arrestato, Pietro ha fissato i suoi occhi profondi nei miei. Allora ho riconosciuto Karol Wojtyla e, insieme alla forza del suo sguardo, ho sperimentato il senso delle parole di Gesù: “Pietro, conferma i tuoi fratelli”.

Mi ha chiesto se in diocesi ci sono molti poveri. Se le mie città sono violente. Se la speranza vi è di casa. Se la fiducia convive con i giovani. Se la fede del popolo è inquinata. Se i sacerdoti sono generosi fino alla follia. Se i laici vivono con autenticità i valori del Vangelo . . . .

Non ricordo che cosa gli ho risposto. Forse mi sono espresso con impacciata forzatura, così come un uomo innamorato può parlare della sua donna.

Mi ha chiesto della cattedrale di Ruvo. Ha voluto sapere se quelli di Terlizzi si chiamano terlizzani o terlizzesi. Mi ha domandato dell’etimologia di Giovinazzo. Mi ha incaricato di dare un saluto alle Suore e al Seminario Regionale, e di portare la sua benedizione agli ammalati.

Dieci minuti, veloci come dieci secondi, in cui si sono come “densificate” le emozioni di tutta una vita.

Arrivederci Pietro. Quando mi hai abbracciato con la tenerezza di una fraternità antica, mi sono accorto che le tue spalle si sono incurvate sotto il peso del mondo.

Per questo, da oggi, ti voglio più bene”.

Ho letto uno straordinario dialogo tra due prossimi Santi: Papa Giovanni Paolo II e don Tonino Bello,  in occasione della visita ad limina del 1986. Oggetto del dialogo: Molfetta.

 

DISCORSI CHE RIECHEGGIANO DA MOLFETTA

Nella biografia “don Tonino  Bello: un grande organizzatore della Speranza”, una delle 25 biografie di uomini e  donne  che hanno operato per l’accoglienza e l’inclusione selezionate dal Movimento di Volontariato Italiano per fornire esempi positivi nel 2011 (Anno Europeo del Volontariato e 150esimo Anniversario dell’Unità d’Italia), abbiamo riportato le frasi che don Tonino Bello pronunciò al suo arrivo a Molfetta.

“Eccomi, cari fratelli. Nel giorno della presentazione di Maria al Tempio, mi presento anch’io a questo tempio umano, fatto di pietre vive, glorioso di tradizioni di fede e di impegno, carico di storia e di cultura. Accoglietemi come fratello e amico, oltre che come Padre e Pastore. Liberatemi da tutto ciò che può ingombrare la mia povertà. Di mio non ho molte cose da darvi. Però nella mia valigia ho due cose buone.

La prima me l’ha messa il Signore ed è la sua Parola, perché la dispensi lungo la strada a voi, miei nuovi compagni di viaggio, in modo che cambi il vostro povero cuore e affretti la cadenza dei vostri passi.

E poi c’è un’altra cosa.

Ed è la tenerezza, la sofferenza, la fede, l’amore, la speranza indistruttibile della mia piccola stupenda Chiesa d’origine e delle mie indimenticabili comunità di Alessano, Ugento e di Tricase”. (Cfr. Francesco Lenoci, Carlo de Ruvo, Antonio Cecere, “don Tonino Bello: un grande organizzatore della Speranza”, in per l’Italia. 150 anni di cittadinanze attive, Esedra editrice, 2011, pag. 437).

Molfetta, la città che, insieme alle città della diocesi, ha ricevuto in dono don Tonino Bello, vivendo con la sua presenza un’autentica primavera di umanità, prima che spirituale.

A Molfetta, tanti di voi possono testimoniarlo, frequentava  tutti . . . .con la consapevolezza che dagli altri  (dai poveri, dai barbieri, dalle casalinghe, dai bambini, dagli studenti,  dagli operai, dai marittimi. . . .) avrebbe ricevuto più di quanto lui sarebbe stato capace di offrire.

Perché vi sto raccontando tutto questo? . . .  .Perché io non ero mai stato a Molfetta prima d’oggi: è anche per me la mia prima volta. Eppure, Molfetta, non da oggi,  ha un posto nella mia mente e nel mio cuore! Per spiegarlo ricorro a Marco Tullio Cicerone.

Osservava Cicerone: “Noi siamo commossi da quei luoghi che offrono il ricordo di coloro che amiamo o ammiriamo”. Si riferiva ad Atene e ai grandi filosofi Ateniesi. Questa sera faccio mia quella considerazione, sostituendo Atene con Molfetta  e i grandi Ateniesi con un grande profeta: don Tonino Bello.

È da questi luoghi che riecheggiano in tante parti del mondo i  Discorsi di don Tonino Bello ai giovani.

“Cambierete il mondo e non lo lascerete cambiare agli altri.

Appassionatevi alla vita perché è dolcissima. Mordete la vita.

Non accantonate i vostri giorni, le vostre ore, le vostre tristezze con quegli affidi malinconici ai diari.

Non coltivate pensieri di afflizione, di chiusura, di precauzioni.

Mandate indietro la tentazione di sentirvi incompresi.

Non chiudetevi in voi stessi, ma sprizzate gioia da tutti i pori.

Bruciate. . .  .perché quando sarete grandi potrete scaldarvi ai carboni divampati nella vostra giovinezza.

Incendiate. . .  .non immalinconitevi. Perché, se voi non avete fiducia, gli adulti che vi vedono saranno più infelici di voi.

Coltivate le amicizie, incontrate la gente. Voi crescete quanto più numerosi sono gli incontri con la gente, quante più sono le persone cui stringete la mano”.

E ancora.

“Ragazzi, non barattate mai l’onestà con un pugno di lenticchie.

Vogliate bene a Gesù Cristo, amatelo con tutto il cuore. Prendete il Vangelo tra le mani, cercate di tradurre in pratica quello che Gesù vi dice con semplicità di spirito.

Amate i poveri, perché è da loro che viene la salvezza. Non arricchitevi, non vale: nel gioco della vita  è sempre perdente chi vince sul gioco della borsa”.

E ancora.

“No, non è un problema solo dei grandi. Anzi, comincio a dubitare che la pace, in questo vecchio mondo, possano essere i grandi a farla fiorire.

E allora ragazzo spezzati in quattro per la pace. Prega per la pace. Allenati al dialogo. Cambia il tuo cuore. Educati alla pace. Si, perché la pace è anche un’arte che si impara.

Non basta lo slogan. Non basta una marcia. Non basta un cartello. Ci vuole lo studio. Occorre il confronto. Occorre soffrire.

Ti sarà necessario anche prendere posizione: l’equilibrismo non è il modo giusto per difendere la pace.

Dai, ragazzo! Per la pace fatti in quattro pure tu! Ce la farai!”.

E ancora.

“Ragazzi, vivetela bene la vostra vita, non bruciatela! Sarebbe splendido se la vostra vita la metteste al servizio degli altri.

Io sono convinto che se la vostra vita la spendeste per gli altri, la metteste a disposizione degli altri, non la perdereste.

Perdereste il sonno, ma non la vita. La vita è diversa dal sonno.

Perdereste il denaro, ma non la vita. La vita è diversa dal denaro.

Perdereste la quiete, ma non la vita. La vita travalica la quiete, soprattutto la quiete sonnolenta, ruminante del gregge.

Perdereste la salute, ma non la vita”.

Che dire? . .  .  .che è difficile persino immaginare che i giovani possano trovare un parente stretto, un compagno di viaggio, migliore di don Tonino Bello.

 

IL MERCATO DEL LAVORO PER I GIOVANI

Da un po’ di tempo si parla di giovani come generazione tradita, esclusa . .   . .di adulti contro giovani.

In data 23 maggio 2011 il Rapporto annuale ISTAT circa la situazione del Paese ha rivelato che nel biennio 2009-2010 i giovani (18-29 anni) sono stati i più colpiti dalla recessione, con una perdita di 482 mila unità.

Nel 2010 era occupato circa un giovane su due nel Nord e meno di tre su dieci nel Mezzogiorno.

Nel 2010 è aumentato il numero dei giovani  Neet (Not in Education, Employment or Training, 15-29 anni) arrivando a 2,1 milioni di unità, pari al 22,1% della popolazione di questa età (Cfr. pagg. 12 e 14).

Siamo di fronte ad un enorme spreco di risorse . . . . di risorse umane . . . .di vite!

Dal 24 maggio (the day after il Rapporto ISTAT, tutti i giornali e i media riportano titoli quali: “L’Italia è contro i giovani”, “L’Italia non è un Paese per giovani” . . . .

Permettetemi di indossare il berretto da economista, per parlare del mercato del lavoro per i giovani. La situazione è brutta.

In seguito alla crisi, tra il 2008 e il 2010 l’occupazione in Italia è diminuita del 2,2%; più che in Francia e in Germania, dove la flessione è stata pari, rispettivamente, allo 0,8% e allo 0,4%.

Le differenze si accentuano con riferimento all’occupazione dei giovani. Nella fascia di età tra i 15 e i 29 anni la riduzione è stata in Italia del 13,2%, assai più pronunciata che in Francia (-2,7%) e in Germania (-3,1%).

Il divario conferma, pur nel quadro di fattori comuni a tutti i Paesi europei, l’esistenza di un problema italiano, che ha le sue principali radici  nelle cause che frenano la crescita nel nostro Paese da un quindicennio.

Nella fascia di età tra i 15 e i 29 anni il tasso di disoccupazione nel 2010 è stato del 20,2%, quasi 4 punti in più della media europea. Risultava occupato solo il 35% di coloro che si trovavano nella fascia di età tra i 15 e i 29 anni, contro il 57% nell’Unione Europea.

I tassi di occupazione giovanile sono più bassi nel Mezzogiorno, in particolare tra le donne. Significativamente più elevata che nel resto d’Europa è anche la quota di giovani non occupati e non coinvolti in attività educative o formative. Tale condizione, particolarmente grave per il progressivo impoverimento del capitale umano, riflette nel nostro Paese, più che negli altri, lo scoraggiamento rispetto alle difficoltà di occupazione.

Per i lavoratori con contratti a tempo determinato o con un rapporto di collaborazione la crisi ha ulteriormente ridotto le possibilità di transizione verso forme contrattuali più stabili e con maggiori tutele. Poco più di un quinto dei giovani tra i 15 e i 34 anni occupati con lavoro dipendente hanno contratti a termine; più che negli altri Paesi europei, con l’eccezione della Spagna.

Anche i percorsi di carriera e i salari dei giovani lavoratori autonomi – pari nel 2010 a circa il 20% dei giovani occupati – si caratterizzano per un’elevata incertezza: in molti casi si tratta di rapporti indistinguibili nelle mansioni da quelli di lavoro dipendente.

Con la diffusione dei contratti atipici si è sostenuta l’occupazione, ma si è reso il mercato del lavoro sempre più dualistico; accanto a una fascia di lavoratori tutelati, per lo più anziani, è sorta un’ampia area di lavoratori precari, per lo più giovani. Oggi un giovane, che si affacci per la prima volta sul mercato del lavoro in Italia, ha il 55% di probabilità di vedersi offrire soltanto un lavoro in qualche modo precario.

Alla precarietà delle condizioni occupazionali si accompagna un progressivo peggioramento di quelle economiche. In termini reali, i salari di ingresso dei giovani sul mercato del lavoro sono fermi da oltre un decennio al di sotto dei livelli degli anni Ottanta, senza che nel frattempo siano migliorati gli itinerari retributivi nel corso della carriera lavorativa.

Ai giovani, inoltre, è stato imposto un prezzo elevato dalle politiche di riequilibrio strutturale della finanza pubblica attuate negli ultimi venti anni: l’onere più gravoso delle necessarie modifiche introdotte al sistema pensionistico ha pesato su coloro che sono nati dopo il 1970.

Per quanto concerne l’istruzione, sono notevoli i divari nel conseguimento di titoli universitari. La percentuale di laureati nella fascia di età tra i 30 e i 34 anni è del 19% in Italia, contro il 32% della media europea.

Le difficoltà di accesso al mercato del lavoro, la crescente instabilità delle condizioni di impiego nella fase iniziale della carriera, il peggioramento relativo delle retribuzioni e il prolungamento dell’attività formativa hanno grandemente accresciuto la dipendenza dei giovani dalle famiglie di origine. Nel 2009 quasi il 40% dei trentenni convivevano con i genitori; erano il 16% agli inizi degli anni Ottanta. Le difficoltà nel raggiungimento della piena indipendenza economica perpetuano l’ineguaglianza delle condizioni iniziali, rafforzano la bassa mobilità sociale che caratterizza il nostro Paese, frenano le aspirazioni delle nuove generazioni e ne riducono il contributo allo sviluppo.

E per i giovani imprenditori la situazione com’è? . . .  .La situazione è brutta.

Nelle imprese manifatturiere con almeno dieci addetti, oltre la metà dei dirigenti ha più di 55 anni; è il 40% circa nella media europea. Quelli giovani sono pochi; in quattro casi su cinque appartengono alla famiglia proprietaria. È meno diffusa in Italia quell’attitudine alla capacità innovativa che caratterizza in genere i giovani imprenditori.

Le imprese italiane a proprietà familiare sono oltre l’80% del totale, sostanzialmente come negli altri principali Paesi europei. Le cose cambiano se si considera, anziché la proprietà, la gestione. In due terzi delle imprese familiari italiane, l’alta direzione è espressione diretta della famiglia proprietaria; è un terzo in Spagna, un quarto in Francia e in Germania, un decimo nel Regno Unito. In queste imprese la scarsa propensione a reperire risorse manageriali sul mercato, anche quando difettino all’interno della famiglia, può incidere negativamente sulla gestione dell’impresa e sulla disponibilità a intraprendere progetti ad alto rischio e rendimento. (Cfr. Fabrizio Saccomanni, La generazione esclusa: il contributo dei giovani alla crescita economica, 11 giugno 2011, pagg. 2-8).

E per i liberi professionisti la situazione com’è? . . .  .La situazione per agronomi, geologi, architetti, chimici, dentisti, ingegneri, veterinari, avvocati, psicologi, dottori commercialisti, consulenti del lavoro, biologi, farmacisti, medici chirurghi e assistenti sociali è brutta.

Un dato per tutti: tra il 2006 e il 2010 sono stati circa 35.000 (-20,4%) i laureati che hanno deciso di non iscriversi agli esami di Stato per ottenere l’abilitazione professionale (Cfr. Il Sole 24-Ore, 13 giugno 2011, pag. 3).

Dopo aver accertato che  la situazione è brutta, brutta, brutta per i giovani comunque si affaccino al mondo del lavoro, tolgo il berretto da economista e mi permetto di formulare una domanda difficile: cosa si intende per “giovani?”

 

LE VARIEGATE ACCEZIONI DI “GIOVANI”

La scienza statistica utilizza, prevalentemente,  un’accezione classica di giovani (da 18 a 29 anni) e un’accezione di giovani not in education, employment or training (da 15 a 29 anni).

Se don Tonino Bello fosse qui, quale di queste due accezioni utilizzerebbe?. .  . . Nessuna delle due: ne utilizzerebbe un’altra, anche se di difficilissimo computo per gli statistici. Direbbe:

“Vi ricordate i versi di Trilussa intitolati Favole?

Pe’ conto mio la favola più cortaè quella che se chiama Gioventù:perchè. . . .c’era una vorta .  .  . .e adesso nun c’è più. E la più lunga? È quella de la Vita:la sento raccontà da che sto ar monno,e un giorno, forse, cascherò dar sonnoprima che sia finita . . . .”

La commenterebbe così:

“La gioventù si vive una volta sola, ma potete rimanere con il cuore giovane per tutta la vita. Ragazzi, se voi volete, c’è sempre la gioventù, perché si è giovani non sulla base del numero degli anni che si è vissuto, ma sulla base del saper coltivare degli ideali per i quali valga la spesa battersi.

Ragazzi, fate in modo che quando questa favola della vita, la più lunga, finirà, voi possiate sentirvi sempre col cuore giovane”. (Cfr. Renato Brucoli, “L’alfa”,  in Giovani, Edizioni Messaggero Padova, 2009, pagg. 59-60).

Una doverosa precisazione: mai sottovalutare la scienza statistica, la matematica. A mio avviso, a seguito della crisi finanziaria e economica viviamo in un’epoca in cui si è avverato ciò che un timido ed eccentrico docente di matematica pura aveva previsto nel 1896, nel libro “Attraverso lo specchio”. In precedenza aveva scritto “Alice nel Paese delle Meraviglie”. Il suo nome è Lewis Carroll.

“Nel Regno della Regina Rossa per mantenere il proprio posto, occorreva . . . . come adesso . . . . correre a più non posso; per andare da qualche altra parte, occorreva . . . . come adesso . . . . correre almeno il doppio”.

Sappiamo tutti che quando si corre velocemente (pensate ad un centometrista) si sollevano i piedi da terra: un fermo immagine mostra che si sollevano da terra entrambi i piedi. Se don Tonino Bello fosse qui, apprezzerebbe l’immagine di ragazzi che, correndo, si sollevano da terra? Non ho dubbi: l’apprezzerebbe moltissimo e direbbe:

“Ragazzi, non lasciatevi suggestionare dal mito di dover camminare con i piedi per terra, perché quello è un mito che viene adoperato moltissimo, strumentalmente dal mondo degli adulti.

A furia di camminare con i piedi per terra, ci stiamo appiattendo alla banalità più assurda.

Io credo che siete voi, invece, che dovete impregnare di luce, di sogno, di entusiasmo, di passione la vita così arida, così secca degli adulti”.

E, un attimo dopo, aggiungerebbe:

“Ragazzi, istituite un fondo internazionale di Speranza.

Raccogliete gli scampoli superflui della vostra innocenza, i ritagli della vostra limpidezza, gli spezzoni eccedenti della vostra voglia di vivere.

Fate una colletta dei vostri sogni impossibili. Raccontate i residui delle vostre illusioni.

E inviateci subito il pacco dono della vostra misericordia.

A noi adulti è più necessario di quanto non siano a voi necessari i contenitori confezionati delle nostre proteine”.

Permettetemi di allargare il discorso a come è cambiato il contesto in questi ultimi anni. È chiaro che, se volessi parlarne compiutamente, avrei bisogno di un corso di laurea. Ma, io seguo la strada tracciata da don Tonino Bello, con una variante: anziché  una favola di Trilussa, utilizzo una recente canzone di Lorenzo Jovanotti Cherubini che, pensate un po’, è contenuta nell’album “Ora”.

Ci ascoltano al telefonoCi guardano i satellitiCi intasano nel trafficoControllano gli acquistiCi rubano le passwordCi frugano nel bancomatCi irradianoCi scannerizzano Ci perquisiscono Ci sommano le cellule Controllano i rifiutiCi spiano telecamere piazzate sui semafori Ci seguono col radarCi usan per i calcoli Controllano le cose che guardiamo alla parabola Controllano le cose che facciamo la domenicaCi fanno propaganda elettorale nella predicaCi impongono censure sulle cose da sapereCi danno indicazioni sulle fonti di piacere Ci dicon cosa bere Ci copiano lo stile Ci giudicano in base a quale zona uno vive Ci timbrano la mano per uscire dal locale (Cfr. Lorenzo 2011, Sulla frontiera)
In un siffatto contesto sociale, sapete qual è la considerazione di Jovanotti? . . . . Qual è il ritornello che ripete più volte? 
Eppure non mi sono mai sentito così libero. Eppure non mi sono mai sentito così libero
Perché io danzo. Perché io danzo sulla frontiera. Perché io danzo. Perché io danzo sulla frontiera.

DANZARE LA VITA ORGANIZZANDO LA SPERANZA

A questa considerazione ho associato immediatamente, dal primo momento che ho ascoltato la canzone di Jovanotti, un meraviglioso pensiero di don Tonino Bello: “Il ritmo della danza è ripetizione di passi, è invenzione di mosse, è strategia, è calcolo armonico, è movimento, è comunicazione. In ultima analisi, è il ritmo stesso della vita . . . . purché, ragazzi, si scelga di danzarla”.La soluzione che don Tonino Bello indica ai ragazzi, per stare in linea con i tempi che corrono, è scegliere di danzare la vita:·        senza stancarsi di ripetere i passi;·        inventando nuove mosse sempre e comunque;·        perseguendo una strategia che trasformi i movimenti in calcolo armonico;·        comunicando.

Mi limito, in questa sede, ad approfondire solo uno dei citati punti.

Inventare nuove mosse sempre e comunque significa, in termini operativi, accrescere nel nostro Paese la propensione imprenditoriale.

Chi è l’imprenditore? È una persona capace di “creare” valore aggiunto, tanto valore aggiunto, vedendo quasi sempre “il bicchiere mezzo pieno”.

Come ne veniamo fuori da un mondo in cui gli antichi valori sono andati giù, in cui il mare ha inghiottito le boe, sicure e galleggianti, cui attraccavamo le imbarcazioni in pericolo?

Secondo don Tonino Bello non basta più enunciare la speranza: occorre organizzarla. Sottoscrivo, sottoscrivo . . . .sottoscrivo, indicando nei giovani capaci di dar vita ad attività imprenditoriali la punta più avanzata di organizzatori della speranza. Ad essi rivolgo i pensieri di don Tonino Bello:

“Chi spera, non fugge: cammina . . . .corre . . .  .danza.

Cambia la storia, non la subisce.

Costruisce il futuro, non lo attende soltanto.

Ha la grinta del lottatore, non la rassegnazione di chi disarma.

Ha la passione del veggente, non l’aria avvilita di chi si lascia andare.

Ricerca la solidarietà con gli altri viandanti, non la gloria del navigatore solitario”.

L’avvertenza è che il nostro Paese si contraddistingue per l’esistenza di tante PMI, molte delle quali sono imprese familiari.

Qual è il problema più serio che affligge le imprese familiari? È il passaggio generazionale (di padre/madre in figlio/figlia). La statistica ci dice che solo il 33% delle imprese supera il primo passaggio generazionale e solo il 15% delle imprese familiari sopravvive alla terza generazione.

La causa va individuata nel fatto che il padre aveva tanta voglia di emergere ….il figlio o il nipote, di solito, no!

Lo spirito imprenditoriale è un’attitudine. Chi ce l’ha innata è sicuramente avvantaggiato. Chi non ce l’ha innata, deve impegnarsi parecchio per acquisirla.

Cosa deve fare chi  “da grande” vuol fare l’imprenditore? È mio profondo convincimento che per conseguire un simile obiettivo occorrono sostanzialmente tre cose:

  • istruzione,
  • preparazione,
  • determinazione.

Provo a spiegarmi.

L’istruzione allenta i vincoli economici e culturali che legano gli individui al proprio ambiente di origine.

L’istruzione ti fa  capire tante cose.

L’istruzione consente di superare un problema enorme, vale a dire l’incomunicabilità.

È  grazie all’istruzione che si comprende il significato di un pilastro ai fini dell’attività di impresa:  per ottenere un duraturo successo l’impresa deve sapere, deve saper fare e  deve farlo sapere.

Il nostro sistema industriale è caratterizzato dalla presenza di un numero rilevantissimo di micro e piccole imprese e da un numero relativamente ristretto di medie e grandi imprese.

Le medie imprese non amano essere visibili. Spesso, infatti, sono guidate da imprenditori riservati, che non si aspettano alcun vantaggio da una maggiore notorietà personale e dei propri modelli di gestione.

È un errore blu, perché la notorietà è essenziale, indispensabile, necessaria per competere nei settori di riferimento del made in Italy.

Tutto ciò  si impara a scuola!

Con riguardo alla “preparazione” ritengo doveroso richiamare la valorizzazione del capitale intellettuale, che non è solo capitale umano, ma anche capitale relazionale e capitale strutturale.

Se si lavora presso altre aziende, diverse da quella di famiglia, si allargano le conoscenze . . . . altrimenti si resta nel chiuso della propria fabbrica.

Se si lavora presso aziende all’avanguardia, non importa se ubicate in Italia o all’Estero, s’impara il mestiere al meglio.

Resta da spiegare cosa intendo per “determinazione”. Utilizzo per farlo la risposta che  Julio Velasco diede qualche anno fa ad un giornalista, che gli chiedeva come facesse a scegliere, a parità di tecnica, un pallavolista per l’allora invincibile nazionale italiana. Gli rispose: “Semplice . . . . scarto quelli che hanno gli occhi di bue e prendo quelli che hanno gli  occhi di tigre”.

Mi permetto di aggiungere che un buon imprenditore, oltre a “occhi di tigre” deve possedere “orecchie alla dumbo”.

Nelle Considerazioni Finali del 31 maggio 2011 del Governatore Mario Draghi ci sono una domanda e un’esortazione che mi hanno particolarmente colpito. La domanda è: “Quale Paese lasceremo ai nostri figli?”. L’esortazione è: “Torniamo alla crescita”.

Perché l’esortazione alla crescita?. .  . . Perché l’economia italiana deve accelerare il passo, se vuole restare nel novero delle economie avanzate. I ritmi di crescita degli ultimi quindici anni non sono sufficienti a sostenere le prospettive di una popolazione che invecchia, di giovani generazioni spesso scoraggiate, escluse, tradite.

Mi permetto di aggiungere che la crescita non è  una missione impossibile. Il nostro Paese c’è già riuscito una volta, negli anni cinquanta, sotto la  guida di un grande Biccarese, un grande Economista, un grande Governatore della Banca d’Italia: Donato Menichella.

Vi regalo una frase tanto cara a Donato Menichella: “Il futuro nostro, dei nostri figli . . . . sta in noi, in tutti noi”.

In tanti posti, negli ultimi anni, ho menzionato una meravigliosa preghiera di un altro grande Pugliese,  don Tonino Bello. Il 28 giugno . . . . ne sono felicissimo . .  . . la menzionerò a L’Aquila.

La preghiera si intitola “Preghiera sul molo”, ma da tutti è conosciuta come “La lampara”. Ne leggo adesso un frammento:

“Concedi, o Signore, a questo popolo che cammina

l’onore di scorgere chi si è fermato lungo la strada

e di essere pronto a dargli una mano

per rimetterlo in viaggio”.

È stupefacente la richiesta di don Tonino (concedi l’onore di scorgere chi si è fermato lungo la strada . . . .), ma a me convince, eccome se convince. Riflettiamoci insieme . . . . Chi, adesso, è fermo lungo la strada, incapace di proseguire il cammino da solo?  . . . .

Quando penso a qualcuno fermo lungo la strada. . . .io penso ai ragazzi,  oggi mortificati da un’istruzione in certi casi inadeguata, da un mercato  del lavoro che sovente li discrimina a favore dei più anziani, da un’organizzazione produttiva che troppo spesso non premia il merito, non valorizza le capacità.

E chi sono i ragazzi? . .  .Sono il futuro dell’umanità!

Ebbene, è mio profondo convincimento che dobbiamo fare di tutto, dobbiamo fare di più . . . . come ci ha insegnato con la sua parola e il suo esempio don Tonino Bello . .  . . per stimolare in tutti, nei ragazzi in particolare, una creatività più fresca, una fantasia più liberante e la gioia turbinosa dell’iniziativa.

Dobbiamo convincerci e convincerli che per crescere occorre spalancare la finestra del futuro, progettando insieme, osando insieme, sacrificandosi insieme.

È ciò che mi piace definire “la logica della staffetta”, che deve avvenire tra grandi e ragazzi; tra residenti nel Mezzogiorno e “emigrati” in altre parti del mondo; tra uomini e  donne  di buona volontà, ovunque siano nati; tra i giovani, nella meravigliosa accezione di don Tonino Bello.

La staffetta è quella gara meravigliosa  (sto pensando alla 4x100 metri in atletica leggera) che consente a quattro atleti normali di battere quattro campioni. Ci possono riuscire perché ciò che conta è far viaggiare veloce il testimone e per farlo occorre, soprattutto, essere affiatati nei cambi: un frazionista deve cominciare a correre prima che arrivi l’altro e quest’ultimo deve arrivare alla giusta distanza dal primo.

Se è, però, vero che quattro frazionisti affiatati possono battere quattro campioni, è anche vero che se cade per terra il testimone . . . .non perde il frazionista che ha commesso l’errore . . .  .ma perde l’intera squadra.

Mi avvio alle conclusioni, leggendo una richiesta di don Tonino:

“Santa Maria,

donaci la grazia dello stupore,

restituiscici il gusto delle esperienze che salvano

e non risparmiarci la gioia degli incontri decisivi che abbiano il sapore della prima volta”.

Ebbene, questa sera, 18 giugno 2011, a Molfetta, presso la splendida Fabbrica di San Domenico, in occasione della cerimonia di assegnazione a Corrado Scardigno della  Borsa di Studio “Walter Palombella”, per me  la richiesta si è concretizzata.

Ho constatato come  persino una tragedia, quale la perdita di un figlio, può diventare occasione per piantare tanti semi di Speranza. Ho visto l’effetto sui vostri volti dell’ascolto delle parole di don Tonino Bello che, come sempre, non sembrano provenire dal passato. . . .

Grazie, grazie di cuore.

Concludo con un meraviglioso augurio di don Tonino Bello:

“Grazie a voi ragazzi che mi avete esaltato con la vostra fantasia e con il vostro desiderio di crescere in un mondo più pulito. . . . che avete acceso le mie speranze.

Vi auguro di essere costruttori di una comunità viva, di promuovere caparbiamente la vita anche là dove spinte di regressione vi inducano ad avvitarvi su voi stessi.

La Madonna vi incoraggi a camminare in novità di vita”.

Voglio, desidero, anelo . . . . estendere tale augurio:

  • ai tanti che riceveranno tramite e-mail la presente lectio;
  • ai tantissimi che la leggeranno.

Io ho tanti dubbi, ma ho anche una certezza: che don Tonino Bello sarà compagno di viaggio dei Giovani che danzeranno la vita . . . . organizzando, per sé e per gli altri, la Speranza.

 


Francesco Lenoci: Docente Università Cattolica del Sacro Cuore - MilanoVicepresidente Associazione Regionale Pugliesi - Milano

fonte: http://www.nuoviincontri.info/cms/index.php?option=com_content&task=view&id=330&Itemid=49

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Attrezzarsi per la città

Attrezzarsi per la città. Laboratori di formAZIONE socio-politica, di M. Natale

Questo libro, quarto della collana di Cercasi un fine, racconta un’idea, diventata poi una esperienza, basata sulla convinzione che si possa, anzi si debba, progettare...


 

Meditando in video
Papa Francesco ha inviato domenica 23 aprile 2017 un video messaggio dedicato a don Lorenzo Milani, il priore di Barbiana, alla manifestazione “Tempo di Libri”, a Milano, dove nel pomeriggio è stata presentata l’edizione completa di “Tutte le Opere” del sacerdote, con alcuni inediti, curata dallo storico Alberto Melloni per la collana dei Meridiani Mondadori...
Videomessaggio del Santo Padre per Don Milani
Politica in weekend - 2 e 3 luglio 2016
Guida alla riforma costituzionale
Di più…
I nostri amici stranieri

Cercasi un fine organizza degli incontri settimanali di dialogo tra culture e insegnamento della lingua italiana per stranieri.

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Cercasi un fine
è insieme un periodico, un’associazione onlus, di promozione sociale, iscritta all’albo regionale della Puglia, fondata nel 2008, con attività che risalgono a partire dal 2002 e una rete di scuole di formazione politica. Vi partecipano credenti cristiani e donne e uomini di diverse culture e religioni, accomunati dall’impegno per una società più giusta, pacifica e bella.

Una presentazione sintetica delle nostre attività la trovi nel video qui 

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Leggendo il giornale

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E' in distribuzione Cercasi un fine n. 115
(2019 - Anno XIV)

quadratino rosso Tema: Ambiente

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  Il 116 è sulla COPPIA (cosa vuol dire oggi essere "coppia"? Quali i ruoli nella coppia? Cos è la fedeltà nella coppia?) in preparazione.

 listing Il 117 è sul RAZZISMO (Dove nasce il razzismo? Cosa ci fa diventare razzisti? C'è il razzismo nella Chiesa?),  testi da inviare entro il 15 ottobre 2019.

 listing Il 118 è sull'ECONOMIA CIVILE (Cosa è l'economia civile? I Pro e i Contro di questo modello? Dove è applicato e come?)  testi da inviare entro il 15 novembre 2019.

 listing Il 119 è sul DIALOGO INTERRELIGIOSO  (Quanto abbiamo paura delle altre religioni? Le religioni dialogano tra di loro? Qual'è la finalità del dialogo? Cos'è il fondamentalismo religioso?)  testi da inviare entro il 31 gennaio 2020.

 listing Il 120 è sui DOVERI (si parla spesso di diritti: e i doveri? Cosa intendiamo per doveri? Esistono gruppi, culture e religioni che danno seria testimonianza sui doveri? Come educare ai doveri?)  testi da inviare entro il 15 marzo 2020.


Se avete qualcosa da proporci su qualcuno di questi temi siamo ben lieti di accoglierlo. Accettiamo anche contributi in altre lingue.